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    La risposta cinese al declino demografico: il 13° piano quinquennale

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    Puoi leggerlo in 5 min.

    Attraverso il nuovo piano quinquennale, l’élite politica cinese prepara le armi per fronteggiare quella che sarà una tra le sfide più impegnative che il PCC abbia mai affrontato: il declino demografico con le sue implicazioni

    GLI EFFETTI DELLA PASSATA “PIANIFICAZIONE” DEMOGRAFICA – La Repubblica Popolare Cinese, il Paese più popoloso del pianeta, si trova al giorno d’oggi a vivere le pesanti ripercussioni derivate dall’attuazione di stringenti politiche demografiche: tali politiche, adottate progressivamente a partire dagli anni Cinquanta, con l’obiettivo di prevenire sul nascere un boom demografico che la neonata Repubblica Popolare non poteva sostenere dal punto di vista agroalimentare (come dimostrato dall’esondazione del Fiume Giallo del 1959 e dalla carestia del 1960), più tardi sono confluite nella famosa politica del figlio unico, introdotta nel 1978 sotto la leadership di Deng Xiaoping. Esse hanno senz’altro soddisfatto l’obiettivo originario, ma la loro permanenza prolungata, nel lungo periodo, ne ha ritorto contro gli effetti. Il Paese versa infatti in una situazione di drammatica crisi demografica, causata dal ridottissimo numero di nascite (16,5 milioni di nati nel 2015, rispetto ai 30 milioni del 1963), e dal veloce aumento della speranza di vita, fattori che stanno mutando gli equilibri generazionali all’interno della popolazione a favore delle classi più anziane. Il World Population Prospects 2015, un interessante rapporto demografico redatto dall’ONU, è utile per comprendere l’entità del declino demografico che il Dragone ha di fronte: il rapporto prevede, sulla base degli attuali indici demografici cinesi, una popolazione che intorno al 2050 sarà di circa 1,3 miliardi di abitanti, una cifra non tanto dissimile da quella attuale, dove però i rapporti tra le classi di età saranno completamente stravolti: gli ultra-sessantenni saranno arrivati a comporre un pesante 36,7% della popolazione (contro il 15% del 2015), mentre la quota percentuale della popolazione attiva (coloro compresi tra i 15 e i 60 anni, ovvero il nerbo della forza lavoro, che sostiene le altre due classi di età, ovvero i più giovani e i più anziani, detti infelicemente “inattivi”) sarà calato dal 67% del 2015 al 50% nel 2050. L’India, nel frattempo, attestandosi a quota 1,6 miliardi, consoliderà il proprio primato demografico (lo storico sorpasso sulla Cina è atteso per il 2022). In futuro, oltre la metà del secolo, è previsto che la popolazione cinese inizi a calare, come conseguenza del saldo demografico negativo (il numero annuale dei morti che supera quello delle nascite), attestandosi a circa 1 miliardo nel 2100.

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    Fig. 1 – Un pensionato cinese fa la spesa in un mercato di Pechino

    I RISCHI DI NATURA ECONOMICO-SOCIALE – La transizione demografica cinese comporterà notevoli implicazioni, ben più gravi del danno d’immagine che la Repubblica Popolare rischia di subire una volta incassato il sorpasso demografico indiano. Esse saranno principalmente di natura strutturale e garantiranno ingenti difficoltà alle future élite politico-burocratiche del Paese: innanzitutto, dal punto di vista economico, gli effetti combinati del calo della forza lavoro e del boom numerico degli anziani comporteranno un pesante stress per l’economia, con i seguenti rischi: una carenza cronica di manodopera, che rischia di generare un calo della produzione di beni, fattore che potrebbe comportare non solo un crollo della crescita del prodotto interno lordo (il PIL, in termini concisi, non è altro che la produzione totale annuale di beni e servizi, ergo: minore sarà il numero di lavoratori, e minore sarà il prodotto totale), ma anche la possibilità di trovarsi con una bilancia commerciale in deficit (perché i beni che il sistema economico non riuscirà a produrre, dovranno essere importati da altri Paesi). L’unico modo per evitare il ristagno, se non addirittura il declino economico, sarà l’investimento di grosse cifre di capitale verso tecniche produttive innovative, che garantiscano una maggiore produttività pro-capite, come per esempio la robotica industriale (scelta attuata da molti altri Paesi, dal Giappone alla Germania, sempre per controbilanciare il calo della popolazione attiva). Quelli economici non saranno gli unici problemi: in futuro anche il sistema pensionistico, la previdenza sociale e il sistema sanitario risentiranno  delle dinamiche demografiche del Paese: con gli ultra-sessantenni che in futuro saranno quasi 4 abitanti su 10, sarà difficile per il Dragone riuscire a evitare un crollo dello stato sociale, e garantire le pensioni e assistenza sanitaria alla propria popolazione, soprattutto dopo aver osservato il rapporto numerico tra popolazione attiva (i contribuenti) e inattiva, che al giorno d’oggi in Cina è di quasi 2:1, ma che entro il 2050 , sempre basandosi sui dati del World Population Prospects 2015, sarà calata a 1:1, rendendo impossibile dal punto di vista fiscale il sostenimento di una popolazione inattiva cosi vasta, facendo trapelare come uniche alternative la spesa a deficit (che implica un aumento del debito pubblico) oppure l’attuare di politiche di inasprimento fiscale o di innalzamento dell’età pensionabile (che in Cina è assai bassa: 60 anni per i lavoratori, 55 anni per le lavoratrici nel settore pubblico, 50 anni per le lavoratrici nel settore privato).

