utenti ip tracking
martedì 19 Ottobre 2021

‘Las trochas’: i sentieri della morte dei migranti venezuelani

In breve

  • Nonostante la chiusura delle frontiere, i migranti venezuelani continuano ad attraversare il confine colombiano grazie alle trochas, dei sentieri di fortuna gestiti dai guerriglieri dell’ELN e dai paramilitari del Clan del Golfo.
  • Questi percorsi si sono trasformati in un teatro di violenze con molti desaparecidos grazie anche all’intervento delle FAES, un gruppo speciale scelto da Maduro per sorvegliare la frontiera con la Colombia.
  • La tensione con il Governo di Bogotà è alle stelle, ma l’erede di Chavez continua a offrire “asilo politico” ai capi della guerriglia colombiana, i quali sono sempre più influenti in Venezuela.

Dove si trova

Ascolta l'articolo

In 3 sorsiLa crisi economica e la pandemia non hanno fermato i migranti venezuelani, i quali continuano a entrare in Colombia grazie ai sentieri clandestini controllati dai narcos e dai paramilitari dell’ELN.

1. LA ROTTA COLOMBIANA

Le frontiere tra Venezuela e Colombia sono chiuse da marzo 2020. Attraversarle però costa solo 10mila pesos (circa 2,5 euro). Si può passare da un Paese all’altro grazie alle trochas, sentieri di terra e fango dispersi in mezzo boschi che si propagano per decine di chilometri oltrepassando fiumi e colline fino a sbucare in territorio colombiano. Ed è così che migliaia di venezuelani, nonostante le restrizioni per la Covid-19, riescono ogni giorno a entrare in Colombia nella speranza di un futuro migliore, lontano dalla drammatica crisi economica e sociale che sta attraversando il Venezuela. 
Stiamo parlando di uomini, donne e bambini che valigie alla mano si addentrano su queste strade di fortuna rischiando la propria stessa vita sul confine più pericoloso del mondo, quello tra lo Stato Tàchira del Venezuela e il Norte di Santander in Colombia. 

Embed from Getty Images

Fig. 1 – Migranti venezuelani iniziano la lunga traversata nelle trochas dello Stato Guajira della Colombia

2. TRA NARCOS, GUERRIGLIA E MIGRANTI

La linea di frontiera è sfruttata non solo dai migranti venezuelani, ma anche dai gruppi guerriglieri ancora attivi in Colombia, come l’ELN. Quest’organizzazione utilizza il confine con lo Stato Tàchira del Venezuela (che sta offrendo un valido appoggio anche alle organizzazioni criminali colombiane) per trafficare in cocaina con il Cartel de los Soles, composto dai generali dell’esercito venezuelano e della Guardia Bolivariana. Il Clan del Golfo, principale cartello colombiano, insidia la giungla tra il Catatumbo e lo Stato Zulia, un’altra zona in cui le trochas per andare dal Venezuela alla Colombia e viceversa abbondano. Per poter attraversare questi territori i migranti sono costretti a versare una sorta di pizzo al gruppo che controlla il passaggio: dai 10 ai 20mila pesos colombiani a persona. Spesso però ci sono più organizzazioni, quasi sempre in contrasto fra loro (come l’ELN e i Los Rastrojos), che presidiano questi lembi di terra. Ed è così che la traversata dei migranti si trasforma in una terribile sfida con il destino. Non si contano i casi di desaparecidos, di esecuzioni sommarie e di venezuelani che hanno perso la vita percorrendo le trochas.
Oltre ai gruppi irregolari ci sono anche le Autorità venezuelane a gestire questi cluster clandestini. Le FAES sono un reparto speciale dell’esercito dislocato, su ordine di Maduro, sul confine con la Colombia per impedire che migranti irregolari entrino nel Paese senza aver trascorso un periodo di 14 giorni di quarantena nei “centri di raccolta” situati appena oltre il confine venezuelano. I metodi delle FAES ricordano quelli degli squadroni della morte. Difatti sono loro a essere sospettati delle più violente azioni compiute sule trochas contro i venezuelani che stavano rientrando nel Paese. Per impedire possibili interventi da parte del Governatore del Tàchira, Lady Gomez (esponente delle forze di opposizioni al regime di Caracas), Maduro ha investito di poteri speciali Freddy Bernal, ora non più solo comandante delle FAES, ma de facto massimo esponente del potere esecutivo nella zona di frontiera.

Embed from Getty Images

Fig. 2 – Nello Stato Tàchira del Venezuela, a confine con la Colombia, le FAES hanno sostituito la Policia Nacional anche nella gestione delle misure di confinamento per impedire la propagazione della Covid-19

3. LE TENSIONI CON BOGOTÀ

Il tema dei migranti ha creato forti tensioni tra Caracas e Bogotà. L’accusa principale del Governo colombiano è che non solo l’immigrazione clandestina incontrollata possa favorire l’ingresso di nuove varianti del coronavirus nel Paese, ma che addirittura questo business sia un nuovo strumento di finanziamento della guerriglia. D’altronde i capi delle FARC e dell’ELN (ma anche il boss Otoniel Usuga del Clan del Golfo) continuano a impartire ordini alle proprie truppe dai propri nascondigli in Venezuela, difesi dalla Guardia Bolivariana. Ed è un vero e proprio patto di protezione quello stretto dal Presidente Maduro con i guerriglieri colombiani. Da un lato il Venezuela offre “asilo politico” alle teste pensanti delle FARC e dell’ELN (ricercati per una sfilza di reati dalla Fiscalia di Bogotà) e in cambio l’oligarchia di Caracas potrà contare sull’aiuto dei paramilitari in caso di invasione da parte di un esercito straniero. Difatti persino l’ex Presidente isolazionista Donald Trump non ha escluso un intervento militare statunitense per rovesciare Maduro.
Il terrore di veder svanire la rivoluzione bolivariana ha spinto l’erede di Chavez a dare ampio margine di manovra ai gruppi guerriglieri colombiani in Venezuela. Così buona parte delle miniere di oro e coltan disseminate nell’Arco Minero dell’Orinoco sono state occupate dalle FARC e dall’ELN, costringendo al “desplazamiento forzado” interi paesi e comunità indios.
In questo modo sempre più venezuelani sono spinti a percorrere le trochas, mentre la guerriglia e i narcos conquistano nuove fette di potere nel Paese di Nicolas Maduro.

Mattia Fossati

CIDH visita la frontera de Colombia con Venezuela” by Comisión Interamericana de Derechos Humanos is licensed under CC BY

Mattia Fossati
Mattia Fossati

Friulano di nascita, bolognese per meriti accademici. Mi sono laureato in Scienze Politiche per poi specializzarmi in Giornalismo. Mi occupo di mafia, corruzione e narcotraffico. Ho svolto un tirocinio in Brasile effettuando svariati video-reportage delle manifestazioni studentesche contro i tagli del Governo Bolsonaro.  In seguito sono partito per un viaggio dal Cile alla Colombia per scrivere un libro sulle nuove rotte dei narcos. Follemente innamorato delle mie due case: Venezia e l’America Latina. Non potrei mai rinunciare a un buon caffè o a bere il mate in compagnia.

Ti potrebbe interessare
Letture suggerite