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    Il Kyrgyzstan e la sicurezza

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    Puoi leggerlo in 9 min.

    Miscela StrategicaSituata tra le montagne della catena del Tien Shan, confinante con Cina, Kazakhstan, Uzbekistan e Tajikistan, la piccola Repubblica del Kyrgyzstan affronta diverse fonti di insicurezza. L’articolo analizza quali sono le sfide alla sicurezza, e quali le risposte, dell’unico Stato dell’Asia centrale avviato lungo un tortuoso percorso verso la democrazia.

    IL CONTESTO – Resosi indipendente dall’Unione sovietica nell’agosto del 1991, il Kyrgyzstan ha vissuto nel corso della propria esistenza due rivoluzioni: la rivoluzione dei tulipani nel 2005, che depose il presidente Akaev, e la rivoluzione del 2010, che portò alla caduta di Bakiev. A seguito della seconda rivoluzione il Paese è stato soggetto a una svolta democratica, con il presidente ad interim Otunbaeva che ha governato sino al dicembre 2011, quando è subentrato l’attuale presidente Atambaev dopo il primo caso di passaggio di consegne non violento e democratico in Asia centrale. Ma la giovane democrazia kyrgyza deve affrontare importanti minacce alla propria sicurezza: la crescita del terrorismo internazionale e dell’estremismo religioso, il narcotraffico che affligge l’intera regione, la questione ambientale e idrica intimamente connessa alla sicurezza energetica, la demarcazione dei confini. A questi fattori di natura internazionale e transnazionale devono aggiungersene altri di origine interna, quali la variegata composizione etnica della popolazione, l’assenza di un’idea nazionale che la unisca e le crescenti tensioni interetniche, una scarsa efficacia di governo da unirsi a una dilagante corruzione, senza dimenticare la situazione demografica della Valle di Fergana.

    Mappa del Kyrgyzstan; fonte: CIA The World Factbook
    Mappa del Kyrgyzstan: sono ben visibili a sud le enclave uzbeke | CIA The World Factbook

    QUESTIONI ETNICHE E COESIONE INTERNA – Il Kyrgyzstan è, tra gli Stati della regione, uno di quelli più compositi dal punto di vista etnico. I kyrgyzi etnici sono il 64,7% (dati CIA The World Factbook), mentre sono presenti minoranze consistenti di uzbeki (13,8%), russi (12,5%) e diversi altri gruppi, molto meno rilevanti in termini numerici, quali uighuri, dungan e ucraini. In un Paese come il Kyrgyzstan, dove un senso di identità comune tra i vari gruppi è sempre mancato sin dall’indipendenza, una tale composizione pone serie difficoltà per la coesione interna e ciò è riconosciuto dallo stesso Concetto di Sicurezza Nazionale elaborato nel 2012. Da diversi anni la conflittualità tra i gruppi etnici risulta aumentata e sono numerose le violenze (l’episodio più significativo si ebbe con gli scontri di Osh del 2010, durante i quali morirono più di 420 persone). La situazione è particolarmente accentuata nell’area della Valle di Fergana, divisa tra Kyrgyzstan, Uzbekistan e Tajikistan, la cui situazione demografica (oltre alle questioni etniche, la densità di popolazione è qui estremamente elevata) è riconosciuta dal documento sulla sicurezza nazionale come una minaccia. Di fronte alla questione etnica, la risposta delle Autorità è per giunta del tutto inadeguata, nelle occasioni in cui se ne registri una. Si assiste a sempre maggiori irrigidimenti delle rispettive posizioni e chiusure alle istanze della controparte, il che conduce a un progressivo isolamento delle minoranze. Ne è un’immagine efficace, per esempio, la composizione etnica delle forze di polizia, sbilanciata sempre più in favore dei kyrgyzi da quando ebbero luogo i fatti di Osh. Il timore delle Autorità è che tutto ciò determini l’aumento della forza dei movimenti autonomisti e separatisti, con il relativo rischio per l’integrità territoriale (specie nella già citata Valle di Fergana) in favore soprattutto dell’Uzbekistan (che già possiede enclave all’interno del territorio di Bishkek).

    LA MINACCIA ISLAMISTA – In Asia centrale la religione maggiormente diffusa è l’Islam e la percentuale di popolazione che la pratica in Kyrgyzstan è pari al 75%. In passato questo Stato ha vissuto attività di gruppi islamisti in modo meno rilevante rispetto ad altri Paesi vicini. La minore forza dell’estremismo e del terrorismo di matrice islamica è connessa a quelle che possono identificarsi come caratteristiche peculiari del Paese e delle etnie che lo compongono. In primo luogo, la partecipazione a gruppi islamisti in Asia centrale è maggiore tra gli uzbeki e, in misura minore, tra i tajiki. In secondo luogo, la società kyrgyza sembra preferire la protesta contro l’Autorità (fino ad arrivare alle deposizioni dei governanti) piuttosto che l’avvio di esperienze islamiste. È interessante rimarcare questa tendenza, perché se da un lato Bishkek non ha mancato di attuare politiche estremamente repressive e indiscriminate per la lotta al fenomeno (elemento che incentiva alla simpatia o all’adesione all’islamismo militante e agli ambienti radicali), dall’altro lato la situazione socio-economica del Paese potrebbe indurre le fasce più basse della popolazione alla ricerca di soluzioni ideali alternative tramite la lotta armata. Ciononostante la minaccia è al centro delle attenzioni delle Istituzioni, come infatti dimostra la parte del menzionato Concetto di Sicurezza Nazionale che vi è dedicata, specie considerate le attuali evoluzioni del panorama globale e la prospettiva del ritiro delle truppe americane e NATO dall’Afghanistan. Nell’aggiornamento di ottobre del CrisisWatch dell’International Crisis Group viene riportata la morte confermata di 8 cittadini kyrgyzi unitisi all’ISIS, a testimonianza di come anche Bishkek e le altre capitali della regione non siano estranee a tale minaccia, mentre 7 donne sono state arrestate con l’accusa di arruolare per conto di Hizb ut-Tahrir, organizzazione bandita dai Paesi centroasiatici in quanto accusata di attività terroristiche. Inoltre – ulteriore evoluzione – secondo fonti riportate da RIA Novosti, il Movimento islamico dell’Uzbekistan (IMU), che in passato ha agito anche in Kyrgyzstan, avrebbe dichiarato il proprio sostegno all’ISIS. La risposta dello Stato a queste attività è sempre stata, come già accennato, orientata verso politiche repressive e piuttosto indiscriminate nella loro attuazione. Allo stesso tempo è ben consolidata la cooperazione internazionale per il sostegno agli Stati dell’Asia centrale nella lotta al terrorismo, sia essa sotto il cappello della SCO (Shanghai Cooperation Organization), della CSTO (Collective Security Treaty Organization) o tramite rapporti bilaterali con gli USA. In particolare, sono consolidati lo scambio di intelligence, per esempio tramite il RATS (Regional Anti-Terrorist Structure), e la fornitura di equipaggiamento. Infine si tengono annualmente le esercitazioni militari della SCO sotto il nome di Peace Mission. Lo scenario per l’esercitazione del 2014, svoltasi in Cina con un totale di 7mila effettivi, prevedeva la risposta a un’organizzazione separatistica supportata da una formazione terroristica internazionale. È però la CSTO a essere definita nel Concetto kyrgyzo come la più importante Organizzazione multilaterale di sicurezza cui il Paese prende parte. La CSTO prevede due strumenti per la lotta alla minaccia terrorista: le Collective Rapid Deployment Forces per l’Asia centrale, create nel 2001 e consistenti di 4mila uomini, e le Collective Quick Response Forces, create nel 2009 e composte da 20mila soldati. Va sottolineato che la partecipazione kyrgyza a esercitazioni e a contingenti comuni è sempre esigua.

