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martedì 27 Luglio 2021

Ndrangheta s.p.a. – Radici arcaiche e tradizioni senza tempo (I)

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E’ il 18 novembre 2014, nei tg nazionali compaiono diversi servizi con questo titolo “Ndrangheta, 40 in manette: per la prima volta la D.D.A. di Milano filma i rituali di affiliazione”.

Le immagini sembrano proiettarci in un mondo arcaico, misterioso ed anacronistico che pensavamo definitivamente estintosi in nome del progresso e della tecnologia. E invece è più che mai vivo, scorre negli interstizi reconditi della nostra società democratica, corrode senso civico ed identità comunitarie per affermarsi con violenza ed omertà. Cominciamo qui un viaggio all’interno di una delle organizzazioni criminali più potenti al mondo, orientandoci nei meandri dei suoi gangli vitali e cercando di comprendere il segreto della sua longevità.

LA STRUTTURA DELLA NDRANGHETA – La mole ingente dei dati investigativi accumulati negli anni ha permesso di riconoscere nella Ndrangheta una struttura unitaria gerarchicamente organizzata, ove le decisioni vengono assunte dal vertice nel rispetto rigoroso di regole e procedure, lasciando alle articolazioni esterne delimitati margini di autonomia territoriale.
Partiamo dalle ndrine: sono associate a singoli nuclei familiari legati tra loro da vincoli di sangue che ne esaltano la coesione e rendono estremamente difficile il fenomeno del pentitismo in quanto distacco definitivo da un contesto, prima ancora che criminale-economico, affettivo e totalizzante. In questa rete di relazioni tradizionali non sono infatti rari i matrimoni tra appartenenti a ndrine diverse: la cosiddetta “endogamia di ceto” possiede tuttora un alto valore simbolico, utile a saldare i rapporti tra famiglie, a porre fine a conflitti e costituire occasioni per riunioni di alto livello.
Cellula fondamentale della organizzazione è la locale (non necessariamente coincidente con una precisa area amministrativa): più ndrine nella stessa zona possono formare “la locale” purchè raggiungano il requisito di almeno quarantanove affiliati. Ogni locale ha:

  • un capo bastone che dirige ed organizza tutta l’attività criminale (affiliazioni e promozioni comprese) e può autorizzare la creazione di ndrine distaccate quando affiliati allo stesso locale chiedano di costituire unità supplementari, organiche ad esso ma non necessariamente fondate sul vincolo di sangue;
  • un contabile che gestisce le finanze e provvede al sostegno delle famiglie dei carcerati attingendo dal fondo comune (detto “bacinetta”);
  • un crimine responsabile della pianificazione ed esecuzione delle attività illecite;
  • un mastro di giornata, portavoce del capo e responsabile della sua sicurezza personale.

Le prime tre cariche formano la “copiata”, terna di nomi con cui può farsi riconoscere ogni affiliato che si presenti in una “locale” diversa dalla propria. Ogni locale si caratterizza per una divisione interna in “società maggiore” (organo decisionale costituito da almeno sette affiliati con il grado di “santista”) e “società minore”, gerarchicamente legata alla prima. Anche qui sono presenti figure specifiche:

  • il capo giovani comanda la società minore e detiene la “mezza”, l’autorizzazione a conferire direttamente col capo bastone;
  • il puntaiolo vigila sul comportamento dei giovani affiliati;
  • il picciotto di giornata ha le stesse funzioni, al suo livello, del mastro di giornata.

Locali e ndrine distaccate operano all’interno dei mandamenti che insistono nelle tre macro-aree del territorio provinciale reggino (“ionica”, “tirrenica”, “centro”). Al vertice si colloca infine la struttura denominata provincia, governata dal capo crimine.
La suddivisione in locali e ndrine si replica in ogni ramificazione territoriale della Ndrangheta, sia dentro che fuori i confini nazionali; seppur dotate di una certa autonomia operativa, le cellule periferiche sono inquadrate nell’organigramma rispondendo all’organismo di vertice reggino senza possibilità di alternative.

