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Il crac della Silicon Valley Bank

In 3 sorsiIl crac della Silicon Valley Bank, il secondo più grande della storia degli Stati Uniti, ha destato grande preoccupazione nel mondo della finanza con il timore che si trattasse di una nuova Lehman Brothers e che si potesse diffondere un rapido contagio a livello mondiale tra gli istituti bancari.

1. I NUMERI DELLA BANCA DI SANTA CLARA

Situata nel cuore della Silicon Valley e fondata nel 1983, la banca californiana è parte del gruppo SVB Financial, holding bancaria e finanziaria, e aveva come principale obiettivo l’offerta di servizi finanziari e bancari alle start-up, alle società del settore tech e ai venture capitalist, concentrandosi quindi su un particolare segmento di mercato più vulnerabile al rischio. Nell’ultimo bilancio consolidato al 31 dicembre 2022 emerge un attivo pari a 212 miliardi di dollari, dei quali 173 miliardi di dollari relativi a depositi della propria clientela. Alla data di chiusura del bilancio il gruppo contava oltre 8.500 dipendenti, l’80% dei quali operante negli USA e il restante 20% nelle varie sedi sparse in tutto il mondo come Regno Unito, Israele, India, Canada, Cina, Germania, Danimarca e Svezia. Nel corso degli anni è cresciuta fino a diventare la sedicesima banca commerciale degli Stati Uniti d’America.

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Fig. 1 – Una sede della Silicon Valley Bank

2. LE CAUSE DEL FALLIMENTO

Negli ultimi anni la banca di Santa Clara ha registrato un notevole incremento dei propri depositi e ha investito in titoli sostanzialmente stabili come i titoli del tesoro USA. In seguito a una delle più grandi campagne di rialzo dei tassi d’interesse della FED iniziata a partire da febbraio 2022, quando i tassi interbancari si attestavano intorno allo 0,25%, e proseguita nei mesi successivi fino ad arrivare al 4,75%, come definito nell’ultima riunione della FED che si è tenuta il 31 gennaio e 1° febbraio scorsi, il valore delle obbligazioni che la banca deteneva in portafoglio è naturalmente diminuito.
Contemporaneamente le startup che avevano depositato fondi presso la SVB hanno iniziato a ritirare i propri depositi, considerando anche che il rialzo dei tassi ha reso più costoso il ricorso al finanziamento. In parallelo, la banca, al fine di raccogliere la liquidità necessaria per finanziare i prelievi, ha proceduto a cedere tutti i propri titoli disponibili per la vendita, trovando un acquirente in Goldman Sachs. La vendita è stata perfezionata lo scorso 8 marzo a un valore di mercato di 21,45 miliardi di dollari, rispetto a un valore contabile di 23,97 miliardi di dollari, generando una perdita di 1,8 miliardi di dollari. Per appianare tale perdita la banca ha annunciato un piano per raccogliere oltre 2 miliardi di dollari di nuovo capitale che non è andato a buon fine e nella seduta borsistica del 9 marzo le azioni di SVB Financial sono crollate di oltre il 60%.
Il 10 marzo scorso il California Department of Financial Protection and Innovation ha chiuso la banca nominando la Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) come curatore fallimentare; a sua volta la FDIC ha trasferito tutti i depositi della banca californiana a una “banca ponte”, la Silicon Valley Bridge Bank, gestita dalla stessa FDIC per garantire alla propria clientela l’accesso ai propri risparmi fino a 250mila dollari per depositante.

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Fig. 2 – Il Presidente del Board della Federal Reserve Jerome Powell ha dichiarato durante una conferenza stampa che l’ente deve rafforzare la propria supervisione e regolamentazione del sistema bancario

3. SI POTEVA EVITARE?

Il fallimento della banca californiana deriva da una serie di fattori connessi a politiche inadeguate di risk management, in primis da una pratica non appropriata della cosiddetta “trasformazione delle scadenze”, tecnica tramite la quale si utilizzano i depositi a breve termine per effettuare investimenti a lungo termine, oltre a una mancata diversificazione del portafoglio, troppo concentrato su un’unica tipologia di strumento finanziario e a una riduzione delle attività di hedging, ossia di copertura del proprio portafoglio da possibili oscillazioni dei tassi di interesse.
A differenza delle banche europee, soggette a stringenti requisiti di solidità patrimoniale, di adeguata copertura sui fabbisogni di liquidità e di equilibrio tra attivi e passivi imposti da Basilea 3, negli Stati Uniti si sono levate critiche come quelle mosse dalla senatrice democratica Elizabeth Warren alla deregulation avviata sotto la presidenza Trump, che con l’approvazione dell’Economic Growth, Regulatory Relief, and Consumer Protection Act nel 2018 ha ridotto il numero di banche oggetto di vigilanza federale tramite il rispetto di requisiti patrimoniali più stringenti o stress test progettati per ridurre il rischio, come stabilito nella Dodd-Frank Wall Street Reform And Consumer Protection Act che era stata emanata nel 2010 sotto la presidenza Obama in risposta alla crisi del 2008.

Emanuele Rufini

Immagine di copertina: “Silicon Valley Bank – Tempe, Arizona” by Tony Webster is licensed under CC BY

 

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Perchè è importante

  • La banca californiana aveva come principale obiettivo l’offerta di servizi finanziari e bancari alle start-up.
  • In seguito a una delle più grandi campagne di rialzo dei tassi d’interesse della Fed iniziata a partire da febbraio 2022, il valore delle obbligazioni che la banca deteneva in portafoglio è naturalmente diminuito.
  • Il fallimento della banca californiana deriva da una serie di fattori connessi a politiche inadeguate di risk management.

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Emanuele Rufini
Emanuele Rufini

Papà di quattro bimbi e manager di una multinazionale in Trentino, è revisore legale dei conti e dottore commercialista. Cultore dei Simpsons e di Tex Willer, patito di pallacanestro (pivot ancora in attività, head coach in DR2 e istruttore di minibasket), discreto lindy-hopper e amante della storia, della montagna e dell’arte presepiale.

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