    Montagne del Tien Shan viste da Bishkek; fonte: CIA The World Factbook
    Montagne del Tien Shan viste da Bishkek | CIA The World Factbook

    IL TRAFFICO ILLEGALE E L’INCERTEZZA DEI CONFINI – Un problema che affligge Bishkek, così come gli altri attori statali della regione, è il diffuso traffico di armi e droghe. Questo fenomeno è apertamente riconosciuto come minaccia allo Stato nei documenti ufficiali. Il problema non è semplicemente l’utilizzo da parte della popolazione, ma soprattutto il fatto che tali traffici costituiscano un’ingente fonte di introito per le organizzazioni islamiste. I rapporti di queste ultime con la criminalità organizzata e gli ambienti corrotti delle Autorità complicano il quadro della lotta al fenomeno. Il traffico si alimenta soprattutto di oppiacei in parte prodotti localmente, ma per la gran parte provenienti dalle coltivazioni afghane: le destinazioni sono i mercati russo ed europeo. Ulteriore fattore di complicazione nel contrasto e per la sicurezza statale sono i confini: estremamente porosi e inadeguatamente sorvegliati. Il terreno montuoso rende complessa la sorveglianza, ma uno dei più grandi ostacoli rimane l’indeterminatezza. Bishkek deve ancora ratificare l’accordo del 2001 per la delimitazione dei confini con il Kazakhstan, trovare un accordo con il Tajikistan per l’area della Valle di Isfara e accordarsi con l’Uzbekistan per un tratto di 130 chilometri di confine. Considerata la dimensione regionale del fenomeno, la risposta più concreta è fondata su un approccio regionale. A tal proposito dal 2003 la CSTO conduce l’operazione Kanal, per il contrasto al flusso di droghe e precursori, e l’operazione Nelegal, per impedire il fenomeno migratorio illegale.

    L’AMBIENTE, LE RISORSE IDRICHE E LE RISORSE ENERGETICHE – Le Autorità kyrgyze riconoscono la degradazione dell’ambiente come una minaccia, secondo un approccio estensivo al concetto di sicurezza. La degradazione ambientale (causata dall’ampio uso di prodotti chimici in agricoltura e dalla mala gestione delle risorse idriche) nella regione è strettamente legata al tema dello sfruttamento delle risorse idriche, ampie in Kyrgyzstan e conferenti un enorme potenziale idroelettrico a un Paese povero di idrocarburi. Il bacino del Syr Darya porta Bishkek, Dushanbe, Tashkent e Astana a relazionarsi, con gli Stati a valle (Uzbekistan e Kazakhstan), che necessitano dell’acqua del fiume per le coltivazioni di cotone, concentrate nella Valle di Fergana. Le opposte esigenze di produzione di energia per il consumo interno (Kyrgyzstan) e approvvigionamento idrico per le coltivazioni (Uzbekistan in particolare) portano spesso a incidenti e stalli nelle relazioni tra gli attori. L’insufficiente produzione energetica interna al Kyrgyzstan causa spesso black out che possono durare anche a lungo. È evidente che tale situazione non può che essere considerata fonte di instabilità per l’esistenza di uno Stato. Attualmente è in corso una crisi, che dura da 6 mesi. Il 10 aprile Gazprom ha acquistato una quota di controllo dell’operatore Kyrgyzgaz, andando così ad aumentare ulteriormente l’integrazione economica tra Mosca e Bishkek e facendo sperare che un così grande partner potesse assicurare una maggiore sicurezza. Quattro giorni dopo, però, l’Uzbekistan ha tagliato le forniture di gas alla parte meridionale della vicina Repubblica, causando disservizi in tutta quella parte del Paese.