Cosche della Ndrangheta operanti nella provincia di Reggio Calabria
Cosche della Ndrangheta operanti nella provincia di Reggio Calabria

I GRADI DEGLI AFFILIATI – Nella gerarchia dei ruoli si parte dal giovane d’onore, titolo assegnato per diritto di sangue ai figli degli ndranghetisti; crescendo si arriva al primo vero gradino della carriera, il picciotto d’onore, mero esecutore di ordini con dovere di cieca obbedienza agli altri gradi della cosca. Dopo un tirocinio più o meno lungo gli affiliati più affidabili divengono camorristi o, in caso di incarichi di rilievo, sgarristi, ultimo grado della società minore. Della società maggiore fanno parte il santista, il vangelo (il mafioso presta giuramento di fedeltà mettendo una mano sulla copia del Vangelo), il quartino, il trequartino, fino ad arrivare al padrino, grado apicale che contraddistingue una esigua oligarchia. Chi non fa parte della Ndrangheta viene definito contrasto (o in modo spregiativo ‘mpami, riferendosi ai confidenti delle forze di polizia ed ai cittadini che denunciano), mentre i collaboratori esterni sono chiamati contrasti onorati: questi rappresentano quell’area di contiguità o di consenso che rende l’organizzazione particolarmente pervasiva sul territorio. Nella tradizione criminale la Ndrangheta è rappresentata dall’albero della scienza, una grande quercia alla cui base è collocato il capo bastone, il tronco in qualità di colonna portante rappresenta gli sgarristi, i rami più grandi sono i camorristi mentre i ramoscelli sono i picciotti. Le foglie sui rami sono i contrasti onorati mentre quelle che cadono i traditori destinati a morire. In ragione di questa rappresentazione allegorica il grado nel gergo si chiama anche “fiore”.

I RITI DI INIZIAZIONE – Il rito viene comunemente denominato “rimpiazzo” o “taglio della coda”: nel linguaggio dell’onorata società si dice infatti che il contrasto onorato camminando sollevi polvere, per cui il taglio della coda renda i suoi passi invisibili, come se stesse camminando su un tappeto di erba e fiori. L’affiliazione è detta “di ferro, fuoco e catene”, dove il ferro si riferisce al pugnale, il fuoco alla candela che brucia l’immagine sacra e le catene al carcere, in quanto prima o poi ogni membro proverà lo “scrusciu di catini”, ovvero il rumore delle catene ai polsi. Il “battesimo” avviene con un rito preciso (per i figli degli appartenenti al compimento del loro quattordicesimo anno di età), nel quale il mafioso che presenta il novizio garantisce con la vita e l’affiliazione dura per sempre. Poiché la Ndrangheta si presenta come una sintesi di sacro e profano, nella quale le finalità illecite vengono ammantate da un alone di sacralità religiosa, ogni grado fino al livello di santista, ha un riferimento religioso che si identifica con un santo protettore (per il picciotto è Santa Liberata, per il camorrista Santa Nunzia, per gli sgarristi Santa Elisabetta). Non mancano poi i riferimenti ad alcune figure storiche della Massoneria italiana, presunta o accertata, a rimarcare il ruolo di “stato parallelo” a cui ambisce l’organizzazione.

Gianni Cavallo

[box type=”shadow” align=”aligncenter” ]Un chicco in più

Le cartine qui mostrate provengono dai materiali preparatori della Relazione conclusiva della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare e sono liberamente consultabili insieme ad approfonditi documenti di studio presso il sito del Senato.

L’operazione Insubria, che ha portato a 40 arresti, ha anche scoperto un antico rito di affiliazione fino a poco tempo fa sconosciuto. Come approfondimento, suggeriamo il video dell’intercettazione (ora liberamente disponibile):

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Foto: Eneas

Gianni Cavallo
Gianni Cavallo

Ufficiale dei Carabinieri dal 2004, laureato in Fisica presso l’Università “La Sapienza” di Roma con una tesi in astrofisica sulle polveri interstellari, attualmente laureando in “Scienza della sicurezza interna ed esterna” presso l’Università “Tor Vergata” di Roma con una tesi in diritto internazionale sulla questione di legittimità dell’attacco armato contro l’Isis in Siria ed Iraq. Passioni tante (viaggi, pittura, teatro, letture, musica tutta…dai Prodigy a Beethoven…e poi quella sottile vena di masochismo che mi porta per il calcio a tifare Roma), sempre in lotta con l’orologio e spesso con la valigia in mano, accompagnato da una profonda curiosità che mi fa sentire un po’ bambino un po’ scienziato. Se è vero che “la verità ama mascherarsi”, a me piace inseguire i suoi passi e cambiarmi d’abito, per raccogliere di volta in volta le sue confidenze dai volti che incontro, che osservo e che ascolto.
Il contenuto dei miei articoli rispecchia le mie opinioni personali e non è in alcun modo riconducibile alle posizioni espresse dall’Arma dei Carabinieri.

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