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    Ndrangheta s.p.a. – Radici arcaiche e tradizioni senza tempo (I)

    In breve

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 5 min.

    E’ il 18 novembre 2014, nei tg nazionali compaiono diversi servizi con questo titolo “Ndrangheta, 40 in manette: per la prima volta la D.D.A. di Milano filma i rituali di affiliazione”.

    Le immagini sembrano proiettarci in un mondo arcaico, misterioso ed anacronistico che pensavamo definitivamente estintosi in nome del progresso e della tecnologia. E invece è più che mai vivo, scorre negli interstizi reconditi della nostra società democratica, corrode senso civico ed identità comunitarie per affermarsi con violenza ed omertà. Cominciamo qui un viaggio all’interno di una delle organizzazioni criminali più potenti al mondo, orientandoci nei meandri dei suoi gangli vitali e cercando di comprendere il segreto della sua longevità.

    LA STRUTTURA DELLA NDRANGHETA – La mole ingente dei dati investigativi accumulati negli anni ha permesso di riconoscere nella Ndrangheta una struttura unitaria gerarchicamente organizzata, ove le decisioni vengono assunte dal vertice nel rispetto rigoroso di regole e procedure, lasciando alle articolazioni esterne delimitati margini di autonomia territoriale.
    Partiamo dalle ndrine: sono associate a singoli nuclei familiari legati tra loro da vincoli di sangue che ne esaltano la coesione e rendono estremamente difficile il fenomeno del pentitismo in quanto distacco definitivo da un contesto, prima ancora che criminale-economico, affettivo e totalizzante. In questa rete di relazioni tradizionali non sono infatti rari i matrimoni tra appartenenti a ndrine diverse: la cosiddetta “endogamia di ceto” possiede tuttora un alto valore simbolico, utile a saldare i rapporti tra famiglie, a porre fine a conflitti e costituire occasioni per riunioni di alto livello.
    Cellula fondamentale della organizzazione è la locale (non necessariamente coincidente con una precisa area amministrativa): più ndrine nella stessa zona possono formare “la locale” purchè raggiungano il requisito di almeno quarantanove affiliati. Ogni locale ha:

    • un capo bastone che dirige ed organizza tutta l’attività criminale (affiliazioni e promozioni comprese) e può autorizzare la creazione di ndrine distaccate quando affiliati allo stesso locale chiedano di costituire unità supplementari, organiche ad esso ma non necessariamente fondate sul vincolo di sangue;
    • un contabile che gestisce le finanze e provvede al sostegno delle famiglie dei carcerati attingendo dal fondo comune (detto “bacinetta”);
    • un crimine responsabile della pianificazione ed esecuzione delle attività illecite;
    • un mastro di giornata, portavoce del capo e responsabile della sua sicurezza personale.

    Le prime tre cariche formano la “copiata”, terna di nomi con cui può farsi riconoscere ogni affiliato che si presenti in una “locale” diversa dalla propria. Ogni locale si caratterizza per una divisione interna in “società maggiore” (organo decisionale costituito da almeno sette affiliati con il grado di “santista”) e “società minore”, gerarchicamente legata alla prima. Anche qui sono presenti figure specifiche:

    • il capo giovani comanda la società minore e detiene la “mezza”, l’autorizzazione a conferire direttamente col capo bastone;
    • il puntaiolo vigila sul comportamento dei giovani affiliati;
    • il picciotto di giornata ha le stesse funzioni, al suo livello, del mastro di giornata.

    Locali e ndrine distaccate operano all’interno dei mandamenti che insistono nelle tre macro-aree del territorio provinciale reggino (“ionica”, “tirrenica”, “centro”). Al vertice si colloca infine la struttura denominata provincia, governata dal capo crimine.
    La suddivisione in locali e ndrine si replica in ogni ramificazione territoriale della Ndrangheta, sia dentro che fuori i confini nazionali; seppur dotate di una certa autonomia operativa, le cellule periferiche sono inquadrate nell’organigramma rispondendo all’organismo di vertice reggino senza possibilità di alternative.

