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    Ci eravamo lasciati prima dell’estate con il “gigante” De Gasperi, e la promessa di dedicare all’ingresso dell’Italia nell’Alleanza Atlantica un capitolo a parte, dato il valore fondamentale di questo evento nella storia del nostro Paese. Perchè se oggi appare assolutamente naturale considerare l’Italia un membro Nato, nel 1948 le cose non stavano proprio così. Vediamo come è andata, e perchè il 4 aprile 1949 è una data che davvero ha cambiato la nostra storia

     

    Noi lo diamo per scontato. E con i se e con i ma non si fa la storia. È però vero che l’ingresso dell’Italia nell’Alleanza Atlantica è stato tutt’altro che ovvio, ed è evidente che se le cose fossero andate diversamente, la storia del nostro Paese sarebbe radicalmente diversa. Siamo dunque davanti a uno degli eventi più importanti di tutta la storia della politica estera italiano, che va raccontato e analizzato con attenzione.

     

    E’ ANDATA COSI’ – La decisione dell’inserimento dell’Italia all’interno del Patto Atlantico è stata controversa, e affatto scontata. I colloqui preliminari degli Usa in vista della futura alleanza iniziano già nel luglio 1948, e non contemplano il nostro Paese. Le prime intenzioni paiono volte a concentrarsi su un’alleanza “realmente” atlantica, che contempli dunque i paesi costieri, dalla Norvegia al Portogallo. La diplomazia italiana in questa fase riesce solo ad avere alcune informazioni sugli sviluppi dei colloqui da qualche funzionario di dipartimenti di Stati filo-italiani, ma siamo a livello di voci di corridoio. La prospettiva di un inserimento dell’Italia nell’alleanza diviene attuale a cavallo tra la fine del 1948 e l’inizio del 1949, quando l’ambasciata italiana a Washington riesce a testimoniare il desiderio italiano di accedere al Patto Atlantico, e la forte pressione del negoziatore francese (l’ambasciatore a Washington Bonnet) circa l’inserimento dell’Italia si rivela decisiva. Anche se a volte non ci fanno impazzire di simpatia, dobbiamo dunque dire grazie ai francesi; va però detto che non è certamente solo un favore nei confronti dei cugini d’Oltralpe: la Francia vuole l’Italia nell’alleanza per spostare più a oriente i confini difensivi, proteggendo meglio il Mediterraneo occidentale, e di conseguenza la stessa Francia e l’Algeria francese. Il Presidente americano Truman e il segretario di Stato Acheson soppesano a lungo la questione: l’Italia, alla luce del comportamento nelle due guerre mondiali, in cui in entrambi i casi ha cambiato fronte, è considerata un’alleata poco affidabile. Le considerazioni strategiche, politiche ed economiche hanno però la meglio, e così l’8 marzo il dipartimento di Stato americano comunica all’ambasciatore Tarchiani il via libera ufficiale all’ingresso dell’Italia nell’Alleanza, in qualità di membro fondatore. Una settimana dopo, quasi sul filo di lana, il Ministro degli Esteri Carlo Sforza viene invitato a Washington per partecipare il 4 aprile alla firma del trattato.

     

    RESISTENZE E OPPOSIZIONI – Non si può non dedicare alcune righe alla modalità con cui l’ingresso dell’Italia nella Nato venne vissuta all’interno del nostro Paese, nelle piazze così come nel Parlamento. Va infatti menzionato come De Gasperi abbia dovuto affrontare non solo una strenua opposizione di socialisti e comunisti, ma anche una resistenza proveniente da notevoli componenti della maggioranza, e nella stessa Democrazia Cristiana sono diverse le incertezze riguardo l’Alleanza. Le ipotesi neutralistiche e pacifiste, così come una certa dose di antiamericanismo, trovano simpatizzanti e sostenitori anche in queste fila. Si parla così, in maniera un po’ bizzarra, e senza cogliere appieno i segni dei tempi, di “terza forza europea”, non costretta a scegliere tra Est e Ovest, fondata sull’autosufficienza dalla cultura cattolica rispetto al materialismo angloamericano e al totalitarismo ateo, o di terzomondismo, volto a guardare all’altra sponda del Mediterraneo, privilegiando quest’area rispetto ad un cammino di integrazione europea. In ogni caso, De Gasperi ha i piedi altamente ancorati al terreno, e una capacità di visione tale da cogliere perfettamente la debolezza di un Paese tutt’altro che in grado di potersi permettere una politica di neutralità e isolamento. E va aggiunto che la stessa Santa Sede, dopo una prima fase caratterizzata da visioni distinte, contribuisce a spianare la strada verso l’inserimento italiano nel Patto Atlantico, salutato “con gioia” da Pio XII.

     

    D’altro canto, l’opposizione di sinistra è quanto mai dura: il PCI denuncia con forza quella che pare essere una alleanza imperialistica con evidenti intenti antisovietici. Non mancano i feriti tra le forze dell’ordine nelle manifestazioni per la pace a cavallo tra marzo e aprile. Il 20 aprile, il Congresso mondiale per la Pace, svoltosi a Parigi con migliaia di delegati, tra cui 1200 italiani, prende posizione contro l’Alleanza Atlantica, e dà vita a un Consiglio Mondiale per la Pace, organizzato in Italia dal Partito Comunista, al quale è legato a doppio filo, al punto che l’iniziativa non riesce ad attirare altri settori della popolazione, e resta così marcata come strumento della politica sovietica. Tra le azioni di protesta del PCI, viene inoltre organizzata una grande petizione popolare, che vede la raccolta di sei milioni di firme, consegnate dal “fronte della pace” al Parlamento nel mese di luglio.

