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Diario ucraino (I): Odessa

Analisi – Prima parte di un lungo reportage di Christian Eccher dall’Ucraina, dove si è recato tra fine dicembre e inizio gennaio. La prima tappa è a Odessa per il Capodanno, fra droni, esplosioni e il ronzio incessante dei generatori elettrici.

ODESSA: FREDDO E GENERATORI

Il treno da Mukachevo, città ucraina al confine con l’Ungheria, arriva puntuale a Odessa, dopo 15 ore di viaggio. Soffia un forte e gelido vento da est che porta con sé anche qualche fiocco di neve. La città è viva, come sempre: il piazzale antistante alla stazione è pieno di persone, soldati, civili, che si dirigono verso punti indefiniti. Mancano però i trolleybus e i tram. A causa degli attacchi russi degli ultimi giorni alle infrastrutture energetiche non c’è elettricità. I locali e i luoghi pubblici sono forniti di generatori elettrici, posizionati sui marciapiedi. La città ronza come se le strade fossero invase da sciami di api. Anche gli hotel hanno eliminato tutto ciò che nelle stanze può portare a un eccessivo consumo di elettricità: non ci sono phon e bollitori del tè. Interi quartieri della città sono al buio. Vicino al porto abita Lidia (i nomi in questo reportage sono inventati, ndr), una giovane insegnante di educazione fisica. A causa dei continui black out ha deciso di spegnere il frigo e tiene i beni alimentari di prima necessità nel giardino di casa. Per 5 giorni è rimasta senza elettricità e senza riscaldamento: “Me ne stavo avvolta nella mia coperta, grazie a un vecchio cellulare Nokia ascoltavo la radio. I primi due giorni ho reagito e cercato di far qualcosa, andavo nei caffè a ricaricare la batteria del laptop e a mangiare qualcosa. Già al terzo giorno, però è subentrata una specie di depressione e non mi sono più alzata, nonostante i continui allarmi e le esplosioni”. A Odessa gli allarmi aerei sono ormai frequentissimi. L’esercito della Federazione Russa colpisce le infrastrutture e il porto per mettere l’economia della città e dell’intera Ucraina in ginocchio. L’80% delle esportazioni passa dal porto di Odessa e da quello sul Danubio di Ismail, al confine con la Romania, che è a sua volta vittima dei continui attacchi russi. Nonostante gli allarmi, il buio e il freddo, vado con Lidia alla Filarmonia a sentire il concerto di Oleg Skripka, un cantante e attore molto famoso in Ucraina. La sala è fredda ma la gente accorre ad applaudire Skripka e anche io godo nel sentire la sua musica.

La notte, come ormai d’abitudine, ululano le sirene e si sentono scoppi ed esplosioni. La contraerea ucraina ha abbattuto un missile e una decina di droni.

Il mattino successivo, il lungomare di Odessa è quasi deserto. Ci sono però i cacciatori di droni, vale a dire militari con una jeep con rimorchio, sul quale svetta una speciale mitragliatrice.

La notte, di nuovo, scoppi e lampi nel cielo. La Russia attacca nuovamente Odessa e questa volta ci sono danni; oltre al porto e all’infrastruttura elettrica, i russi hanno colpito con un drone anche un condominio. Ci sono feriti, fra cui alcuni bambini, di cui uno in condizioni gravi. La zona in cui abito è senza elettricità. In centro, i locali sono affollati e luccicanti, grazie ai generatori. Al di fuori delle vie centrali, però, regna il deserto. Non c’è quasi nessuno. Di fronte a un locale illuminato a giorno in cui alcune ragazze, poveramente vestite, mangiano delle ostriche, un anziano signore con la gobba chiede l’elemosina agli automobilisti fermi al semaforo. Odessa è la città ucraina in cui i contrasti sono più evidenti che altrove.

Fig. 1 – Il concerto di Oleg Skripka a Odessa | Foto: Christian Eccher

CAPODANNO CON VOLODIMIR

È l’ultimo dell’anno. Nevica e fa freddo. La maggior parte degli abitanti di Odessa non ha l’elettricità, il riscaldamento per fortuna funziona. Prendo un taxi e vado da Volodimir in un quartiere al 16 chilometri dal centro. Di solito vado in tram, ma il tram non funziona e gli autobus del servizio sostitutivo non si sa quando passano, è un terno al lotto. Potrebbero anche non passare.

