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    Vent’anni… e non sentirli

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    L’Europa dell’Est è vasta e molti sono gli avvenimenti che coinvolgono i suoi Paesi ed anche attori esterni alla regione; ma c’è un luogo dove il tempo, almeno fino a pochi mesi fa, è sembrato fermarsi per circa due decenni, bloccando ogni sviluppo e permettendo soltanto il perdurare di atmosfere che sanno di sovietiche nostalgie. Benvenuti in Transnistria

    LE ORIGINI DEL CONFLITTO – Le dinamiche che hanno portato all’attuale situazione nacquero con l’instaurarsi del potere sovietico nell’area all’inizio degli anni venti, a seguito del quale la Transnistria smise di essere una regione autonoma dell’Ucraina e fu incorporata nella nascente Repubblica Socialista Sovietica Moldava. La Moldavia, come la Valacchia, sono i regni originari di quella che ora è la nazione rumena e di conseguenza sono molti i punti di contatto tra le rispettive culture, a partire dall’idioma molto simile; i sovietici avviarono un processo di russificazione per cercare di soffocare l’idea spesso ricorrente di annessione alla Romania, senza tuttavia ottenere risultati stabili: i caratteri cirillici, introdotti nel ’24, vennero soppiantati dal ritorno dei caratteri latini alla fine degli anni ’80, quando la presa di Mosca sulla piccola repubblica si allentò. Questo singolo caso è la dimostrazione lampante di come negli ultimi anni di vita dell’Unione Sovietica si avviò un processo di riscoperta delle proprie radici etnico-culturali che portò, tra gli altri fattori, il 27 agosto 1991, alla dichiarazione di indipendenza della Moldavia. Nacque così uno Stato che, ufficialmente, ancora comprende la regione transnistriana, ma con un problema: la Transnistria è a maggioranza etnica russa. La popolazione si volle tutelare dall’etnia rumeno-moldava dichiarando anch’essa l’indipendenza dopo una serie di proteste e iniziative cominciate dopo la decisione di eliminare il russo come lingua ufficiale dello Stato e andate avanti per anni. Iniziò così un conflitto che ancora oggi non è risolto. L’ARRIVO DELLA GLACIAZIONE – A difendere la minoranza russa ci pensò la 14°  Armata Rossa, già di stanza sul territorio e sotto il cui controllo vi era il più grande arsenale del “vecchio continente”, situato a Tiraspol (attuale capitale della regione). Fu un conflitto impari a causa dell’inesperienza del novizio esercito moldavo, che non riuscì a sedare le spinte secessioniste; si giunse così all’indipendenza de facto della ribattezzata Repubblica Moldava di Pridnestrovie, mai riconosciuta dalla grandissima maggioranza della Comunità Internazionale. Igor Smirnov divenne presidente della repubblica, furono creati un esercito ed una moneta, il rublo della Transnistria, e questa terra divenne una sorta di exclave russa; ad oggi poco è cambiato, ma all’orizzonte si intravedono possibili sviluppi.

