venerdì, 6 Febbraio 2026

APS | Rivista di politica internazionale

venerdì, 6 Febbraio 2026

"L'imparzialità è un sogno, la probità è un dovere"

Associazione di Promozione Sociale | Rivista di politica internazionale

Il “bazooka” europeo anti-coercizione: un’arma spuntata?

Analisi Negli ultimi mesi, lo strumento anti-coercizione (ACI) dell’Unione Europea è tornato al centro del dibattito politico. Nato come opzione per la deterrenza, soprattutto in chiave anti-cinese, oggi l’ACI viene evocato come possibile risposta a pressioni provenienti dagli Stati Uniti. Le dichiarazioni del Presidente Donald Trump sulla Groenlandia hanno rappresentato una potenziale interferenza nei processi decisionali sovrani di diversi Stati membri e, per estensione, dell’UE nel suo complesso. Tutto ciò ha reso evidente quanto la leva economica venga ormai utilizzata come strumento di pressione geopolitica.

L’ESCALATION SULLA GROENLANDIA

Il contesto in cui queste tensioni si inseriscono è tutt’altro che isolato. Dopo l’introduzione, nel 2025, di dazi statunitensi su prodotti europei, Washington ha progressivamente alzato il livello dello scontro, legando la minaccia tariffaria a questioni di sicurezza e posizionamento strategico in chiave geo-economica. Il caso della Groenlandia costituisce un cambio di marcia rispetto alle dispute commerciali tradizionali: ciò che qui è in ballo non è (solo) l’equilibrio dei flussi di scambio, ma il condizionamento delle scelte politiche e militari di Stati membri dell’UE.
Di fatto, all’inizio del 2026, le dichiarazioni di Donald Trump sulla “necessità strategica” di acquisire la Groenlandia, definita un obiettivo fondamentale per contrastare l’influenza russa e cinese nell’Artico, sono state accompagnate dalla minaccia di imporre dazi del 10% o superiori a otto Paesi europei (Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia) colpevoli di aver manifestato supporto a Danimarca e Groenlandia. Sul suo social Truth, Trump ha descritto la resistenza europea come un ostacolo alla “sopravvivenza del pianeta”, accusando i partner della NATO di giocare “partite pericolose” in un territorio che, secondo Washington, la Danimarca non sarebbe in grado di proteggere da sola. 
La risposta del fronte europeo non si è fatta attendere: il 5 gennaio 2026, una coalizione guidata da Danimarca, Francia, Germania e Regno Unito (nonostante la Brexit, allineato nella difesa dell’Artico) ha siglato una dichiarazione congiunta ribadendo che la Groenlandia appartiene al suo popolo e che i principi di autodeterminazione e integrità territoriale non sono negoziabili sotto minaccia economica. 
Forse sensibile a queste pressioni, oltre che dai segnali di insofferenza provenienti dai mercati finanziari, il Presidente statunitense ha sfruttato il palcoscenico di Davos per un parziale dietrofront. Nel suo discorso, infatti, ha smentito l’uso della forza militare nell’isola e abbandonato temporaneamente l’idea dei dazi punitivi, provocando, di conseguenza, un momentaneo rally dei mercati.

Embed from Getty Images

Fig. 1 – Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione Europea

L’ARMA COMMERCIALE EUROPEA

È in questo quadro che riemerge il cosiddetto “bazooka” europeo, l’Anti-Coercion Instrument. Il regolamento, entrato in vigore nel dicembre 2023, nasce dalla consapevolezza che l’ordine commerciale internazionale non è più regolato soltanto da regole multilaterali che sovrintendono il libero mercato, ma sempre più da rapporti di forza. La coercizione economica è definita come l’uso o la minaccia di misure commerciali, finanziarie o economiche per ottenere un cambiamento politico da parte dell’UE o di uno Stato membro. L’ACI è stato concepito proprio per colmare un vuoto: fino ad allora, Bruxelles disponeva di strumenti di difesa commerciale, ma non di una risposta strutturata a pressioni mirate di natura politica.
Il casus belli che aveva sollecitato l’adozione dello strumento era stato quello della Lituania nel 2021, quando la Cina aveva colpito Vilnius con restrizioni commerciali informali in risposta all’apertura di un ufficio di rappresentanza taiwanese. In quell’occasione, l’UE aveva sperimentato tutta la propria vulnerabilità: un singolo Stato membro rischiava di essere isolato e colpito, mentre la risposta comune faticava a materializzarsi.
L’ACI nasce dunque come risposta a quella lezione, ma con un’ambizione più ampia: rendere credibile l’idea che l’Unione possa difendere la propria autonomia decisionale anche sul piano economico, impedendo che la pressione su uno Stato membro si trasformi in una pressione sull’intero progetto europeo.
Ciò che rende lo strumento politicamente sensibile è la sua ampiezza. L’ACI non si limita ai dazi. In teoria, consente all’UE di intervenire su un ventaglio molto più vasto: accesso al mercato europeo, appalti pubblici, investimenti esteri, servizi, e perfino alcuni aspetti legati ai diritti di proprietà intellettuale. È proprio questa flessibilità a spiegare il soprannome di “bazooka”: non perché sia destinato a un uso indiscriminato, ma perché rompe con l’idea che la risposta europea debba fermarsi alla frontiera doganale. 
Non è esclusa, in linea di principio, nemmeno la possibilità di applicare il “bazooka” alle Big Tech americane, introducendo accise sulla pubblicità digitale o digital service tax comunitarie, fino all’applicazione punitiva del Digital Services Act e del Digital Markets Act. In uno scontro frontale, le piattaforme statunitensi potrebbero trovarsi a fronteggiare multe fino al 10% del fatturato globale annuo e persino lo stop all’accesso al mercato unico.  

Embed from Getty Images

Fig. 2 – Manifestazione di sostegno alla Groenlandia in Danimarca

LA DIFFICILE RICERCA DEL CONSENSO INTERNO PER LA CREDIBILITÀ ESTERNA

L’ACI non è uno strumento automatico. La procedura per la sua attivazione è lunga e deliberatamente politica. