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sabato 18 Settembre 2021

Serbia: eppur si muove?

In breve

  • La Germania mostra segni di insofferenza nei confronti della politica di Vučić, che tergiversa nei processi di avvicinamento all’UE e di riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo.
  • Numerosi scandali investono il partito di Vučić, che per ora resta ancora saldo al potere.
  • Manca un partito di opposizione che catalizzi le forze della società civile, presente nei movimenti ecologisti e in quelli di protesta contro i numerosi scandali politici.

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AnalisiFra scandali e repressione interna, qualcosa in Serbia si muove, anche se la possibilità di un cambiamento rapido della situazione politica è ancora un’utopia.

VUCIC E IL PARTITO

Eppur si muove. Il sistema di potere che Aleksandar Vučić, il Presidente della Repubblica di Serbia, ha instaurato nel Paese ormai dal 2017, da quando cioè ricopre il più alto incarico istituzionale, mostra dei lievi ma inequivocabili segni di cedimento. All’interno del partito del Presidente, il Partito Progressista, si sta consumando una guerra senza precedenti fra le varie correnti. Una battaglia difficile da seguire e da capire: il partito di Vučić, infatti, è una fortezza chiusa in se stessa che trova il consenso in una politica clientelistica e fortemente ricattatoria. Chi cerchi lavoro, voglia ottenere i permessi per sanare una terrazza abusiva o un finanziamento pubblico per organizzare un festival musicale deve essere nel partito e garantire i voti propri e di tutta la famiglia. I sostenitori di Vučić non sono attivisti, ma persone che per opportunismo appoggiano il capo: per questo, sono poco interessati alle dinamiche interne al partito.

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Fig. 1 – Il Presidente serbo Aleksandr Vucic in visita a Bruxelles, 26 aprile 2021

L’APPOGGIO OCCIDENTALE

Vučić ha sicuramente l’appoggio dell’Occidente, in particolare della Germania di Angela Merkel e degli Stati Uniti d’America. Il Partito Progressista è nato infatti nel 2008, da una scissione voluta dalle cancellerie occidentali all’interno del Partito Radicale di Vojslav Šešelj, capo di una milizia paramilitare che si è macchiata di crimini contro l’umanità durante le guerre degli anni Novanta. Il patto è chiaro: Vučić deve garantire stabilità politica a livello balcanico e far digerire al popolo serbo, lentamente, un eventuale riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo. In cambio il Presidente ha campo libero a livello di politica interna e può governare con i metodi che più gli aggradano. Le élite politiche serbe, però, tergiversano per quel che riguarda il riconoscimento del Kosovo e cercano l’appoggio sia della Russia sia della Cina, in un gioco di alleanze mutevoli che affonda le proprie radici nella politica jugoslava dei “non allineati. La vicenda dei vaccini contro la Covid-19 è l’esempio più lampante di questa strategia, che in questo caso ha rappresentato un vero successo per Vučić e per la compagine di Governo: la Serbia è uno dei pochissimi Paesi ad aver comprato i vaccini da tutti i venditori disponibili e ad aver avviato una vaccinazione di massa senza precendenti nel mondo, se si esclude Israele. L’indubbia debolezza politica dell’Europa ha permesso a Vučić di prolungare fino all’inverosimile il processo di riconoscimento del Kosovo e di rallentare le riforme necessarie per l’ingresso nell’UE. Nel 2020 la Serbia non è riuscita ad aprire neppure un capitolo nuovo nella procedura di avvicinamento a Bruxelles. La vittoria di Biden è stata un duro colpo per l’Amministrazione del Presidente serbo, che in Trump vedeva un alleato di ferro (si ricordi la firma dei trattati di Washington, poco più di una recita per l’opinione pubblica serba e uno schiaffo all’Europa che è stata per lungo solo a guardare i problemi balcanici). Biden è un profondo conoscitore delle questioni balcaniche e conta di affrontare i problemi scottanti dell’Europa centrale e orientale in accordo con Bruxelles. La Germania manda però forti messaggi di insofferenza. Il prossimo ritiro dalla politica della Merkel getta un’ombra sui futuri rapporti fra l’UE e le élite serbe, impaurite dalla possobilità che in Germania il Ministero degli Esteri vada a un esponente dei Verdi, il partito che più critica la Serbia per “deficit di democrazia”. Questo contesto di incertezza, aggravato dalla crisi legata alla Covid-19, ha esasperato gli animi all’interno del partito del Presidente. Un funzionario del partito di Vučić, che per ovvie ragioni vuole rimane anonimo, afferma: “Vučić sa che può fare la fine di Milošević: rimanere solo. Vučić ha paura, è paranoico e sa che le potenze occidentali, magari in accordo con Putin, lo possono far fuori in una notte. Difficile che il fratello Xi Jinping venga a tirarlo fuori dai guai…”.