    IN CONCLUSIONE – Dall’individuazione delle minacce alla sicurezza del Kyrgyzstan, così come elaborate nello stesso Concetto di Sicurezza Nazionale, emerge una prospettiva delle sfide a Bishkek piuttosto estesa e che abbraccia fattori come la coesione interna, il narcotraffico e la situazione ambientale. A fronte di ciò, è anche possibile suddividere, come fatto in precedenza, tra fattori esterni e interni, risultando chiaro lo sbilanciamento verso minacce di origine interna, utile indicatore del fatto che le Istituzioni stesse sono ben consapevoli della fragilità del sistema kyrgyzo. La risposta a ciò non è necessariamente coerente (come testimonia l’incapacità di risolvere le tensioni etniche) e si affida ampiamente all’intervento di attori e Organizzazioni esterne (quali Russia, Cina, CSTO e SCO), attraverso cui ottenere possibilità di miglioramento nell’addestramento delle piccole Forze Armate (15mila soldati) ed equipaggiamento a basso costo. L’evoluzione dello scenario internazionale e la prospettiva del ritiro dall’Afghanistan pongono seri interrogativi sulla capacità dello Stato kyrgyzo di affrontare ognuna delle minacce e verosimilmente crescerà l’impegno e il ruolo di Organizzazioni come la CSTO (cui viene riconosciuto un ruolo privilegiato) e la SCO nel contrasto a fenomeni quali terrorismo e narcotraffico, col fine ultimo di evitare effetti di spill over dell’instabilità dall’Afghanistan.

    Matteo Zerini

    [box type=”shadow” align=”aligncenter” ]Un chicco in più

    Ulteriore minaccia che viene riconosciuta dal Concetto di Sicurezza Nazionale è la crescente rivalità tra le grandi potenze globali, Russia, Stati Uniti e Cina, ben visibile anche in Asia Centrale. Bishkek vede questi attori in competizione tra loro, specie per le migliori opportunità di accaparramento di risorse naturali, di cui sia l’Asia centrale che il Kyrgyzstan sono ricchi (per il Kyrgyzstan si veda per esempio il caso delle terre rare). La piccola Repubblica ha poi esercitato un ruolo importante nella logistica delle operazioni americane in Afghanistan, avendo ospitato fino alla prima metà di quest’anno il Transit Center di Manas, appena fuori dalla capitale. La presenza di una base americana in quello che Mosca considera il proprio cortile di casa ha sin dall’inizio causato malumori nel Cremlino e sono naturali i sospetti che dietro la decisione del Parlamento di Bishkek di non permettere l’ulteriore permanenza delle truppe americane sul proprio suolo si celi un’opera di pressione della Federazione. Lo stesso documento sulla sicurezza riconosce ora la necessità dell’approvazione di tutti i partner nella CSTO perché un altro Stato (non appartenente all’alleanza) possa dispiegare proprie unità sul territorio kyrgyzo. Allo stesso tempo va segnalata la presenza di due basi russe sul territorio del Paese: una è la base aerea di Kant (che opera però come parte delle forze CSTO), mentre l’altra è un centro comunicazioni e poligono di test per siluri a Karakol, sul lago Issyk-Kul. Sembra dunque che nel confronto tra Russia e USA per l’influenza nell’area, Mosca riesca a mantenersi in vantaggio, ma altra questione è la penetrazione cinese, consistente soprattutto in termini economici. Pechino è interessata agli approvvigionamenti energetici dalla regione e alle risorse naturali presenti anche nel territorio di Bishkek. Sebbene la cooperazione con la Russia si svolge anche su altri piani rispetto a quello economico, l’attrattiva di un’economia più dinamica quale quella cinese potrebbe scalzare a lungo andare la posizione russa. Le possibili frizioni di un tale processo non possono che suscitare le preoccupazioni degli Stati che sono protagonisti e allo stesso tempo oggetto di tali dinamiche.[/box]

    Matteo Zerini

    Laureato magistrale in Relazioni Internazionali presso la Statale di Milano, frequento ora il master Science & Security presso il King’s College di Londra. Mi interesso soprattutto di quanto avviene in Europa orientale, Russia in particolare, e di disarmo e proliferazione, specie delle armi di distruzione di massa.

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