    Cosche della Ndrangheta operanti nella provincia di Reggio Calabria
    Cosche della Ndrangheta operanti nella provincia di Reggio Calabria

    I GRADI DEGLI AFFILIATI – Nella gerarchia dei ruoli si parte dal giovane d’onore, titolo assegnato per diritto di sangue ai figli degli ndranghetisti; crescendo si arriva al primo vero gradino della carriera, il picciotto d’onore, mero esecutore di ordini con dovere di cieca obbedienza agli altri gradi della cosca. Dopo un tirocinio più o meno lungo gli affiliati più affidabili divengono camorristi o, in caso di incarichi di rilievo, sgarristi, ultimo grado della società minore. Della società maggiore fanno parte il santista, il vangelo (il mafioso presta giuramento di fedeltà mettendo una mano sulla copia del Vangelo), il quartino, il trequartino, fino ad arrivare al padrino, grado apicale che contraddistingue una esigua oligarchia. Chi non fa parte della Ndrangheta viene definito contrasto (o in modo spregiativo ‘mpami, riferendosi ai confidenti delle forze di polizia ed ai cittadini che denunciano), mentre i collaboratori esterni sono chiamati contrasti onorati: questi rappresentano quell’area di contiguità o di consenso che rende l’organizzazione particolarmente pervasiva sul territorio. Nella tradizione criminale la Ndrangheta è rappresentata dall’albero della scienza, una grande quercia alla cui base è collocato il capo bastone, il tronco in qualità di colonna portante rappresenta gli sgarristi, i rami più grandi sono i camorristi mentre i ramoscelli sono i picciotti. Le foglie sui rami sono i contrasti onorati mentre quelle che cadono i traditori destinati a morire. In ragione di questa rappresentazione allegorica il grado nel gergo si chiama anche “fiore”.

    I RITI DI INIZIAZIONE – Il rito viene comunemente denominato “rimpiazzo” o “taglio della coda”: nel linguaggio dell’onorata società si dice infatti che il contrasto onorato camminando sollevi polvere, per cui il taglio della coda renda i suoi passi invisibili, come se stesse camminando su un tappeto di erba e fiori. L’affiliazione è detta “di ferro, fuoco e catene”, dove il ferro si riferisce al pugnale, il fuoco alla candela che brucia l’immagine sacra e le catene al carcere, in quanto prima o poi ogni membro proverà lo “scrusciu di catini”, ovvero il rumore delle catene ai polsi. Il “battesimo” avviene con un rito preciso (per i figli degli appartenenti al compimento del loro quattordicesimo anno di età), nel quale il mafioso che presenta il novizio garantisce con la vita e l’affiliazione dura per sempre. Poiché la Ndrangheta si presenta come una sintesi di sacro e profano, nella quale le finalità illecite vengono ammantate da un alone di sacralità religiosa, ogni grado fino al livello di santista, ha un riferimento religioso che si identifica con un santo protettore (per il picciotto è Santa Liberata, per il camorrista Santa Nunzia, per gli sgarristi Santa Elisabetta). Non mancano poi i riferimenti ad alcune figure storiche della Massoneria italiana, presunta o accertata, a rimarcare il ruolo di “stato parallelo” a cui ambisce l’organizzazione.

    Gianni Cavallo

    [box type=”shadow” align=”aligncenter” ]Un chicco in più

    Le cartine qui mostrate provengono dai materiali preparatori della Relazione conclusiva della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare e sono liberamente consultabili insieme ad approfonditi documenti di studio presso il sito del Senato.

