Pakistan contro Afghanistan: escalation e raid oltreconfine

In 3 sorsi – Il 27 febbraio il Pakistan ha colpito con raid aerei obiettivi in Afghanistan e i talebani hanno risposto lungo la Durand Line: è la più grave escalation tra i due Paesi dal 2021. Al centro ci sono milizie transfrontaliere, sovranità e pressioni interne su Kabul e Islamabad.

1. UNA FRONTIERA MAI DIVENTATA CONFINE

La Durand Line è un confine contestato e poroso, dove politica, identità pashtun e reti armate si sovrappongono. Da decenni la linea separa formalmente Pakistan e Afghanistan, ma Kabul non l’ha mai riconosciuta pienamente e la governance locale resta frammentata. In questo spazio di passaggi, contrabbando e lealtà tribali, i gruppi militanti trovano profondità e copertura, rendendo difficile distinguere sicurezza interna e minaccia esterna.
Il tracciato attraversa aree abitate da comunità pashtun su entrambi i lati, con legami familiari e tribali che precedono gli Stati moderni: per questo il controllo di passi e valichi è anche una questione identitaria e politica, non solo militare. Nella pratica, la competizione si concentra su posti di frontiera strategici e sulle aree rurali dove l’autorità statale è intermittente: chi controlla strade, dogane e “corridoi” locali controlla anche entrate, movimentazione di merci e libertà di manovra dei gruppi armati.

Embed from Getty Images

Fig. 1 – Un soldato pakistano di guardia al confine di Chaman dopo scambi di fuoco con l’Afghanistan, 27 febbraio 2026

2. DAL COLPO DI MANO ALLA RAPPRESAGLIA

Al centro della crisi c’è il dossier TTP (Tehrik-i-Taliban Pakistan), il movimento ribelle che condivide radici ideologiche con i Talebani afgani, ma mira a rovesciare lo Stato pakistano. Islamabad accusa Kabul di tollerarne le basi sul proprio territorio. I Talebani negano, ma eliminare il TTP rischierebbe di spingerne i militanti verso l’ISIS-Khorasan, rivale ancora più pericoloso per Kabul.
In pochi giorni si è passati dai colpi “mirati” a un confronto dichiaratamente interstatale. A febbraio 2026 una serie di attentati ha fatto esplodere le tensioni: un attacco suicida a una moschea a Islamabad ha ucciso 36 persone; un assalto nel Bajaur ha causato 11 vittime militari. Il 21 febbraio l’aviazione pakistana ha colpito presunti campi TTP nel Nangarhar e nel Paktika. La risposta talebana è arrivata con attacchi contro postazioni pakistane lungo i circa 2.600 chilometri di frontiera, rivendicando decine di morti e la presa o distruzione di avamposti.
In risposta, il Pakistan ha lanciato l’Operazione Ghazab Lil Haq (“Furia giusta”), con raid su Kabul, Kandahar e Paktia: distrutti i quartier generali di due brigate a Kabul, un deposito munizioni a Kandahar, oltre 80 postazioni talebane. Il Pakistan rivendica circa 300 combattenti uccisi, i Talebani denunciano vittime civili. I dati restano non verificabili in modo indipendente.

Embed from Getty Images

Fig. 2 – Fedeli durante la preghiera del venerdì in una moschea danneggiata dai combattimenti tra Pakistan e Afghanistan a Bajaur (Khyber Pakhtunkhwa), 27 febbraio 2026

3. RISCHIO ESCALATION, SPAZIO PER MEDIAZIONE

Lo scenario più probabile è una spirale di raid aerei e scontri di confine per fare pressione senza guerra aperta, ma l’errore di calcolo resta alto. Il meccanismo può reggere finché i costi restano controllabili, ma può saltare se aumentano le vittime civili, vengono colpiti nodi strategici (basi, depositi, valichi) o agiscono gruppi non pienamente controllati sul terreno.
In questo quadro, eventuali mediazioni (Cina, Turchia, Paesi del Golfo, ONU) funzionano solo se c’è un minimo di de‑conflitto, cioè regole pratiche per evitare incidenti: un contatto diretto tra i comandi sul confine e impegni concreti e controllabili sul tema dei gruppi armati che usano il territorio afghano come retrovia. In una possibile negoziazione, per Islamabad pesano gli attacchi attribuiti al TTP e l’accusa che trovi riparo oltreconfine. Per Kabul, invece, conta soprattutto la sovranità e la tenuta del fronte interno. La crisi rivela inoltre il fallimento della “profonda strategica afghana” di Islamabad: i Talebani non si sono rivelati il partner calcolato, aprendo una fase inedita negli equilibri geopolitici dell’Asia centrale. Finché il nodo TTP non sarà affrontato con meccanismi verificabili, ogni de-escalation rischia di essere temporanea.

Pietro Costanzo

Taliban Flags on the Pakistan side of the border with Afghanistan” by Talk Media News Archived Galleries is licensed under CC BY-NC-SA

Indice

Perchè è importante

  • La crisi apre un nuovo fronte armato nel cuore dell’Asia meridionale, coinvolgendo un Pakistan dotato di armi nucleari e un Afghanistan già isolato.
  • La sicurezza della Durand Line incide su rotte commerciali, corridoi energetici e investimenti regionali (inclusi i collegamenti con la Cina), ma ogni escalation ricade sui civili: vittime, sfollati e accesso umanitario diventano strumenti di pressione politica.

Dove si trova

Chi lo ha scritto

Pietro Costanzo
Pietro Costanzo

Co-fondatore e Segretario Generale del Caffè. Si occupa di cooperazione internazionale e progetti UE nel settore sicurezza, tra capacity building, formazione e qualche aeroporto di troppo. Ha operato in contesti civili e militari tra Europa, Africa, Asia e Medio Oriente. Appassionato di decision-making in ambienti complessi, si ritrova frequentemente a gestire imprevisti e a costruire un piano B quando il piano A non era esattamente un piano. Le opinioni espresse sono personali, le analisi, si spera, un po’ meno.

Ti piace quello che facciamo?

La nostra redazione è composta da giovani professionisti e appassionati che si impegnano volontariamente a produrre questa rivista. Se ti è utile e ti interessa quello che facciamo, sostienici: costa quanto un paio di caffè al mese.

Ti potrebbe interessare