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    In 3 sorsi – Nel caldo scenario africano, Gibuti sta conquistando sempre più un ruolo di primaria importanza a livello geopolitico. La regione subsahariana si conferma un punto nevralgico per il controllo di un territorio strategico, ed è per questo che nuovi attori si affacciano su quello che si può definire il palcoscenico delle facilities.

    1. CONOSCERE GIBUTI –  Per analizzare il nuovo scenario che si va delineando nell’ultimo periodo è bene cominciare sottolineando che la Repubblica di Gibuti è uno dei territori appartenenti al cosiddetto Corno d’Africa. Sebbene poco conosciuta, questa ex colonia francese che ha raggiunto la sua indipendenza nel 1977 ha un ruolo di estrema importanza nello scenario geopolitico africano e non solo. L’Africa orientale è da sempre oggetto di instabilità e conflitti intestini che hanno avuto ripercussioni anche sugli equilibri di larga scala. Del resto, nel corso dei decenni, tutte le grandi potenze hanno avuto degli interessi nel Corno d’Africa e, ad oggi, sulla scena si affacciano dei nuovi protagonisti come Cina e Giappone, che hanno intuito la strategicità della regione e, in particolare, di Gibuti.
    Ma perché potenze vanno ad aggiungersi a quelle che sono già presenti sul territorio? Per rispondere è necessario un piccolo passo indietro. Dal momento della sua indipendenza, Gibuti è diventata una repubblica semipresidenziale, attualmente governata da Ismail Omar Guelleh, eletto per la prima volta nel 1999. Da quel momento il leader del Raggruppamento Popolare per il Progresso (RPP) ha tenuto ben saldo il timone del Paese, destreggiandosi tra super potenze ed Etiopia, cercando di fare l’interesse della nazione e di portare avanti un preciso piano di sviluppo. Del resto, proprio sotto la sua presidenza, Gibuti ha iniziato ad acquisire importanza agli occhi della comunità internazionale, dato che il Governo è intervenuto nel processo che ha definito la pace in Somalia. Ma non bisogna sottovalutare che Gibuti ha una posizione molto importante nel Corno d’Africa, poiché si trova nel mezzo tra Mar Rosso e Golfo di Aden.

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    Fig. 1 – Il Presidente di Gibuti, Ismail Omar Guelleh

    2. L’IMPORTANZA STRATEGICA – Proprio per questo motivo – e alla luce di quello che sta accadendo nel continente africano -, sempre più Stati hanno focalizzato la loro attenzione su questa terra come base per i loro insediamenti militari.
    Un primo esempio è dato dalla base militare di Camp Lemonnier, dal 2001 concessa agli Stati Uniti, che hanno deciso di stanziarvi i contingenti della Combined Joint Task Force Horn of Africa. La base in questione è la più importante della zona, dato che qui si pianificano azioni e operazioni basate sia in Africa che altrove – dalla Penisola Arabica all’Oceano Indiano. Nonostante il massimo riserbo sulle operazioni condotte, è noto che la base di Camp Lemonnier sia stata fortemente voluta da Washigton per il ruolo strategico finalizzato al controllo di zone di vitale importanza quali Somalia e Yemen, Etiopia, Kenya, Burundi e Uganda. C’è da dire che la base in questione non è utile solo ed esclusivamente per gli interessi degli Stati Uniti, ma anche per quelli del Governo di Gibuti, che ne ricava, ogni anno, circa 30 milioni di dollari – cifra destinata ad aumentare nel prossimo futuro.
    Ma non è solo Washington ad aver intuito il ruolo strategico di Gibuti. La presenza francese, seppur ridimensionata, è ancora molto forte a causa dell’impegno contro la pirateria che infesta il Golfo di Aden. Attualmente l’esercito francese è presente in zona grazie all’operazione Barkhane, che interessa i Paesi della zona sahelo-sahariana e consente la protezione degli interessi del Paese nell’area.
    Questa è solo l’ultima operazione in ordine di tempo, dato che il ruolo della Francia nell’area è ormai ben consolidato: nell’ultimo mezzo secolo il Governo di Parigi ha approvato ben 40 operazioni militari, finalizzate per lo più al controllo di quelle che erano le sue colonie e, successivamente, al mantenimento dello status quo in una zona di così grande importanza – circostanza che rende oggi la lotta al terrorismo ancora più rilevante. Del resto, a differenza degli Stati Uniti, Parigi non ha mai lesinato uomini e mezzi per difendere quelli che furono i suoi possedimenti. In questo scenario, Gibuti ha sempre avuto e continua ad avere un ruolo di rilevanza strategica, ospitando la base che fa da avamposto per tutta l’operazione in corso.
    Il contrasto a terrorismo e pirateria, dunque, è addotto come principale motivazione per la ricerca di uno spazio nell’area. Tra i Paesi in prima linea c’è anche l’Italia, che è riuscita a ottenere, nel 2013, il proprio posto in questa regione così strategica.
    Ma l’interesse per Gibuti si mostra ben più sfaccettato, come sottolineato dagli interessi di di Cina e Giappone, che hanno dimostrato di voler puntare su Gibuti per ottenere delle facilities.
    In dettaglio, per il Governo di Tokyo si tratta della prima base militare all’estero e il luogo prescelto è molto importante, dato che si colloca all’interno del Corno d’Africa ed è perfetto per quella che è la lotta alla pirateria e al terrorismo. Il perché della scelta di Gibuti è ravvisabile nella stabilità della nazione, oltre che, naturalmente, in quella sua posizione strategica che la configura come una delle più importanti della zona – cosa che consente a Tokyo di meglio controllare i traffici mercantili. Del resto, l’incapacità somala nel pattugliare le coste si fa sentire, e manda all’aria tutte quelle che sono le convenzioni internazionali in materia. Risulta, quindi, necessario l’intervento di forze estere e di diverse task force, al fine di tutelare la zona.
    Infine c’è da chiarire anche il ruolo della Cina che è, attualmente, il più grande partner commerciale dell’Etiopia. Proprio per questo motivo, il porto di Gibuti è un’isola felice per l’arrivo, lo scarico e il carico delle merci. A favore della nascita della prima base cinese in Gibuti si è espresso il Presidente Guelleh, che ha confermato i rapporti con il Governo di Pechino e sottolineato che la presenza cinese in zona servirebbe a salvaguardare gli interessi economici della nazione – risultando non solo del tutto legittima, ma anche utile a Gibuti per il controllo delle acque. Inoltre, nell’ultimo periodo, la Cina ha investito quasi 10 miliardi di dollari in progetti infrastrutturali che interessano la zona e, nonostante il parere contrario di Washington, l’esercito cinese può già utilizzare il porto di Gibuti.

