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    Questa guerra non s’ha da fare

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    Puoi leggerlo in 5 min.

    Oggi, 3 dicembre, Claudia avrebbe festeggiato il compleanno. La nostra giovane autrice ha invece intrapreso un altro viaggio, qualche settimana fa. Vogliamo ricordarla riproponendovi il suo ultimo articolo da Seul.

    Auguri Claudia, da tutto il Caffè Geopolitico.

     

    10 Aprile 2013

    Da alcune settimane telegiornali, quotidiani e internet parlano dell’imminente rischio di guerra nella penisola coreana. Il mondo sembra essere col fiato sospeso mentre le minacce non fanno altro che aumentare. Tuttavia mentre il mondo trema, cosa succede realmente a Seoul? Ecco una testimonianza esclusiva di una nostra collaboratrice che vive nella capitale sudcoreana

     

    “GUERRA? DOVE?”- A Seoul la vita scorre tranquilla come tutti i giorni: i soliti impiegati in giacca e cravatta vanno nelle loro aziende la mattina alle 9 per poi tornare a casa la sera alle 11; i bambini sorridenti vanno a scuola la mattina, al doposcuola il pomeriggio mentre i loro colleghi universitari passano il tempo tra una festa e l’altra aspettando i temuti esami di metà semestre ormai alle porte. Ogni cosa sembra andare come al solito: nessun segno di terrore o isteria comune, è come se qui le nessuno sapesse di venire minacciato settimanalmente dal cugino al nord. In realtà, tutti sono a conoscenza della situazione. Le minacce vengono riportate dai telegiornali e quotidiani, anche se molte volte in secondo piano. Infatti è più facile trovare nelle prime pagine dei giornali articoli sulla ennesima vittoria nel pattinaggio artistico di Yuna Kim o articoli sulle nuove leggi abrogate, come il limite della lunghezza della minigonna e altre notizie politico-economiche. Ma perché? 

    “E’ sempre la solita storia” dice Kim Hamseam, studentessa di relazioni internazionali presso la Graduate School of International Studies della Sogang University, “ogni anno vengono fuori le solite minacce, ma non succede mai niente”. Con una risata e stessa tranquillità risponde Jiyi Jun, studentessa di commercio internazionale presso la medesima università, alla domanda di una possibile guerra, aggiungendo inoltre che “il presidente della Samsung è ancora a Seoul, quindi significa che non c’è nessun pericolo. Se ci fosse l’accenno di una possibile guerra sarebbero proprio tutti i presidenti delle compagnie più famose a lasciare il paese non credi?”. Insomma, le minacce ci sono, si fanno sentire, ma nessuno sembra esserne preoccupato. Perché? Si potrebbe dire “questione di abitudine”.  Bisogna ricordare che legalmente le due Coree sono in guerra dal 1950 e nessun trattato di pace è stato mai firmato, bensì solo un armistizio firmato nel 1956 dopo lunghe polemiche. Da allora non sono mancate le minacce, e le provocazioni da parte del Nord  sono all’ordine del giorno, sopratutto in periodi in cui fame e crisi economica dilaniano Pyongyang.

     

    IL TENTATIVO DI AFFERMAZIONE – Per capire il perché di queste nuove minacce basta guardare ai recenti avvenimenti nella politica internazionale, come anche alla situazione interna della Corea del Nord. Kim Jong Un ha preso in mano le redini del paese dopo la morte del padre Kim Jong Il avvenuta nel 2011. Kim Jong Il è da sempre stato considerato un irrazionale dittatore, tenuto sempre sott’occhio dalle potenze internazionali e a volte anche temuto. Kim Jong Un invece, a causa della sua giovane età, è stato fin da subito criticato e la sua autorità contestata sia a livello nazionale che internazionale. Sono in molti infatti a diffidare della sua abilità di gestire un paese come la Corea del Nord: “troppo giovane ed inesperto” è l’opinione. Quest’ultima sembra essere condivisa anche dagli stessi ufficiali nordcoreani i quali si dice siano più “legati” e leali allo zio del giovane leader che a quest’ultimo.

    Questa “lotta” per affermarsi a livello nazionale e internazionale ha portato il giovane leader alla decisione di intraprendere i due lanci, il primo non andato a buon fine, di un “satellite orbitale”, il quale gli è costato dure sanzioni da parte dell’Onu. Questi due lanci però non sono avvenuti in un periodo casuale, bensì sono avvenuti proprio a cavallo delle elezioni presidenziali sia negli Stati Uniti che in Corea del Sud. Sono molti gli esperti che infatti ritengono che questi due lanci non siano altro che un messaggio che Kim Jong Un ha voluto mandare ai suoi colleghi Obama e Park: “Non dimenticatevi di noi qui in Corea del Nord, ma soprattutto non dimenticatevi di me”.

