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    La NATO che verrà

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    All’inizio di Febbraio il Segretario Generale della NATO Anders Fogh Rasmussen ha approfittato della Munich Security Conference per delineare il futuro della NATO, in particolare dopo il ritiro dall’Afghanistan previsto nel 2014.  L’intervento del Segretario Generale non ha aggiunto molte novità, ma ha fatto il punto sullo stato della NATO e i suoi obiettivi programmatici, già emersi in embrione ai summit di Lisbona e Chicago.

     

    TORNA A CASA, NATO! – Un pò come nell’avventuroso viaggio del simpatico Lassie, le truppe NATO torneranno presto dall’Afghanistan. E’ stato proprio un lungo percorso, oltre dieci anni fuori area danno ai decision makers abbondante materiale per trarre preziose lessons learned e tracciare un bilancio complessivo, ancora incerto. In effetti il sentiero è stato tortuoso, soprattutto quando, nel corso del 2012, si è dovuto fare a meno delle strade Pakistane. Dopo l’incidente di Salala, in cui un drone statunitense ha erroneamente bombardato dei soldati pakistani, uccidendone 24, Islamabad ha chiuso le cosiddette GLOC (Ground Lines Of Communications). L’incremento del trasporto per via aerea e i percorsi alternativi si sono rivelati opzioni troppo costose. La crisi si è trascinata fino al Summit di Chicago, in giugno, che per questo ed altri motivi è apparso sottotono e poco incisivo. Ad accordo raggiunto, il Pakistan ha chiesto un aumento del pedaggio per riaprire le proprie strade ai convogli, giocando sul fatto che essi rappresentano il principale filone di approviggionamento delle forze terrestri. Ma, nonostante tutto, l’Afghanistan è stato messo in sicurezza e il passaggio di consegne con le forze armate afghane può finalmente avvenire. E’ proprio questo che Rasmussen vuole sottolineare, evidenziando come portare a termine una missione così lunga e complessa abbia sicuramente ricadute benefiche in termini di interoperabiltà, senso di appartenenza all’istituzione e obiettivi comuni.

     

    UN’ALLEANZA “INTELLIGENTE” – Nello scacchiere europeo, il concetto sul quale si è voluto porre l’accento ancora una volta è la cosiddetta “smart defence”, concepita per eliminare sprechi e duplicazioni nella catena di comando ed evitare sovrapposizioni di ruoli sulle attività core. La scelta è stata quasi obbligata dalla sensibile diminuzione delle risorse finanziarie, in seguito ai pesanti tagli che i Paesi membri hanno operato sul comparto difesa. Punti cardine della dottrina sono il pooling degli assetti strategici e la specializzazione in quelli tattici. La riduzione degli strumenti militari comporta l’impossibilità, da parte del singolo membro, di coprire l’intera gamma di missioni e capacità che le forze armate dovrebbero esprimere. Di conseguenza, i Paesi NATO metteranno insieme le (poche) risorse disponibili per gestire in pool quelle capacità che sono sentite come comuni e irrinunciabili, ad esempio il trasporto strategico o gli assetti ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance). L’idea è quella di ricalcare il successo della flotta AWACS, i radar volanti gestiti centralmente da Bruxelles e con a bordo equipaggi multinazionali, che da anni garantiscono la sorveglianza sui cieli europei. I primi embrioni del nuovo corso riguardano il già citato trasporto strategico, con i programmi SALIC (Strategic AirLift Interim Solution) e SAC (Strategic Air Capability). La specializzazione, invece, richiederà una scelta di campo da parte di ciascuno Stato membro. Ogni membro si concentrerà su poche missioni, che dovrà svolgere per conto dell’intera Alleanza, e che verranno decise di comune accordo con gli altri membri. Il budget assegnato alla difesa verrà speso in larga parte per espletare i compiti assegnati. Infatti i criteri da rispettare sono credibilità ed efficienza, in quanto la NATO deve continuare a garantire la piena operatività delle proprie forze e la massima efficacia. A titolo di esempio, l’Italia garantisce da qualche anno la difesa dello spazio aereo sloveno. La Slovenia indirizzerà quindi i fondi verso altre missioni più adeguate al proprio budget.