     

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    CONTINUITA’ E RIVOLUZIONE – Questo, dunque, il racconto dell’ingresso italiano nell’Alleanza. Cosa mettere alla luce di un evento così significativo, uno dei più rilevanti dell’intera storia della politica estera del nostro Paese? Considerando tali accadimenti alla luce del cammino della politica estera italiana, possiamo porre in risalto un elemento di continuità e uno di forte mutamento.

     

    Il primo di questi è caratterizzato dalla certificazione, largamente percepita e accettata, della posizione dominante degli Stati Uniti all’interno dell’alleanza, che rientra per il nostro Paese nella tendenza addirittura precedente all’unità d’Italia di procurarsi un alleato-protettore, vale a dire la maggiore potenza europea del momento: basti pensare ai casi del Secondo Impero francese, della Germania di Bismarck e del Terzo Reich. La condizione di fatto di dipendenza dagli Usa nell’Italia post-fascista è però ancora maggiore, considerando il forte sostegno alla ricostruzione e allo sviluppo della nostra economica.

     

    D’altra parte, la rapida evoluzione dell’Alleanza Atlantica nell’Organizzazione dell’Alleanza (la NATO) provoca sul piano strategico-militare una trasformazione nel modo di concepire e utilizzare fini e mezzi della politica estera nazionale. Trovandosi all’interno di una struttura militare sovranazionale integrata, da cui si è dipendenti per la difesa del proprio territorio nazionale, l’Italia non può più prendere iniziative e decisioni politico-militari dipendenti unicamente dalle scelte del governo del momento. Ciò che per noi adesso appare un fatto assolutamente naturale, è in realtà in questa epoca storica – sicuramente non solo per l’Italia – una vera e propria rivoluzione.

     

    POSIZIONE STRATEGICA – In conclusione, è evidente che nel dopoguerra la dipendenza di fatto dell’Italia dagli Stati Uniti da una punto di vista tanto di sicurezza economica quanto di sicurezza politica-militare rappresenti una vera e propria chiave di volta per il nostro Paese, che arriverà in tempi sorprendentemente rapidi a reinserirsi a pieno titolo nella comunità internazionale postbellica e nel sistema economico e politico-militare dell’Occidente, grazie alla partecipazione al Piano Marshall nel 1948 e all’Alleanza Atlantica nel 1949. Tali risultati possono sicuramente essere considerati altamente soddisfacenti per il governo e il popolo italiano, in quanto garantiscono al Paese la ricostruzione economica postbellica e la sicurezza nella nuova, aggressiva realtà della guerra fredda.

     

    Tra le motivazioni di tale rapidità vi è sicuramente la volontà americana di accogliere quanti più alleati possibili nel confronto con l’Unione Sovietica. Nello stesso tempo, però, la geopolitica ha un ruolo di rilievo: è fondamentale infatti la posizione strategica del territorio peninsulare e insulare italiano, per consolidare il “fianco sud” dello schieramento militare occidentale. E tali rilievi geopolitici sono validi ancora oggi: davvero la posizione dell’Italia potrebbe, anzi dovrebbe portarci ad assumere un ruolo di altissimo rilievo all’interno dell’area del Mediterraneo, e dell’Europa stessa. Troppe volte invece, e sempre di più, ormai rimaniamo a guardare, rassegnati e convinti di essere degli sparring partners, quando invece potremmo giocare un ruolo da protagonista. Sarebbe ora che qualcuno iniziasse a ricordarselo, e a muoversi di conseguenza.

    Alberto Rossi
    Alberto Rossi

    Classe 1984, laureato nel 2009 in Scienze delle Relazioni Internazionali e dell’Integrazione Europea all’Università Cattolica di Milano (Facoltà di Scienze Politiche). La mia tesi sulla Seconda Intifada è stata svolta “sul campo” tra Israele e Territori Palestinesi vivendo a Gerusalemme, città in cui sono stato più volte, che porto nel cuore e in cui andrei domani a vivere (e sì, sembra assurdo, ma anche mia moglie Cristina verrebbe di corsa con me. Nostra figlia Anita invece, nata a maggio 2015, ancora non ci ha detto cosa ne pensa). Vivo a Milano, dopo 28 anni di Brianza, e sono Responsabile Marketing della Fondazione Italia Cina e analista del CeSIF (Centro Studi per l’Impresa della Fondazione Italia Cina). Tra le mie passioni, il calcio (portiere, allenatore, tifoso), la politica, i libri di Giovannino Guareschi, i giochi di magia, il teatro, la radio. Già, la radio: nel 2009 conducevo un programma di esteri su Bmradio.it, e con alcuni amici/colleghi appassionati di geopolitica e relazioni internazionali ci siamo detti: la radio non basta, dovremmo inventarci qualcosa di più per parlarne… Ecco, Il Caffè Geopolitico, di cui sono Presidente, è nato più o meno così.

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