Volodomir abita in un quartiere dormitorio, in un palazzo alto. Il suo appartamento è al 18esimo piano. La famiglia ha cominciato a rinnovare il bagno, ma l’operaio che lavorava è andato al fronte. Per finire i lavori, bisogna trovare un altro operaio che abiti qui vicino: quelli che sono lontani non vogliono rischiare di viaggiare, di essere fermati dalla polizia e di essere reclutati. L’impresa è difficilissima: i maschi sono tutti in guerra. Anche Volodomir lo è. È partito volontario. È un informatico e lavora con i droni. Non mi dice ciò che fa e io non chiedo ulteriori delucidazioni. Ciò che mi dice è però molto significativo: “Ogni due di noi, i russi hanno dieci uomini. Nonostante ciò, resistiamo. I russi da mesi non riescono a entrare a Kup’iansk”. La madre di Volodomir aggiunge: “Speriamo che la diplomazia trovi un accordo. Le guerre finiscono non con la supremazia di una parte sull’altra, ma con la diplomazia”. Chiedo loro cosa pensino dell’ex sindaco di Odessa, Genadi Trukanov, a cui Zelensky ha tolto la cittadinanza. Volodimir sorride e dice: “Non ti preoccupare, i conti con questa gente li faremo a guerra finita. Noi ucraini non siamo come i russi che subiscono, da noi chi sbaglia paga. Lo avete visto durante i vari Maidan. Non amavo Trukanov, ma devo dire due cose a sua difesa: la prima è che era stato eletto dal popolo, per cui nessuno, se non il popolo, aveva diritto di togliergli il mandato. La seconda è che aveva comunque mediato con la componente russa che vive a Odessa, non aveva permesso che fosse discriminata. Adesso che non c’è più, in centro han già coperto il monumento a Pushkin”. In effetti, davanti al municipio, la statua del poeta russo è stata coperta da una specie di scatola enorme con i consigli dei luoghi più significativi da visitare in città. “La storia è storia e non la puoi cancellare: Pushkin ha vissuto a Odessa, punto, ci piaccia o no. È sbagliatissimo paragonare Pushkin ai russi di oggi. Sono due mondi differenti. Della storia si devono occupare gli storici e gli studiosi, non i politici e tantomeno il popolo. In ogni caso, sia chiaro: noi combattiamo non per Zelensky o per i generali, ma per difendere noi stessi”.

Rimango da Volodomir fino alle 22, poi torno in albergo. A mezzanotte comincia il coprifuoco. E alle 23.50, a 10 minuti dal nuovo anno, i russi lanciano i loro droni; di nuovo, scoppi, esplosioni, lampi, bagliori, sirene, fino alle 4 del mattino. Al mattino, il primo giorno del 2026, il bilancio: danni ingenti alle infrastrutture portuali e a quelle elettriche. Di nuovo, gran parte della città è senza elettricità.

Fig. 2 – Traffico nel centro cittadino | Foto: Christian Eccher

UN BRUTTO INCONTRO

Assonnato, vado a passeggiare sul lungomare. Mentre sono sul molo ad ammirare le onde e la spuma, suonano le sirene e da lontano arriva il rumore, inconfondibile, del drone Shahed. È simile a quello di un motorino dalla marmitta scassata. Lo vedo virare, viene esattamente verso di me. L’istinto è quello di buttarmi in acqua. Per fortuna, prima che io possa compiere il gesto sconsiderato, il drone vira e, a bassissima quota, si dirige verso la città, la sorvola e scompare oltre i palazzi del centro. Lo scoppio si sentirà dopo una decina di minuti. Di nuovo, i russi hanno preso di mira il porto. Per evitare la contraerea ucraina, i russi lanciano i droni dalla Crimea verso la Romania e li fanno virare in acque internazionali verso la regione del Buzdak, o Bessarabia. Sempre a bassissima quota per evitare di essere riconosciuti dai radar, i droni volano rasenti sui campi fino a quando non raggiungono Odessa. Sulla città danzano la danza della morte, disegnano gincane, virano a destra e a sinistra e poi, all’improvviso, puntano il muso pieno di esplosivo verso l’obiettivo e si schiantano. Distruggono, incendiano, uccidono. “Io sono un’altra persona ormai – mi dice Igor, che lavora come vigile del fuoco e interviene dopo i bombardamenti per salvare le persone e che incontro in un caffè del centro – immagina un palazzo distrutto, in fiamme, e davanti tre sacchi neri grandi come quelli dell’immondizia: in uno c’è un bambino di 6 mesi, nel secondo una bambina di 1 anno e nel terzo un ragazzino di 6 anni. E le madri sono ancora vive e tu non sai cosa dir loro. Ecco, questa è la mia vita negli ultimi 4 anni. Non dico più nulla, non parlo, non ho nulla da dire. Quando sento un’esplosione, spero che il drone o il missile non abbia abbattuto un palazzo ma solo una centrale elettrica. Finirà prima o poi, finirà. I russi? Un popolo fuori dal tempo e dallo spazio, irreali, la Storia darà loro torto. Anzi, glielo ha già dato”.