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    Fig. 2 – La mappa di Gibuti, dove si nota la posizione strategica affacciata sul Golfo di Aden

    3. PROSPETTIVE FUTURE – Tralasciando per un attimo la motivazione ufficiale della lotta alla pirateria – che, in ogni caso, rimane una leva importante – la risposta alla domanda che ci si è posti all’inizio risiede tutta nella strategicità della zona. Del resto è proprio la politica di Guelleh che fa intendere che la nazione è pronta a imbastire tutte quelle relazioni internazionali capaci di dare sicurezza alla zona e di apportare, al tempo stesso, enormi benefici. In Gibuti stanno affluendo moltissimi investimenti esteri, e questo significa che il Governo dovrà fare uno sforzo minimo per gestire la situazione. In poche parole il Paese sta capitalizzando quella che è la sua posizione strategica, sfruttando al massimo la situazione a suo vantaggio: le grandi potenze ne traggono dei benefici e il Governo Guelleh ne trae degli altri. Tutto questo rende Gibuti una zona di vivo interesse, e di cui, molto probabilmente, si sentirà parlare sempre più spesso nel prossimo futuro – tanto più che la situazione in Africa diventa sempre più complessa e non c’è all’orizzonte alcuno spiraglio di luce. Come si muoveranno gli interessi delle grandi potenze e quali nuovi attori compariranno sulla scena?

    Serena Marigliano

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    Un chicco in più

    Ismail Omar Guelleh è il Presidente della Repubblica di Gibuti dal 1999, anno della sua prima elezione. Nasce nel 1947 in Etiopia e si afferma dapprima come funzionario dell’amministrazione coloniale francese. Nel 2005 è stato rieletto Presidente e la sua linea politica si è caratterizzata per la sua apertura alle potenze straniere. Ha concesso delle risorse per l’insediamento di basi militari estere sul territorio del Gibuti in cambio di introiti sempre maggiori. Nonostante tutto, però, gran parte della popolazione nazione da lui guidata vive in condizioni di estrema povertà. [/box]

    Foto: miguou

    Serena Marigliano
    Serena Marigliano

    Classe 1983, laureata in Scienze Politiche, Comunitarie e delle Relazioni Internazionali presso l’università del Salento. Negli anni mi sono appassionata non solo alle Relazioni Internazionali in generale, ma ho scandagliato a fondo il periodo della Guerra Fredda, con particolare attenzione alle varie amministrazioni statunitensi e alla loro policy. Nelle mie tesi ho studiato a fondo l’amministrazione Nixon, analizzata sotto diversi punti di vista. Mi appassiona molto il Corno d’Africa che è anche oggetto della mia tesi specialistica. Attualmente lavoro come web writer, cimentandomi in diversi settori.

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