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    L’EFFETTO SERRA IN TRANSNISTRIA – Quali sono questi segnali di cambiamento? Uno su tutti è il risultato delle elezioni tenutesi nel dicembre scorso nel minuscolo Stato: Igor Smirnov, candidato anch’egli ancora una volta, è arrivato soltanto terzo dietro a Anatoly Kaminsky, il candidato del Cremlino, e al nuovo presidente Evgenij Shevchuk. Ciò che ha permesso l’elezione di questo “outsider” è stato il malcontento diffuso tra la popolazione, desiderosa di un nuovo corso che dia slancio ai negoziati sullo status del “Paese al di là del Nistro” e di una ripresa dell’economia, debolissima, in larga misura dipendente dai finanziamenti russi e ancora in larga parte fondata sull’agricoltura (nonostante un piccolo nucleo di industrie, paralizzate però dall’isolamento dello Stato). Il neo-presidente si destreggia ora tra continuità con la politica fino ad ora seguita e segnali di distensione con Moldavia e Occidente: in un incontro avvenuto a gennaio in Russia si è auspicato un ulteriore rafforzamento delle relazioni tra Tiraspol e Mosca, al contempo si ipotizza l’introduzione nel territorio del rublo russo a fianco di quello transnistriano; per quanto riguarda i segnali di distensione, in un’altra dichiarazione Shevchuk ha detto che è importante il dialogo con Kiev e Chisinau (capitale moldava) così da raggiungere l’agognato riconoscimento, permettendo magari al contempo un allentamento delle restrizioni ai passaggi trans-frontalieri per i cittadini e le merci transnistriane. Ed il momento per il rilancio del dialogo è certo favorevole: l’interlocutore principale, vale a dire la Moldavia, è recentemente uscito da una crisi istituzionale durata 917 giorni; tale è stato il periodo per il quale il seggio di presidente della repubblica è stato vacante a causa di una paralisi in parlamento, diviso tra comunisti e coalizione di centro-destra (attualmente al governo) impedendo di raggiungere il quorum di voti favorevoli alla nomina. Ma ora l’ex-presidente del consiglio superiore della magistratura, Nicolae Timofti, ha assunto il ruolo di Capo dello Stato moldavo e lo stesso Shevchuk avrà salutato l’avvenimento come un episodio di stabilizzazione importante per il rilancio dei colloqui di pace, stando a quanto ha tempo fa espresso: “Senza un presidente in Moldavia, il dialogo tra Chisinau e Tiraspol non può procedere”. QUELLO CHE VERRÀ – Dunque l’ipotesi del riavvio dei contatti tra  governi e organizzazioni internazionali maggiormente interessati nella soluzione del caso non è del tutto da scartare. Il cosiddetto “gruppo 5+2” che coinvolge Moldavia, Transnistria, Ucraina, Russia ed OCSE più USA e UE come osservatori esterni, per riattivarsi e concludere con successo la propria missione, deve superare degli ostacoli non indifferenti: il primo è che la Russia ha sempre preferito la strada dei rapporti bilaterali, nei quali può far pesare maggiormente la propria opinione e tutelare più facilmente i propri interessi sulle rive del Nistro. Un secondo ostacolo è il dilemma sul destino di quei circa 1100 soldati russi che pattugliano il confine tra i due contendenti ed in sostanza garantiscono l’indipendenza del piccolo Stato secessionista; il ritiro di ogni forza militare (che opera sotto la supervisione dell’OCSE) dovrà essere ben studiato per evitare che il territorio cada definitivamente in mano alla criminalità organizzata, che in questi venti anni ha potuto coltivare comodamente i propri interessi e traffici internazionali. Un altro problema sarà la gestione degli arsenali presenti nella regione, nonché di quei materiali “sensibili” che potrebbero finire nelle mani di organizzazioni terroristiche internazionali: ad esempio nel 2005 furono scoperti delle batterie di razzi Alazan con testate ad isotopi radioattivi, da allora sotto l’attenzione del Pentagono, che non ha però potuto far altro che constatare nel 2009 che alla cifra iniziale dei razzi ne mancavano dieci. La Transnistria è dunque ancora una terra che vive in un limbo tra un passato sovietico visibile in tutti i simboli dello Stato ed un futuro come Stato indipendente e sovrano; è una zona franca per reti criminali e terroristiche che dovrebbe vedere risolte le proprie dispute con la Moldavia quanto prima, perché nonostante il suo conflitto sia inserito tra quelli congelati dello spazio ex-sovietico, la situazione è incandescente.

    Matteo Zerini

    redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Matteo Zerini

    Laureato magistrale in Relazioni Internazionali presso la Statale di Milano, frequento ora il master Science & Security presso il King’s College di Londra. Mi interesso soprattutto di quanto avviene in Europa orientale, Russia in particolare, e di disarmo e proliferazione, specie delle armi di distruzione di massa.

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