Nel pomeriggio, il vento cambia, soffia nuovamente da ovest e non più da nord est. Odessa perde i colori polari e torna a essere la città mediterranea che conosco, con il cielo gonfio di nubi e le onde del mare che si abbattono sulla spiaggia fra spruzzi e schiuma.

Scrivo queste righe alla stazione ferroviaria di Odessa Centrale, in attesa del treno per Zaporizhzha. Stanotte, dal vagone letto, abbraccerò tutta l’Ucraina e forse riusciremo finalmente a dormire. Siamo stanchi, sia l’Ucraina sia io.

Fig. 3 – Un drone Shahed in volo sopra Odessa | Foto: Christian Eccher

ARRIVO A ZAPORIZHZHIA

Il treno da Odessa arriva puntuale alla stazione ferroviaria di Zaporizhzhia. All’uscita, la polizia militare controlla i documenti dei passeggeri. Siamo a soli 15 chilometri dal fronte ed è importante sapere chi arriva in città. Il piazzale della stazione è pressoché deserto: è domenica mattina, fa freddo e ricomincia a nevicare. In lontananza, si sentono i boati dei droni e delle granate che cadono nella “dead zone”, l’area di alcuni chilometri che separa le posizioni ucraine da quelle russe. La battaglia si concentra ora intorno ai villaggi sulle alture alla periferia della città. Se i russi riuscissero a conquistare la sommità delle colline, potrebbero colpire Zaporizhzhia anche con le granate, come hanno fatto con Mykolaiv all’inizio della guerra. Per ora, l’esercito del Cremlino bombarda quotidianamente la città con droni Shahed, bombe aeroguidate e nell’ultimo periodo utilizza anche droni di piccolo taglio, che uccidono i passanti e provocano incendi e danni agli edifici civili e commerciali.

Nella zona antistante alla stazione ci sono le jeep dell’esercito con le antenne radar che monitorano il cielo. In presenza di droni o di missili, le sirene antiaeree suonano, ma spesso, data la vicinanza al fronte, non c’è il tempo per andare nei rifugi. È ciò che accade mentre aspetto l’autobus urbano: non lontano dalla stazione, un drone di piccole dimensioni colpisce uno scavatore e uccide l’autista, impegnato nei lavori di manutenzione di una strada. A poche centinaia di metri da qui ci sono anche la stazione degli autobus interurbani, attualmente fuori uso perché bombardata dai russi, e l’ospedale militare: mi impressiona la quantità di giovani senza un arto che entra ed esce dall’edificio e le ambulanze militari che sfrecciano di continuo in direzione del pronto soccorso. Dal cancello principale escono continuamente i famigerati furgoni con i vetri anneriti che trasportano le salme dei morti in battaglia o dei soldati arrivati vivi all’ospedale ma che non sono sopravvissuti alle ferite guadagnate al fronte.

Christian Eccher

Foto di copertina: Christian Eccher

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Perchè è importante

  • Viaggio a Odessa, a ridosso del Capodanno, fra droni, generatori elettrici e notti insonni a causa dei bombardamenti.
  • A casa di Volodimir: speranze e riflessioni sulla situazione in Ucraina e, in particolare, a Odessa.

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Christian Eccher
Christian Eccher

Sono nato a Basilea nel 1977. Mi sono laureato in Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, dove ho anche conseguito il dottorato di ricerca con una tesi sulla letteratura degli italiani dell’Istria e di Fiume, dal 1945 a oggi. Sono professore di Lingua e cultura italiana all’Università di Novi Sad, in Serbia, e nel tempo libero mi dedico al giornalismo. Mi occupo principalmente di geopoetica e i miei reportage sono raccolti nei libri “Vento di Terra – Miniature geopoetiche” ed “Esimdé”.

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