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    Fig. 2 – Donne a passeggio con i loro bambini in un parco della capitale cinese

    UNA RISPOSTA INIZIALE: IL 13° PIANO QUINQUENNALE – Con il 13° piano quinquennale per il 2016-2020, approvato il 16 marzo 2016 dall’Assemblea del popolo, il Paese, sotto la guida di Xi Jinping, si prepara a compiere un iniziale cambio di rotta , dando le prime risposte concrete agli interrogativi posti dal declino demografico: innanzitutto è ufficializzato l’abbandono della politica del figlio unico, che sarà sostituita dalla politica dei due figli (politica che permetterà a tutte le famiglie cinesi di avere al massimo due bambini, nella speranza di aumentare il tasso di fertilità), strategia che sarà accompagnata da un potenziamento delle politiche di sostegno alla maternità. Come risponderà la Repubblica Popolare alla necessità di offrire l’assistenza sanitaria a numeri crescenti di anziani, che entro i prossimi 35 anni saliranno a quota 400 milioni? Il sistema sanitario sarà notevolmente implementato, sia in senso quantitativo (costruzione di nuove strutture ospedaliere, soprattutto nelle campagne) che qualitativo, potenziando la copertura sanitaria di base, mentre in ambito economico si prevede un progressivo aumento dell’età pensionabile, mossa che ha il duplice obiettivo di rallentare il calo numerico della forza lavoro e di salvare, almeno temporaneamente, il sistema pensionistico. Ma il piano prevede soprattutto un’ambiziosa transizione economica, che si articola su due parole chiave: innovazione e consumi. La transizione muterà l’assetto economico del Paese, da economia orientata verso le esportazioni a piena economia socialista di mercato, orientata verso i consumi interni. L’innovazione tecnologica sarà quindi la chiave di questa trasformazione economica. Infatti il piano assicura grande enfasi alla ricerca: saranno investite in futuro ingenti quantità di denaro pubblico in ricerca e sviluppo (circa il 2,5% del PIL), mentre alle università sarà assicurata maggiore autonomia. Attraverso queste scelte la Repubblica Popolare punta a sviluppare e applicare nuove tecnologie e tecniche di produzione dall’elevata produttività pro-capite, in modo da non pregiudicare la crescita dell’economia e garantire un aumento della produzione dei beni, nonostante il futuro calo della forza lavoro. L’aumento della produzione, accompagnato anche dai progressi che il Paese sta compiendo nel settore dei servizi, stimoleranno una progressiva crescita dei consumi interni, che a loro volta traineranno la crescita economica. Resterà per ora una grande incognita la sostenibilità finanziaria del piano quinquennale: le grandi spese previste per sanità, ricerca, innovazione e infrastrutture contribuiranno all’espansione del deficit finanziario cinese, con non poche preoccupazioni sul futuro debito pubblico.

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    Fig. 3 – Giovani studenti espongono un ritratto di Mao durante una celebrazione pubblica nella provincia dello Shanxi

    Simone Munzittu

    [box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

    Per capire in dettaglio le politiche del 13° piano quinquennale, è possibile consultare questa infografica dell’agenzia di stampa Xinhua che illustra i tratti salienti della riforma. [/box]

    Foto di copertina di ^Joe Rilasciata su Flickr con licenza Attribution License

    Simone Munzittu

    Sono nato in Sardegna nel 1996, a Cagliari. Presso l’ateneo di questa città ho conseguito con lode una laurea in Scienze Politiche, con una tesi sull’ascesa della partisanship nel Congresso degli Stati Uniti. Le mie più grandi passioni sono di natura economico-politica, e proprio di questo mi occupo all’interno del Caffè Geopolitico, nell’area dell’Asia-Pacifico. La Cina è il Paese che mi appassiona e che caratterizza i miei studi: attualmente vivo a Pechino, nell’ambito di un programma di laurea specialistica double degree tra l’Università di Torino e la Beijing Foreign Studies University. Inoltre, amo la storia, la musica, i giochi di strategia, la Formula 1 (da ferrarista convinto)… e anche il caffè.

     

     

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