     

     

     

    GUERRA? NO GRAZIE- Il silenzio di Washington e Seoul alle continue minacce sembra aver fatto “innervosire” Kim Jong Un, portandolo ad una escalation delle minacce, tra cui il recente invito agli stranieri di lasciare Seoul. Questo silenzio non è altro che la prova della poco desiderio degli Stati Uniti e della Corea Del Sud di intraprendere qualsiasi tipo di conflitto armato. La Corea del Sud sembra una tigre in piena corsa, ben poco volenterosa di fermasi. L’economia sudcoreana non potrebbe essere più splendente, con una crescita del PIL del 3.6% nel 2012. Inoltre in campo internazionale da ricevente Seoul è diventata una dei maggiori donatori di Official Development Assistance (ODA), sopratutto verso paesi del sudest-asiatico come Vietnam, Laos e Cambogia.

    Una guerra comporterebbe un blocco allo sviluppo economico, che il Paese non vuole sicuramente. In un paese dove il motto è da sempre “ progresso prima di ogni cosa” qualsiasi cosa che minacci lo sviluppo economico viene rifiutato totalmente sia dal governo, che dalla popolazione stessa. Principio che per esempio, può venir benissimo applicato all’opposizione dell’idea di una possibile unificazione tra i due paesi . La maggior parte della popolazione sostiene di essere contraria all’unificazione per motivi economici: unificare la penisola comporterebbe ingenti spese economiche per la ripresa dell’economia della Corea del Nord, tutte sulle spalle della popolazione del sud. Bisogna ricordare che parliamo di una popolazione la quale è stata disposta a sottostare a ben 20 anni di cruenta e spietata dittatura di Park Chung Hee pur di ottenere quel rapido sviluppo economico conosciuto come “il miracolo del fiume Han”.

    gli Stati Uniti? Neanche loro sembrano voler una guerra nella Penisola, soprattutto perché un loro intervento è doveroso e fortemente richiesto da Seoul. Sebbene quest’ultima possegga un proprio esercito e un proprio arsenale consistente, è sugli Stati Uniti che farebbe maggior affidamento in campo militare, sopratutto a livello nucleare. L’interesse americano nella penisola è terminato con la fine della Guerra Fredda. Con la Corea del Sud totalmente convertita al capitalismo e la scomparsa della minaccia sovietica in Asia, gli Stati Uniti non hanno più grandi interessi militari strategici nella penisola.  La sfera di interesse si è spostata verso il sudest-asiatico, dove l’influenza politico-economico e militare americana rischia rispetto a quella della rivale Cina. Anche se per motivi diplomatici gli USA si sono dichiarati del tutto disponibili ad appoggiare il governo sudcoreano in una possibile guerra, entrambi i governi cercheranno sicuramente di fare del loro meglio per risolvere il tutto attraverso vie diplomatiche che non comportano nessun coinvolgimento in un conflitto diretto, e quindi in spese e perdite inutili.

     

    COSA BISOGNA ASPETTARSI– Per quanto irrazionale, un leader di qualsiasi paese vuole comandare e per farlo ha bisogno di un paese su cui esercitare il proprio potere. Un qualsiasi attacco da parte della Corea del Nord comporterebbe una risposta americana e sudcoreana talmente devastante da non lasciare più niente in piedi al Nord. Tuttavia solo in un campo sembra che la Corea del Nord sia riuscita a piegare il Sud: nel “cyber-warfare”. Recenti attacchi ad importanti banche sudcoreano hanno bloccato il paese per un giorno intero, dimostrando come essa sia totalmente dipendente dal digitale. La Corea del Nord invece, “grazie” alla sua arretratezza tecnologica si dimostra essere paradossalmente invulnerabile e letale allo stesso tempo. Sarà allora digitale la prossima guerra coreana? Vedremo, ma per il momento la vita scorre tranquilla a Seoul.

     

    Claudia Plantera 

     

    Le foto sono state scattate per le strade di Seul dall’autrice

    Claudia Plantera
    Claudia Plantera

    Con una laurea in giapponese in tasca e tanta voglia di esplorare il mondo, da una piccola città a 5 minuti da Roma mi ritrovo ora a Seoul, dove sto frequentando il mio ultimo semestre magistrale in National Intelligence and Security.

    Mi interesso di tutto ciò che ha che fare con i conflitti non convenzionali dal terrorismo al cyberwarfare, e ho una spiccata passione per le nuove tecnologie.

    Attualmente sono impegnata nella stesura della mia tesi sul ruolo dell’Intelligence nella lotta contro le milizie armate in Libia, tema che unisce la mia passione per il “non convenzionale” ad un recente interesse per il Medio Oriente e il Nord Africa.

    † Claudia ci ha lasciato il 17 Novembre 2013. Ciao Claudia, grazie.

     

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    3 Commenti

    1. Il Mondo no! Non stá con il fiato sospeso, é la campagna
      mediatica che ci vuole con il fiato sospeso.  Si devono giustificare tutti i soldi che vanno
      agli armamenti, cosa c’é di meglio che tornare a estrarre dal cappello il
      Pericolo Rosso, la Marea Rossa.

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