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martedì 14 Luglio 2020
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    Speciale COVID-19

    Le grandi ambizioni del piccolo Qatar

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    L’aumento dell’autorevolezza internazionale di questo piccolo Emirato, alleato dell’Occidente e mediatore tra e con il mondo arabo, gioca sul filo di un equilibrio sospeso tra gli interessi del grande alleato americano e una strategia ben più ambiziosa.

     

    TRA OCCIDENTE… – Per capire il perché una piccola penisola con meno di due milioni di abitanti, con vicini scomodi come l’Arabia Saudita ed il dirimpettaio Iran, abbia acquisito un ruolo chiave sul palcoscenico diplomatico, non possiamo fare a meno di partire da quello che è il suo primo ministro, nonché ministro degli esteri: l’emiro Hamad Al-Thani, che governa il paese dal 1995.

    Fin dalla prima Guerra del Golfo, quando a capo del piccolo paese vi era il padre, la famiglia Al Thani mantiene una solida alleanza con gli Stati Uniti, che a Doha hanno un quartier generale e due importanti basi militari, quella aerea di Al Udeid e quella dell’esercito ad As-Sayliyah. Il figlio, Hamad Al Thani,depone il padre nel ’95, ed è di casa tanto a Washington quanto in Costa Smeralda e mantiene uno stretto contatto con Parigi. L’emiro si è infatti potuto garantire, durante la presidenza Sarkozy, che istruttori francesi formassero le forze dell’ordine qatarine.

    La fiducia di Washington nel piccolo emirato si è spinta al punto da considerare l’apertura di un ufficio di rappresentanza dei talebani a Doha come un passo fondamentale per il processo di pace in Afghanistan, decisione per altro condivisa anche dal britannico David Cameron, dal presidente del Pakistan Asif Ali Zardar e dallo stesso Hamid Karzai, nel corso di un recente summit a Chequers. E’ possibile dunque che una soluzione in Afghanistan possa dipendere anche dai servigi dell’emiro che, già nel 2001, prima che i talebani fossero sconfitti in Afghanistan, aveva ospitato alcune loro delegazioni.

     

    … E MONDO ARABO – Le iniziative dell’iperattivo primo ministro Hamid Al Thani mirano, dunque,  a far emergere il Qatar come il principale mediatore tra Occidente e Medio Oriente, garantendogli una capacità di manovra e un’influenza che vanno ben oltre le sue “piccole” apparenze. L’esplosione delle Primavere arabe e la comprensione di un forte cambiamento in atto hanno spinto il Qatar a cavalcare il moto dell’onda rivoluzionaria: dall’Egitto alla Tunisia, passando per il sostegno incondizionato all’intervento militare in Libia del 2011, il gioco del Qatar è sempre stato quello di sostenere i movimenti rivoluzionari, ma più nello specifico i movimenti ispirati alla Fratellanza Musulmana, così da costruirsi un ruolo da protagonista e guadagnare influenza nei nuovi equilibri. Cospicui finanziamenti sono stati e vengono tuttora riversati nelle casse del partito di Morsi “Libertà e Giustizia”, di “Ennahda” in Tunisia e di “Giustizia e Ricostruzione” in Libia che, sebbene non sia riuscito ad ottenere la vittoria nelle scorse elezioni, non manca di influenzare la vita del paese, soprattutto in Cirenaica.

    Anche in la Siria, dove il Qatar sostiene e arma i ribelli, l’emiro è diventato il principale sponsor tra i paesi arabi di un intervento militare che porti alla destituzione di Bashar Al Assad. Gaza, infine, è un tassello fondamentale del mosaico geopolitico qatariota. La recente storica visita dell’emiro nella Striscia è stata infatti la prima di un capo di Stato arabo a Gaza dall’occupazione israeliana nel 1967, e ciò in concomitanza con i raid aerei israeliani dello scorso ottobre. La leadership di Hamas lo ha accolto trionfalmente suscitando l’immediata reazione di Teheran, principale sponsor insieme agli Hezbollah del Libano, del partito che governa la Striscia. Non dimentichiamo inoltre che l’emirato svolge un ruolo di conciliazione importante nei colloqui intercorsi tra Fatah e Hamas, che dovrebbero condurre le due fazioni alle annunciate elezioni parlamentari e presidenziali con la formazione di un governo  di unità nazionale che avrebbe sede proprio a Doha.

     

    pearl-qatar
    No, non affittano camere lì in mezzo. Ma sarebbe assai suggestivo

    QUALE DUNQUE IL DISEGNO QATARINO? – Da un lato Al-Thani sembra mirare ad isolare tanto la Siria quanto l’Iran, nonostante un accordo di reciproca sicurezza tra l’emirato e la potenza persiana sia in piedi dal marzo del 2010. Questo è senz’altro vero da un punto di vista geopolitico, ma non bisogna trascurare il fatto che quello che il Qatar sta facendo è in generale favorire la formazione di un blocco di paesi legati all’islamismo sunnita per poi diventarne esponente di punta, possibilmente scavalcando addirittura i rivali storici dell’Arabia Saudita; in tale ottica risulta immediata tanto l’opposizione al regime sciita degli Ayatollah quanto quello alla Siria alevita di Assad.

     

    E ANCHE IN AFRICA – L’atteggiamento che il Qatar mantiene nel Sahel infine, sebbene da un punto di vista formale sia diverso dall’interventismo che ha caratterizzato la diplomazia di Doha in Libia, non ne differisce nella sostanza. Mentre il Segretario alla Difesa USA, Leon Panetta, a Londra il 18 gennaio dichiarava il suo appezzamento per l’intervento francese in Mali, sostenuto dagli Stati Uniti, il Qatar si è posto su un’altra rotta, dichiarando in una recente intervista di non credere che “la forza risolverà il problema”, e pronunciandosi a favore di una soluzione concordata tra i “paesi vicini, l’Unione Africana e il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Una posizione, d’altro canto, che non differisce troppo da quella del Movimento algerino per la pace sociale (Homs) che fa capo ai Fratelli musulmani, ma contraria a quella del governo algerino che non sembra apprezzare le interferenze del Qatar nella vicina Libia e le manovre di Doha nel nord del Mali. Da mesi, infatti, si parla di trasferimenti di denaro da parte dell’emiro ad Ansar Dine e al Movimento per l’Unicità e la Jihad nel Africa Occidentale (Mujao), i gruppi che insieme ai tuareg di Mnla controllano l’Azawad e destabilizzano il Paese.

    Anche nel Corno d’Africa, altro punto caldo, la politica del Qatar non nasconde una certa ambiguità. Solo nell’ottobre del 2012, Qatar ed Etiopia hanno ripreso le loro relazioni diplomatiche bilaterali, interrotte quattro anni addietro: Addis Abeba accusava Doha sia di legami con la nemica Eritrea, sia di sostegno ai gruppi terroristici in Etiopia e Somalia. Questo è ciò che emerge dai cablogrammi di Wikileaks, in cui l’ex presidente della Somalia dichiarava a un diplomatico statunitense che il Qatar stava canalizzando assistenza finanziaria al gruppo Shabab al-Mujahideen, collegato ad al-Qaeda, che gli Stati Uniti avevano classificato come “terrorista.

     

    IN EQUILIBRIO – La parabola estera del Qatar non fa dunque mistero di un’ambizione di crescita costante. In equilibrio critico e fragile tra le due grandi potenze che determinano la sua sopravvivenza, vale a dire la decennale presenza militare statunitense nel Golfo e la crescente potenza regionale dell’Iran, il piccolo emirato in virtù di un enorme disponibilità finanziaria è riuscito a ritagliarsi un ruolo geopolitico di primo piano, ma si deve anche riconoscere una notevole scaltrezza politica che non manca di opportunismo.

    Luca Cristiano Cavaliere
    Luca Cristiano Cavaliere

    Ho 32 anni e sono pugliese, attualmente mi occupo di progettazione comunitaria. Mi sono laureato in Scienze internazionali e diplomatiche a Napoli nel 2006 con una tesi sui rapporti tra Stati Uniti e Cina negli anni settanta. Sono un grande appassionato di storia contemporanea e di relazioni internazionali, con un particolare interesse per il continente africano, la Cina e il Medio Oriente. Ho avuto la fortuna di visitare il Ghana per un progetto di cooperazione internazionale quattro anni fa, ma tuttora sto cercando una cura per il “maldafrica”. Nel frattempo ho fatto esperienze nel giornalismo, nel terzo settore e ho fatto anche tantissime telefonate… fino a che non ho deciso che fosse il momento di tornare a casa, ma neanche di questo sono troppo sicuro.

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