    L’operazione Insubria, che ha portato a 40 arresti, ha anche scoperto un antico rito di affiliazione fino a poco tempo fa sconosciuto. Come approfondimento, suggeriamo il video dell’intercettazione (ora liberamente disponibile):

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    Foto: Eneas

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    Gianni Cavallo
    Gianni Cavallo

    Ufficiale dei Carabinieri dal 2004, laureato in Fisica presso l’Università “La Sapienza” di Roma con una tesi in astrofisica sulle polveri interstellari, attualmente laureando in “Scienza della sicurezza interna ed esterna” presso l’Università “Tor Vergata” di Roma con una tesi in diritto internazionale sulla questione di legittimità dell’attacco armato contro l’Isis in Siria ed Iraq. Passioni tante (viaggi, pittura, teatro, letture, musica tutta…dai Prodigy a Beethoven…e poi quella sottile vena di masochismo che mi porta per il calcio a tifare Roma), sempre in lotta con l’orologio e spesso con la valigia in mano, accompagnato da una profonda curiosità che mi fa sentire un po’ bambino un po’ scienziato. Se è vero che “la verità ama mascherarsi”, a me piace inseguire i suoi passi e cambiarmi d’abito, per raccogliere di volta in volta le sue confidenze dai volti che incontro, che osservo e che ascolto.
    Il contenuto dei miei articoli rispecchia le mie opinioni personali e non è in alcun modo riconducibile alle posizioni espresse dall’Arma dei Carabinieri.

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    9 Commenti

    1. Grazie della risposta, Gianni. Condivido la tua analisi, sarebbe molto importante che anche la ‘Ndrangheta avesse il suo Saviano, capace di farla conoscere al grande pubblico.
      A questo proposito, ho trovato molto bello il libro “Contrada Armacà” scritto dal giornalista dell’Espresso Gianfranco Turano, incentrato sulla ‘ndrangheta reggina. Se non l’hai letto, mi permetto di consigliartelo. Grazie ancora e buon Natale a tutti.

    2. In merito alle cartine geografiche, visto il taglio divulgativo dell’articolo e la sua veste grafica, sarebbe stato impossibile allegare delle mappe in scala ridotta con l’elenco completo di tutti i sodalizi di interesse investigativo (come hai detto anche tu…sono molti di più purtroppo!), quindi si è cercato il miglior compromesso possibile tra informazione e fruibilità, senza appesantire troppo il documento.  Dalle tue osservazioni comunque deduco che il fine che ci eravamo prefissati è stato raggiunto, ovvero solleticare la curiosità dell’uditorio su di un fenomeno criminale così pervasivo ed invogliarlo a continuare ad informarsi, ad aggiornarsi, a valutare in modo più critico e globale le notizie di cronaca. Quindi, grazie del tuo contributo!