     

    Missili Patriot al comando della NATO rischierati in Turchia. Fonte: NATO, sito ufficiale.
    Missili Patriot al comando della NATO rischierati in Turchia. Fonte: NATO, sito ufficiale.

    CYBER WARFARE E DIFESA MISSILISTICA – Questi sono i due campi in cui l’Alleanza non ammette repliche. I recenti attacchi ad infrastrutture e centri di comunicazione attraverso il cosiddetto “cyber space” hanno delineato un nuovo campo di battaglia in cui perfino l’intramontabile Sun Tzu sembra invecchiare. Nuove regole, nuovi colpi, dottrine ancora da scrivere. Una sfida che suona quasi entusiasmante, ma che va presa molto sul serio, soprattutto da quando anche il terrorismo internazionale ha manifestato interesse in materia. Alcuni analisti parlano addirittura di possibili cambi ideologici e gerarchici all’interno di Al-Qaeda che, ammesse le pesanti sconfitte degli ultimi anni, potrebbe cambiare il terreno di scontro e tentare di sorprendere i Paesi NATO a guardia bassa. Anche lo scudo missilistico si farà, a quanto pare, per contrastare la diffusione di missili balistici in Paesi considerati inaffidabili, Iran in testa. I Russi continuano ad osteggiare il progetto e l’Europa fatica a reperire le risorse. Tuttavia i fatti sembrano confermare la forte volontà di portare a termine il disegno di una difesa missilistica integrata e credibile. I missili Patriot rischierati in Turchia sembrano il preludio di una maggiore attenzione che l’Alleanza presterà al “ventre molle” della NATO (il Mediterraneo – nda). Di vitale importanza saranno gli sforzi per garantire la piena interoperabilità degli assetti antimissile europei e quelli statunitensi, con un’attenzione speciale alle unità navali, considerate più mobili e più versatili per schermare l’Europa da minacce provenienti da sud oppure per proteggere uno schieramento di forze fuori area.

     

    MEDICINA PALLIATIVA – Un dato certo: la NATO è ancora una grande alleanza, in grado di portare a termine missioni complesse su scala globale, dispiegando uno strumento militare di capacità ed efficacia impressionante. Ma per quanto ancora? Negli ultimi anni, la scarsità di risorse finanziarie e i crescenti problemi di indirizzo politico cominciano a far sentire il proprio peso. Qualche tempo fa l’ex segretario della difesa statunitense, Robert Gates, tuonava da Bruxelles spronando l’Europa a cambiare atteggiamento in materia di difesa, lamentando al contempo inefficienze economiche e politiche. Secondo Gates l’Europa non si è ancora affrancata dal vecchio modello di difesa basata sul territorio e l’ormai improbabile minaccia Russa. Le forze Europee, quindi, sebbene numerose, sono poco flessibili. Come se non bastasse, le spese per la difesa sono diminuite troppo per il ruolo che l’Europa vorrebbe ricoprire (o le si vuole far ricoprire? Ai posteri…). Soltanto due le possibili soluzioni: rivedere gli obiettivi politici o incrementare i bilanci. A proposito di obiettivi politici, lo spostamento strategico degli Stati Uniti verso l’Asia allarga a dismisura le aree in cui la NATO potrebbe trovarsi ad operare. Nei desiderata statunitensi l’Europa dovrebbe rendersi indipendente in materia di difesa comune per svincolare forze e risorse americane da trasferire ad est. Ciò potrebbe significare un’esasperazione del concetto di “expeditionary role” che i membri europei potrebbero non condividere. In questa prospettiva, il concetto di smart defence non aiuta realmente la NATO ma ne prolunga artificialmente la vita nella forma in cui la conosciamo, fungendo da medicina palliativa.

    Marco Giulio Baronehttps://ilcaffegeopolitico.net

    Marco Giulio Barone è analista politico-militare. Dopo la laurea in Scienze Internazionali conseguita all’Università di Torino, completa la formazione negli Stati Uniti presso l’Hudson Institute’s Centre for Political-Military analysis. A vario titolo, ha esperienze di studio e lavoro anche in Gran Bretagna, Belgio, Norvegia e Israele. Lavora attualmente come analista per conto di aziende estere e contribuisce alle riviste specializzate del gruppo editoriale tedesco Monch Publishing. Collabora con Il Caffè Geopolitico dal 2013, principalmente in qualità di analista e coordinatore editoriale.

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