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    La “Primavera Araba” ha cambiato il volto della sponda meridionale del Mar Mediterraneo tanto da costringere il mondo, ma soprattutto l’Europa, a rivedere le proprie relazioni con essa. Non sfugge a tali logiche l’Italia che anzi, per la sua posizione geografica, si trova ad essere uno dei paesi che più da vicino deve fare i conti con la nuova situazione geopolitica. Volendo individuare i punti principali di quella che è la nuova realtà, non possiamo prescindere da tre aspetti fondamentali: i rapporti bilaterali, la sicurezza internazionale e le prospettive di sviluppo

     

    Articolo pubblicato in occasione della Conferenza/Dibattito “L’Italia e il mondo nuovo”, @LiquidLab – Firenze, Novoli 10 maggio ore 10-13 – http://www.liquidlab.it/eventi/litalia-e-il-mondo-nuovo/

     

    UNO O TANTI? – Inutile illudersi del contrario: per quanto possa risultare ostico da accettare, il fatto di poter trattare con un solo interlocutore risulta più facile del farlo con tanti. I regimi dittatoriali che reggevano Tunisia, Libia ed Egitto costituivano paradossalmente le migliori interfacce per paesi come il nostro, poiché non rendevano necessario districarsi tra le complessità politiche e sociali di tali paese: bastava prendere accordi con la fazione dominante e questo assicurava che l’interscambio commerciale, gli accordi energetici o gli investimenti potessero godere di stabilità e, di solito, anche un lungo periodo di validità. Ovviamente a patto di “sorvolare” sui problemi di libertà, democrazia e rispetto dei diritti umani…

     

    Ora che invece non è più possibile contare sugli accordi passati, risulta necessaria un’accurata opera diplomatica per ricostruire (a volte quasi da zero) la rete di contatti che sono necessari per conservare gli interessi nazionali.

     

    –          Cercando di allontanare il marchio di “amici del passato regime”, ed evitare così di essere ostracizzati. Fortunatamente i nuovi governi/coalizioni sanno di avere bisogno di investimenti esteri e questo facilita la conferma degli accordi precedenti o la stipula di nuovi che garantiscano entrambe le parti. L’esempio della Libia è emblematico: comprendendo che il regime di Gheddafi era comunque finito, l’ENI ha preferito finanziare il governo di transizione di Bengasi durante la guerra civile, guadagnandosi così un ruolo privilegiato anche nel periodo post-conflitto.

     

    –          Essendo disposti a qualche sacrificio (economico) pur di restare presenti: gli investimenti esteri sono necessari, certo, ma pensare che i nuovi governi possano accettare ogni condizione non è realistico. Soprattutto nel caso si desideri mantenere una posizione preesistente, per le grandi aziende può essere conveniente a lungo termine rinegoziare gli accordi in maniera più tutelante per il paese ospitante: i ricavi a breve termine possono ridursi, ma questo fornisce un incentivo in più per avere la propria permanenza garantita.

     

    –          Comprendere i nuovi rapporti di forza tra le parti: impossibile sperare di mantenere una collaborazione attiva col sud del Mediterraneo senza capire come è cambiata la scena politica. Sarebbe infatti un errore legarsi solo al più forte, soprattutto se farlo significa favorire un gruppo che si teme in futuro possa diventare ostile; meglio un approccio più studiato che fornisca un appoggio a chi può fornire qualche garanzia in più su un futuro sviluppo democratico e libertario.

     

    SICUREZZA – Un’altra triste verità è che i regimi, con la loro brutalità, garantivano però stabilità e, sostanzialmente, partner più affidabili per il mantenimento di condizioni di pace. Una possibile causa di apprensione per il nostro paese riguarda infatti la possibilità che alcuni gruppi rivoluzionari, più legati a ideologie estremiste –  possano ora avere mano libera per espandersi, organizzarsi e colpire anche in Europa.

     

    In un’Europa che deve affrontare una forte crisi economica e finanziaria, anche le spese per la difesa non possono evitare tagli. Eppure basterebbero partnerships più forti che permettano di razionalizzare le spese privilegiando progetti comuni e la costituzione di forze d’intervento davvero comunitarie. In questo tuttavia la difesa europea rimane nei fatti divisa (poche partnership transnazionali, competizione tra le industrie militari, moltiplicazione di progetti differenti con scopi simili) e così anche la politica estera che la guida, sottomessa agli interessi nazionali, spesso contraddittori, di ogni paese.

     

    L’Italia ha l’opportunità comunque di proporsi come protagonista e intermediario privilegiato con il sud del Mediterraneo, sfruttando non solo la sua posizione ma anche i suoi contatti e perfino il fatto di aver mantenuto per anni una politica di amicizia con molti che per quanto criticabile nei modi, ha anche concesso di non inimicarsi nessuno. Allo stesso modo il nostro paese rimane – incredibile dictu – uno di quelli con una maggiore capacità di proiezione nel “vicinato”, oltre ad essere stato una base di partenza e supporto fondamentale per il conflitto in Libia. Mantenere e promuovere questo ruolo significa acquisire un’importanza strategica che pochi partner europei possono offrire al nostro posto.

     

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    DEMOCRAZIA = LIBERTA’? – In realtà però ogni discorso deve basarsi su una considerazione di base. Le rivoluzioni arabe hanno sì permesso di iniziare un processo di democratizzazione, ma esso non necessariamente coincide con le nostre speranze. Democrazia non implica infatti necessariamente politiche libertarie o rispetto dei diritti umani quali noi gli intendiamo, soprattutto se la maggioranza della popolazione negli stati rivoluzionari propende – democraticamente – per dare il potere a gruppi legati a ideologie più estremiste (in particolare dal punto di vista del rapporto religione-vita sociale).

     

    Quindi in definitiva ogni prospettiva di collaborazione, così come di difesa comune, non può prescindere da come il processo democratico in quei paesi si svilupperà. Piuttosto che rimpiangere i “bei tempi andati” (che “bei” forse in fondo non erano) risulta invece importante intraprendere politiche di supporto dei gruppi politici più moderati, favorendone la partecipazione al potere e dunque scongiurando che dalla dittatura si passi a regimi anche meno tutelanti – per noi e per le popolazioni stesse. In quest’ottica si possono ancora impiegare le armi della pressione diplomatica e degli investimenti che per i governi in formazione rimangono fondamentali. Se questo avviene e un dialogo costruttivo rimane possibile, ecco che allora tutti i progetti di difesa comune dei confini meridionali e le questioni economiche possono  partire da posizioni più favorevoli. Meglio dunque prevenire… che curare!

     

    Lorenzo Nannetti

    redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Lorenzo Nannetti

    Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

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