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    Le mille tessere del puzzle

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    Il Giro del Mondo in 30 Caffè – Dieci mesi di rivolte e più di 5.000 vittime civili accertate dalle Nazioni Unite. Questi sono i dati più allarmanti di un Paese ancora lontano da una possibile pacificazione. Uno scenario complicato dalla mancanza di volontà del Presidente Bashar al-Assad di abbandonare il potere e dall'importanza strategica della Siria nello scacchiere mediorientale. Damasco si trova a dover affrontare una nuova rivolta – diversa nel contesto e nelle motivazioni dalla precedente del 1982 – che mina la stabilità nazionale interna e regionale. Ogni variabile sembra essere la tessera di un puzzle complicatissimo

    IL CAOS INTERNO E LA PAURA DEL TERRORISMO – La rivolta siriana, nata come rivolta sociale dei contadini contro il regime per la democrazia, ha sempre più assunto negli ultimi mesi la forma di una rivolta sunnita o guidata dai sunniti contro l'establishment alawita. Le principali piazze coinvolte sono state Homs, Hama, Dara'a, Banyas, Iblid, Dair az-Zor, Latakia, Qamishli, Aleppo e la stessa Damasco, in cui recentemente le proteste sono aumentate e sfociate in vere e proprie rivolte armate. Pur in un momento di gran difficoltà, il regime ha il vantaggio di trovarsi contro un' opposizione molto variegata e poco coesa: dalla resistenza locale guidata dai Fratelli Musulmani e dai curdi nelle città del Nord, passando per il Free Syrian Army, attivo ai confini con la Turchia, e per il Consiglio Nazionale Siriano (CNS) presieduto da Burhan Ghalioun e ospitato ad Istanbul ad, infine, il Comitato di Coordinamento Nazionale (CCN) guidato da Hassan Abdul Hazim. In particolare, gli attriti tra le ultime due sigle rendono di fatto le opposizioni litigiose e poco unite fornendo, perciò, un elemento di protezione al regime. Questa situazione di frammentarietà e complessiva destabilizzazione, fa si che la Siria possa somigliare sempre più al vicino iracheno. Un chiaro esempio di ciò sono gli attentati kamikaze del 23 dicembre e del 6 gennaio scorso a Damasco. L'esplosione di due autobombe ha prodotto diverse decine di morti e centinaia di feriti civili. La tipologia degli attacchi è molto simile a quella attuata in Iraq e, anche se il governo ha attribuito le responsabilità ad al-Qaeda, nessuna sigla del network terroristico ha mai rivendicato la paternità degli attentati. Questa ipotesi è stata smentita con prontezza anche dalle cosiddette “Brigate di Abdullah Azzam”, gruppo terroristico legato ad “al-Qaeda”, attivo soprattutto nel Sud del Libano, ritenuti coinvolti nei recenti eventi. Inoltre numerosi giornalisti (come l’italiano Lorenzo Trombetta), analisti e attivisti hanno messo in dubbio la veridicità della versione del governo: le immagini, le ferite e i corpi non sembrano compatibili con il tipo di esplosione e si moltiplicano le accuse al regime di aver fabbricato ad arte l’evento o di essere esso stesso dietro agli attentati. Essendo impossibile una verifica indipendente sul posto nessuna versione può essere verificata, tuttavia l’establishment alawita ha ripetutamente alimentato lo spauracchio qaedista, spiegando come l’instabilità del Paese sia da imputare “all’opera di poche centinaia di criminali e terroristi, al soldo di forze straniere che tenterebbero di rovesciare un governo legittimo”. I dubbi contribuiscono però a ridurre l’efficacia di questo tipo di messaggio.

    CONFUSIONE ANCHE SUL FRONTE REGIONALE – Tra alleati che scarseggiano e sempre più nemici alle porte, il regime di Damasco si ritrova sempre più isolato nel delicato puzzle di alleanze politiche regionali. Allo stato attuale, solo Iran ed Hezbollah in Libano supportano, indefessamente, il regime alawita. Uno ad uno, e in base ad una serie di motivazioni politiche di varia natura, gli alleati del calibro di Hamas, della Turchia, della Cina e della Russia stanno sempre più smarcandosi dallo scomodo appoggio a Damasco per supportare, piuttosto, un regime change il meno cruento possibile. In particolare, Pechino e Mosca, sebbene abbiano posto un veto alla possibilità di introdurre “misure mirate” contro il regime di Assad – tra queste erano contemplate sanzioni economiche e/o interventi di tipo militare, come ad esempio una “no fly zone” sullo stile libico –, sarebbero disponibili ad un cambio al vertice per evitare possibili nuovi casi “Libia” in un’area tradizionalmente strategica per entrambi. Il Cremlino sta in effetti cercando di convincere Assad a cedere il comando a Faruk al-Shaaral, Vice Presidente siriano. Medesimo ragionamento viene portato avanti anche da Ankara che, riconoscendo la legittimità dell'opposizione, è sempre più intenzionata ad ergersi quale modello regionale, anche a costo della rottura con la Siria. Tuttavia, i rischi connessi con un regime change sono elevati e potrebbero dal luogo a “nuovi” conflitti armati nella regione. D'altra parte, non è escluso che l’attuale crisi possa degenerare in una vera e propria guerra civile che riprodurrebbe in Siria lo scenario iracheno del dopo Saddam Hussein, con ripercussioni per l’intera regione.

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    I TIMORI DI UN’ALTRA “LIBIA” – Anche l'opzione-intervento armato per ora sembra esser scartata dalla Comunità Internazionale, in Siria più che in Libia, a causa degli alti rischi in termini stabilità e sicurezza. Infatti, sia gli USA, sia i Paesi arabi stanno attuando una serie di ritorsioni economiche,  nella speranza che nel breve periodo possano rivelarsi una strategia vincente. Da quando sono entrate in vigore le nuove sanzioni sul petrolio siriano, il regime perde circa 400 milioni di dollari al mese e la situazione di isolamento politico-diplomatico ha reso necessario la richiesta di prestiti ad Iran, Iraq e Venezuela. Volendo, dunque, scongiurare qualsiasi ipotesi militare, anche gli alleati di Damasco sembrerebbero essere d'accordo nel perseguire la strada della diplomazia, pur non condividendo fino la strategia dell'inasprimento delle sanzioni economiche. Ma per giungere ad un cambio al vertice esiste un’istituzione internazionale o regionale in grado di portare a termine questa transizione? La Lega Araba non pare avere questa forza, come neanche l’ONU o gli Stati Uniti – impegnati su più fronti dall'Iran alla Cina –, tanto meno una coalizione di Stati europei a guida franco-britannica. Forse l’unico organismo in grado di incidere sulla crisi siriana potrebbe essere il Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) – in cui un ruolo sempre maggiore sta assumendo il Qatar – che, seguendo gli esempi di Tunisia ed Egitto, potrebbe assicurare alle forze di opposizione la guida della “nuova Siria” e, al contempo, garantire un salvacondotto ad Assad e a tutta la sua famiglia. Ad ogni modo, le certezze sono davvero poche e il cammino da seguire per giungere ad una soluzione non sarà privo di insidie e né avverrà in tempi brevi. Giuseppe Dentice redazione@ilcaffegeopolitico.net

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    Il Caffè Geopolitico è una Associazione di Promozione Sociale. Dal 2009 parliamo di politica internazionale, per diffondere una conoscenza accessibile e aggiornata delle dinamiche geopolitiche che segnano il mondo che ci circonda.

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