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Fig. 2 – Vucic con la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, 26 aprile 2021

IL CASO STEFANOVIC E ALTRI SCANDALI

Politologi e giornalisti si interrogano ormai da mesi sulle cause che stanno alla base degli attriti fra Vučić e Nebojša Stefanović, nel precedente Governo Ministro dell’Interno e dopo le elezioni del luglio scorso “retrocesso” a Ministro della Difesa. Ciò che si sa è che nei mesi scorsi tutti i tabloid e le televisioni (a eccezione del quotidiano Danas e delle due emittenti televisivi N1 e NovaS, che appartengono al gruppo United Group) hanno sferrato attacchi senza precendenti nei confronti del Ministro. Stefanović è accusato di aver preso parte a un congiura – mai provata – che mirava a uccidere il Presidente della Repubblica. Il braccio destro di Stefanović, Dijana Hrkalović, prima impiegata alla BIA (i servizi segreti serbi) e poi segretaria di Stato per il Ministero degli Interni, è stata improvvisamente rimossa dalle sue funzioni e pubblicamente accusata di tradimento per avere a lungo intercettato le telefonate del Presidente. Quando era Ministro degli Interni, Stefanović era entrato in contatto – durante una visita a Washington – con agenti dell’FBI ed era stato da loro invitato a intensificare la lotta contro la corruzione e la malavita. Il Ministro aveva promesso e rispettato la parola data e al ritorno c’erano stati arresti e retate contro diversi criminali, connessi comunque al Partito Progressista. Lo zelo di Stefanović, dal canto suo invischiato in scandali legati alla ditta del padre, che aveva venduto illegalmente armi all’Armenia e all’Azerbaigian, non è piaciuto a Vučić, il quale ha dato vita a una campagna mediatica contro il Ministro e la sua aiutante. Senza però sferrare l’attacco finale: Stefanović è ancora nel Governo, probabilmente perché sa molti segreti su tutti i membri del Governo e il Presidente non può quindi permettersi di annientare l’avversario. I due nemici sono in simbiosi e non possono ingaggiare una guerra a tutto campo, pena la perdita del potere.
Il sistema messo in piedi da Vučić ha molti legami con la criminalità, come testimonia non solo il caso Stefanović, ma anche lo scandalo Jovanjica: in Voivodina sono state trovate enormi piantagioni di marijuana che appartenevano al proprietario della ditta “Jovanjica”, da cui la vicenda stessa ha preso il nome. Impossibile che il Governo non sapesse dell’esistenza di questi enormi campi e che non ricevesse una percentuale sulle vendite della droga, soprattutto se si considera che un testimone attendibile, Predrag Koluvija, ha accusato il fratello del Presidente, Andrej Vučić, di essere uno dei principali trafficanti di cannabis nel Paese.

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Fig. 3 – Il Ministro della Difesa serbo Nebojsa Stefanovic, al centro di un controverso caso politico-mediatico

Gli scandali per la coalizione governativa sembrano essere infiniti: l’ex Sindaco di Jagodina – cittadina a sud di Belgrado – e attuale deputato Dragan Marković Palma è stato accusato da Marinika Tepić del partito di opposizione Libertà e Giustizia e probabile candidata contro Vučić alle prossime elezioni presidenziali, di aver organizzato in uno dei suoi hotel numerosi “bunga-bunga“. Palma è un volto noto della politica serba ed è un fedele alleato del Presidente: faceva parte delle milizie paramilitari di Arkan e governa da trent’anni Jagodina e la sua provincia come un feudatario medievale. Le accuse, confermate da numerose ragazze costrette a partecipare ai festini per mantenere il posto di lavoro che lo stesso Palma aveva loro garantito, danno un serio scossone all’immagine di padre con una famiglia numerosa e di uomo generoso che Palma stesso si è costruito in questi anni. Ai “bunga-bunga” serbi avrebbero partecipato anche italiani, alcuni dei quali, come il professor Roberto Veraldi, hanno testimoniato di aver rifiutato la compagnia femminile offerta loro da Palma.
A difendere Palma in tribunale sarà un avvocato che è anche il coordinatore cittadino del principale partito di opposizione, il Partito Democratico. Nonostante il segretario lo abbia subito destituito dall’incarico, il segnale è chiaro: a Jagodina comanda Palma, che propone e dispone anche dei propri nemici.
Nonostante la presenza di una solida società civile, che si esprime in movimenti di protesta contro l’inquinamento atmosferico e contro la speculazione edilizia, il sistema piramidale di Governo, con un uomo al potere che decide tutto, si riscontra in ogni Istituzione pubblica, dagli ospedali alle Università, dai centri di cultura ai circoli ricreativi. Ciò che manca è proprio un partito di opposizione che dia voce, a livello istituzionale, ai movimenti della società civile. Per questo i giovani non si occupano affatto di politica e hanno in testa un solo obiettivo: emigrare.

Christian Eccher

EPP Helsinki Congress in Finland, 7-8 November 2018” by More pictures and videos: [email protected] is licensed under CC BY

Christian Eccher
Christian Eccher

Sono nato a Basilea nel 1977. Mi sono laureato in Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, dove ho anche conseguito il dottorato di ricerca con una tesi sulla letteratura degli italiani dell’Istria e di Fiume, dal 1945 a oggi. Sono professore di Lingua e cultura italiana all’Università di Novi Sad, in Serbia, e nel tempo libero mi dedico al giornalismo. Mi occupo principalmente di geopoetica e i miei reportage sono raccolti nei libri “Vento di Terra – Miniature geopoetiche” ed “Esimdé”.

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