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    Maratona elettorale

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    Si è conclusa in Sudamerica una fase densa di novità a livello politico. In Uruguay, Bolivia e Cile si sono svolte le elezioni presidenziali, che se in alcuni casi hanno offerto conferme, in altre hanno offerto cambiamenti interessanti

    TUTTI ALLE URNE – Per una volta non parliamo di Honduras, ma concentriamoci sul Sudamerica. Non solo nella piccola repubblica centroamericana, infatti, nelle ultime settimane si sono svolte le elezioni presidenziali, bensì anche – in ordine cronologico – in Uruguay, Bolivia e Cile. Le prime tre “tappe” di una maratona elettorale che coinvolgerà anche altri Stati nel 2010 fino a culminare, ad ottobre prossimo, con le elezioni in Brasile verso le quali sono già puntati i riflettori. Tappe importanti, perché forniscono l’occasione per verificare qual è il grado di maturazione politica della democrazia nell’area latinoamericana, protagonista negli ultimi anni di una grande crescita economica che ha fatto il paio, salvo alcune eccezioni, con una generale diffusione e consolidamento delle istituzioni democratiche. 

    I RISULTATI – Cominciamo dall’Uruguay, dove la coalizione di centrosinistra già al Governo con il presidente uscente Tabaré Vázquez ha vinto nuovamente, presentando come candidato l’ex guerrigliero dei Tupamaros José Mujica. Si tratta di un volto assolutamente conosciuto all’interno del Paese, ma anche nella confinante Argentina, dove si è recato in virtù dei buoni rapporti personali con i Kirchner per conquistare i voti degli uruguaiani emigrati al di là del Rio de la Plata. A Mujica, ultrasettantenne, è servito il ballottaggio per spuntarla su Luis Alberto Lacalle, del Partido Nacional orientato a centrodestra. Cosa propone “Pepe” Mujica? Nonostante il suo passato da estremista, è presumibile che il nuovo Presidente proseguirà nel solco tracciato da Vázquez, che ha raggiunto ottimi risultati soprattutto a livello sociale ed educativo, anche se a livello politico la sua figura comporta giocoforza uno spostamento a sinistra dell’ago della bilancia.La sinistra di Evo Morales è invece una realtà del tutto consolidata in Bolivia, dove il 6 dicembre il MAS (Movimiento Al Socialismo) dell’ex coltivatore di coca ha letteralmente trionfato alle elezioni presidenziali e legislative. Morales, il primo presidente di etnia india nella storia del Paese andino, è stato riconfermato con il 64% delle preferenze, mentre il rivale Manfred Reyes-Villa non è andato oltre un modesto 26,5%. In questo caso l’esito della consultazione assume contorni più preoccupanti: se da un lato la regolarità dello scrutinio (nonostante percentuali che alle nostre latitudini definiremmo “bulgare”) non appare in discussione, dall’altro la frattura sociale ed economica presente in Bolivia desta qualche campanello d’allarme. Morales, infatti, ha vinto in tutte le province più povere a maggioranza india, mentre ha perso in quelle di Santa Cruz, Beni e Pando, dove si concentrano le principali risorse naturali in mano all’élite di derivazione europea e che già nei mesi scorsi sono state teatro di scontri e proteste contro il Governo. I due terzi dei seggi ottenuti in Parlamento consentiranno al Presidente di agire senza tenere conto del dissenso, ma questo potrebbe essere controproducente per il tentativo di ricomporre la spaccatura all’interno del Paese.Infine, attraversando le Ande si arriva in Cile, dove al primo turno che si è tenuto domenica 13 dicembre ha ottenuto la maggioranza relativa il candidato del centrodestra, Sebastian Piñera. Tra gli uomini più ricchi di tutto il Sudamerica per le sue attività imprenditoriali, Piñera è l’esponente del Partido Renovación Nacional e ha ottenuto il 44% contro il rivale Eduardo Frei, candidato della Concertación di centrosinistra. Frei, già presidente dal 1994 al 2000, ha pagato lo scarso appeal di cui godeva presso la popolazione e i voti “sottratti” dall’outsider Marco Enríquez-Ominami, del Partido Socialista, che ha ottenuto il 20% delle preferenze confermandosi una novità politica interessante per il futuro cileno. Frei non ha quindi potuto sfruttare il forte clima di consenso intorno a Michelle Bachelet, la Presidente uscente che, secondo la costituzione, non si è potuta ripresentare per un secondo mandato consecutivo.

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    PROSPETTIVE – A Montevideo e a Santiago l’esito del voto conferma una cosa: le istituzioni democratiche sono ormai stabili e l’alternanza al potere delle diverse forze politiche è un fattore che può essere considerato come normale. Non è ancora del tutto scontato il risultato del ballottaggio cileno, previsto per il 17 gennaio, ma la vittoria di Piñera non ha fatto risvegliare timori di un ritorno agli incubi del passato, legati all’era Pinochet, segno di una normalizzazione ormai acquisita dello schieramento politico.Più enigmatica la questione boliviana: se da un lato la maggioranza della popolazione appoggia effettivamente Morales, dall’altro l’eccessivo peso del MAS nelle istituzioni potrebbe rivelarsi pericoloso per il pluralismo. Inoltre, le politiche di Morales non hanno garantito alla Bolivia gli stessi tassi di crescita economica che si sono verificati in altri Stati, più aperti alle transazioni internazionali. Le nazionalizzazioni delle risorse naturali, infatti, se da una parte sono contribuite a restituire sovranità alla popolazione indigena privata per secoli dei propri diritti, dall’altra non hanno di certo favorito l’afflusso di capitali esteri diretti per investimenti. Il futuro politico ed economico lassù a La Paz, dunque, è ancora tutto da definire. 

    Davide Tentori 17 dicembre 2009 redazione@ilcaffegeopolitico.it

    Davide Tentori
    Davide Tentori

    Sono nato a Varese nel 1984 e sono Dottore di Ricerca in Istituzioni e Politiche presso l’Università “Cattolica” di Milano con una tesi sullo sviluppo economico dell’Argentina dopo la crisi del 2001. Il Sudamerica rimane il mio primo amore, ma ragioni professionali mi hanno portato ad occuparmi di altre faccende: oggi infatti lavoro a Roma presso l’Ambasciata Britannica in qualità di Esperto di Politiche Commerciali. In precedenza ho lavorato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dove mi sono occupato di G7 e G20, e a Londra come Research Associate presso il dipartimento di Economia Internazionale a Chatham House – The Royal Institute of International Affairs. Sono il Presidente del Caffè Geopolitico e coordinatore del Desk Europa

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