    3. Ciao Davide,
      innanzitutto niente formalità tra di noi quindi, se non ti crea problemi,
      diamoci del tu.
      Per quanto
      concerne  l’appeal mediatico della ‘ndrangheta, la mia opinione personale
      (che peraltro si conforma a quella di molti altri colleghi e studiosi del
      settore) è che l’organizzazione sia particolarmente abile nel perseguire una precisa strategia di
      “occultamento” delle proprie gesta. Meno clamore possibile vuol dire
      meno controlli, meno presenza sul territorio delle forze dell’ordine, meno
      allarme sociale, più libertà di movimento di persone e “merci” (ci
      saranno almeno un paio di prossimi articoli sulle fonti di “reddito”
      delle cosche). Episodi come l’omicidio di Francesco Fortugno, il vice
      presidente del Consiglio Regionale calabrese brutalmente assassinato a Locri il
      16 ottobre del 2005, o la stessa “strage di
      ferragosto” avvenuta a Duisburg in Germania il 15 agosto 2007
      nell’ambito della cosiddetta “faida di San Luca” tra le ndrine dei
      Nirta-Strangio e quelle dei Pelle-Vottari, rappresentano di per sè dei
      frammenti isolati nell’ambito di una più articolata strategia di controllo del
      territorio in termini di potere, lucro e rivendicazione del “blasone”
      criminale, diciamo così. La ‘ndrangheta ha nella sua impermeabilità
      familistica il suo caposaldo più forte, e figure di rilievo che abbiano
      abbracciato la scelta del pentitismo non ve ne sono state (a differenza di
      camorra e mafia). Nè, ad oggi, la pur vasta letteratura in materia annovera tra
      le sue fila un best seller come “Gomorra”, che tanta
      inaspettata ed indesiderata visibilità ha dato al clan dei
      Casalesi (a tal proposito è tuttora in corso un processo presso il
      Tribunale di Napoli che, il 10 novembre 2014, ha assolto in primo grado “per non aver
      commesso il fatto” i boss Antonio Iovine e Francesco
      Bidognetti per le presunte minacce ai giornalisti Roberto Saviano e Rosaria
      Capacchione). In quanto alla tv, ricordo ad esempio sulla
      mafia trasmissioni intere condotte da Maurizio Costanzo e un
      giovane Michele Santoro con ospite un “certo” Giovanni Falcone,
      la cui brillante capacità di illustrare fenomeni tanto complessi era pari
      alla sua inarrivabile competenza giuridica. Come vedi, non è che
      manchi il materiale per affrontare la questione anche a livello mediatico,
      ma ancora una volta “cui prodest”? E soprattutto, in questo
      momento storico, c’è la giusta sensibilità da parte del pubblico? Ardisco una
      risposta, forse le “tangentopoli politiche” monopolizzano
      completamente l’attenzione degli utenti, e riconoscere che il fenomeno
      corruttivo non sia slegato ma anzi, spesso, si saldi con quello mafioso
      integrandone la fattispecie dal punto di vista penale e, in senso più estensivo, “socio-culturale”…beh forse ci vuole una maggiore attenzione per
      percepirlo, una maggiore curiosità per affrontarlo, una migliore capacità
      espositiva non solo degli addetti ai lavori per divulgarlo. Sono stato prolisso
      e forse contorto, me ne scuso. Grazie per l’attenzione.

    4. Leggo solo ora delle sue credenziali professionali, Capitano…beh, che dire… da semplice appassionato di storia della criminalità organizzata, è un onore confrontarsi con lei.  A questo punto, mi permetto di approfittarne per farle una domanda…ma secondo lei, cosa impedisce alla ‘Ndrangheta di sfondare dal punto di vista dell’impatto mediatico? Ha una complessità di riti, regole, struttura, un’espansione, che le altre forme di criminalità organizzate se le sognano eppure fanno più audience i clan camorristici che si aggregano, disgregano, azzuffano in continuazione per gli affari di un budello di strada di periferia che non i traffici globali delle ‘ndrine principali. 
      Da cosa dipende secondo lei?

      Grazie dell’eventuale risposta, Capitano e in bocca al lupo per la sua affascinante carriera.

    5. Mi permetto di segnalarvi che la prima cartina non è relativa all’intera provincia reggina (sarebbe una gran cosa avere “solo” 20-30 ‘ndrine contro cui lottare nell’epicentro mondiale del fenomeno) ma solo all’area Tirrenica (che non si chiama “Mandamento”, termine riferibile alla sola struttura di Cosa Nostra e che gli ‘ndranghetisti non utilizzano mai). Infatti mancano tutte le ‘ndrine della Jonica (quelle di Siderno, Africo, Locri, le aspromontane ecc.) e tutte quelle del Centro (Reggio Calabria città e zone limitrofe).
      Ad ogni modo, un ottimo articolo: magari si riuscisse a parlare di ‘Ndrangheta sempre con questa qualità.
      L’incapacità nel raccontarla da parte dei giornalisti italiani ha fatto tanti, tantissimi danni nella lotta contro l’organizzazione mafiosa calabrese: oggi ci ritroviamo dentro casa una holding internazionale del crimine dal potere immane e dalle ramificazioni vastissime in tutte il mondo, dal Canada all’Australia, e non sappiamo da che verso prenderla.

      Saluti, Davide.

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