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    La notizia dell’ottenimento da parte della Serbia dello status di Paese candidato all’ingresso nell’UE non è certo delle più fresche, ma il lavoro più importante, sia per l’UE che per Belgrado, è cominciato proprio nel pomeriggio dell’1 marzo, a seguito di questo primo grande evento. Ed ora, come sostiene Jelko Kacin, europarlamentare sloveno e relatore sulla Serbia al Parlamento Europeo, è ragionevole aspettarsi che la Serbia ottenga una data per l'avvio del negoziato di adesione alla Ue nel vertice europeo del prossimo dicembre, con i colloqui che potrebbero cominciare all'inizio del 2013. Ma quella dell’ingresso nell’Unione è solo una delle questioni sul tavolo dei lavori del Governo serbo, tra le altre troviamo il gasdotto South Stream e gli armamenti nella ragione balcanica

    UNO SGUARDO ALL’UNIONE… – Quando la notizia è giunta nel Paese, le reazioni di giubilo sono state ben più contenute tra la gente comune che non tra gli apparati di governo: il popolo di una Nazione che è reduce da poco più di un decennio da guerre ed embarghi, ed ora lanciata nella propria ricostruzione e nell’ammodernamento, è interessato più al ritorno economico che ai successi simbolici. Certo una cauta soddisfazione non è mancata, ma sono ben altri i risultati attesi dai Serbi. Da parte del Governo Tadic tutt’altro tipo di reazioni; secondo il ministro per il Kosovo e Metohija Goran Bogdanović “l’ottenimento della candidatura UE dimostra che si può condurre allo stesso tempo una politica pro-europea e una politica che difenda gli interessi statali e nazionali senza rinunciare a parti del proprio territorio”. Sicuramente la questione kosovara sarà uno dei temi più importanti tra le condizioni imposte dall’UE per la definitiva adesione serba: improbabile che si chiederà il riconoscimento del Kosovo, ma un miglioramento delle relazioni tra i due Stati sarà un requisito strettamente necessario per il successo dei negoziati serbo-europei; se l’Unione vorrà gestire efficacemente questa adesione, dovrà infatti trarre insegnamento dalla lezione ricevuta da Cipro e le sue relazioni con la Turchia (un ostacolo formidabile per l’ingresso di quest’ultimo Paese nell’UE), pena il rischio di trovarsi una penisola balcanica inglobata solo in parte nell’organizzazione regionale (i membri UE godono del potere di veto in tema di ammissioni dei nuovi membri). Altre condizioni imposte alla Serbia saranno sicuramente l’ottenimento di risultati nella lotta alla criminalità, interna ed internazionale, i rapporti di indipendenza tra esecutivo e giudiziario, nonché la sicurezza dello Stato di diritto.

    UNO ALLA SITUAZIONE INTERNA… – Insomma saranno richieste alla Serbia numerose riforme, ed è proprio per l’esigenza di riformare il Paese che Tadic si è dimesso anticipatamente per andare a nuove elezioni il 6 maggio, stessa data delle elezioni amministrative e legislative. La volontà di evitare un permanente stato di campagna elettorale è stato appunto addotto da Tadic come motivo delle proprie dimissioni, così che il futuro Governo possa lavorare in tutta tranquillità nella formulazione delle prossime importanti misure. È stato senza dubbio un atto di grande responsabilità quello dimostrato dal presidente, ma il riscontro tra le persone tarda a palesarsi: i sondaggi danno un testa a testa tra Tadic (presidente del Partito democratico) e Nikolic (leader dei conservatori del Partito del progresso serbo), i due favoriti nella corsa alla carica di presidente; ci sono poi altre 10 candidature, con aspiranti presidenti per ogni gusto degli elettori serbi, dai candidati delle minoranze ungheresi e musulmane passando per quelli di socialisti e liberaldemocratici fino ad arrivare all’ultranazionalista Jadranka Seselj, moglie di Vojislav Seselj, quest’ultimo sotto processo al Tribunale Penale Internazionale per crimini di guerra. Una corsa serrata, dunque, ed il cui risultato non mancherà di incidere sul dialogo con l’UE da una parte e con il resto della penisola balcanica dall’altra.

    ED UNO AI BALCANI – Nell’area balcanica la parola d’ordine è ora “cooperazione”: cooperazione energetica, ma anche cooperazione in tema di disarmo. Il 12 aprile si è tenuto a Belgrado un importante incontro di ministri della difesa e delegazioni militari dei Paesi SEECP (SouthEast European Cooperation Process), il cui punto di discussione principale è stato l’accrescimento della cooperazione regionale. Il ministro serbo Dragan Sutanovac ha affermato che l’integrazione europea è l’obiettivo strategico della Serbia e che la cooperazione regionale è uno dei pilastri della politica estera di Belgrado; al meeting si è dunque discusso di riduzione degli armamenti, così da continuare sulla strada della stabilizzazione della zona, con l’approccio pragmatico derivante dalla presa in considerazione della situazione di ogni singolo Paese. Sul fronte della cooperazione energetica l’incontro tra i ministri BSEC (Black Sea Economic Cooperation) ha avuto luogo l’11 aprile sempre a Belgrado; scopo dell’incontro l’intensificazione del dialogo in tema di approvvigionamento energetico e, logica conseguenza, infrastrutture… Infrastrutture come South Stream, il gasdotto che, passando dal Mar Nero, giungerà nei Balcani e qui si dividerà in due rami, quello meridionale che attraverso Grecia e canale di Otranto terminerà in Italia, e quello settentrionale che arriverà in Austria. E se l’Austria è la destinazione, la Serbia è tappa obbligata: il tratto di gasdotto che transiterà per la repubblica slava coprirà tra i 415 e i 440 km per un investimento di circa 1,7 miliardi di euro. A detta di Petar Skundric, consigliere energetico del Governo di Belgrado, i lavori di questo tratto cominceranno tra novembre e dicembre prossimi. Una data importante del cammino della Serbia verso l’indipendenza dai volubili rapporti Mosca-Kiev.

    Matteo Zerini redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Matteo Zerini

    Laureato magistrale in Relazioni Internazionali presso la Statale di Milano, frequento ora il master Science & Security presso il King’s College di Londra. Mi interesso soprattutto di quanto avviene in Europa orientale, Russia in particolare, e di disarmo e proliferazione, specie delle armi di distruzione di massa.

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