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martedì 29 Novembre 2022

Associazione di Promozione Sociale | Rivista di politica internazionale

Dalle speranze democratiche alla guerra civile: la tragedia del Myanmar

In breve

  • Il colpo di Stato del febbraio 2021 ha riportato il Myanmar nuovamente in mano al Governo militare, ponendo fine alla transizione democratica iniziata nel 2015.
  • Ad oggi il Paese è attraversato da una guerra civile tra l’esercito della giunta e il People’s Defence Force (PDF), sostenuto dalle organizzazioni etniche armate.
  • Continua inoltre ad aggravarsi la posizione dell’ex leader Aung San Suu Kyi, detenuta in isolamento e condannata a 26 anni di carcere.

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In 3 sorsi – A quasi due anni dal colpo di Stato il Myanmar è attraversato da una guerra civile che vede contrapposto il Tatmadaw al People’s Defence Force (PDF), le forze militari del Governo di Unità Nazionale (NUG), mentre l’ex leader Aung San Suu Kyi continua a vedere aumentare gli anni della sua condanna al carcere, ormai arrivati a 26.

1. DALLA DEMOCRAZIA ALLA GUERRA CIVILE

Il Myanmar si trova a dover affrontare la quotidianità della guerra civile nata dal colpo di Stato del 2021, che ha riportato il Paese sotto il Governo militare. La recente storia della Birmania è molto complessa, e affonda le sue radici negli anni successivi al colonialismo britannico. Come dettagliatamente raccontato dallo storico Thant Myint-U, nel libro “L’altra storia della Birmania” (Add Editore), il Paese, guidato dal 1962 dai militari, ha intrapreso una prima transizione liberale soltanto di recente. Le prime elezioni che hanno sancito il passaggio ad un Governo civile risalgono infatti al 2015, a pochi anni dalla scarcerazione di Aung San Suu Kyi. Nel delicato passaggio alla democrazia che ha caratterizzato gli anni successivi, i militari hanno comunque mantenuto un ruolo chiave all’interno del Governo fino alle elezioni del 2020, che sono state nuovamente vinte dalla Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) di Suu Kyi e che hanno rappresentato un’ulteriore conferma della volontà del Paese di muoversi verso un Governo democratico, con un ruolo sempre meno influente delle forze armate. Non sorprende dunque che a pochi mesi di distanza, con il favore di una situazione mondiale aggravata dalla pandemia di Covid-19, i militari abbiano deciso di effettuare un colpo di Stato, riaffermando il loro controllo sul Paese.

Nei giorni successivi al golpe le immagini di una folla di gente composta da studenti, sostenitori della democrazia, civili e molti altri, hanno fatto il giro del mondo. Erano i giorni in cui il popolo birmano sfidava i militari. La violenta repressione delle settimane successive è diventata oggi una guerra civile che vede contrapposto il Tatmadaw al People’s Defence Force (PDF), le forze militari del Governo di Unità Nazionale (NUG). Il NUG è attualmente in esilio ed è composto dai parlamentari della NLD, dai rappresentati delle minoranze etniche e dagli esponenti di alcuni partiti minori. Creato con l’obiettivo di “difendere il popolo e il suo Paese”, il PDF è supportato dalle organizzazioni etniche armate (Ethnic Armed Organizations, EAO) che, sparse da nord a sud del Paese, sono coinvolte in continui scontri con le forze della giunta.

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Fig. 1 – Una delle numerose manifestazioni popolari contro il golpe militare del febbraio 2021, represse poi brutalmente dal Tatmadaw

2. I RECENTI ATTACCHI DELLA GIUNTA

Il 28 ottobre circa 60 soldati hanno attaccato il villaggio di Payein Mar, dove si trovavano le forze del PDF del distretto di Myingyan. Dopo alcune ore le truppe si sono ritirate, ma circa 5mila persone provenienti da villaggi limitrofi sono state costrette a lasciare le loro abitazioni, facendo aumentare drasticamente il numero degli sfollati, che dall’inizio del conflitto ha raggiunto 1,3 milioni

Il 23 ottobre un attacco aereo nello Stato del Kachin ha ucciso almeno 80 persone tra civili e militari, presenti alle celebrazioni del Kachin Independence Army (KIA), uno dei gruppi armati che sostiene il PDF nella resistenza. Immediatamente dopo l’attacco la giunta si è affrettata a smentire la presenza di civili tra le vittime, e ha sostenuto di aver rispettato le convenzioni internazionali, in modo da garantire “la pace e la stabilità della regione”.

La settimana precedente la prigione di massima sicurezza di Insein, la più grande per numero di prigionieri politici, è stata colpita dall’esplosione di due pacchi bomba. Fonti locali parlano di una prima esplosione all’interno della prigione, seguita subito dopo da una seconda, che ha causato la morte di almeno 8 civili, tra detenuti e visitatori. Il numero complessivo delle vittime del conflitto è ormai più di 2mila.

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Fig. 2 – Un soldato delle forze governative a bordo di un treno nella regione di Sagaing

3. NUOVE ACCUSE PER L’EX CONSIGLIERE DI STATO

Sempre più complessa è inoltre la situazione dell’ex leader Aung San Suu Kyi, dal golpe nuovamente detenuta in isolamento in una prigione della capitale. Inizialmente accusata di frode, e di aver violato le norme anti-Covid, Suu Kyi è stata sottoposta a una serie di processi, svolti a porte chiuse, che l’hanno finora condannata a un totale di 26 anni di carcere. Secondo gli analisti i continui processi tentano non solo di legittimare il nuovo Governo, che -evidentemente impreparato – non è riuscito a stabilire un controllo totale sul Paese, ma anche ad allontanare Aung San Suu Kyi e i leader della NLD dalla scena politica, soprattutto in vista delle elezioni previste per il 2023.

Maria Sorrentino

Photo by Peggy_Marco is licensed under CC BY-NC-SA

Maria Sorrentino
Maria Sorrentino

Laureata in Lingue e Civiltà Orientali all’Università di Roma La Sapienza, ho trascorso diversi periodi di studio in Cina, dove ho scoperto la passione per la geopolitica, i diritti umani, e la questione femminile nei paesi asiatici. Insieme agli studi sulla Cina, attualmente mi occupo in particolare di India, Nepal e Myanmar.

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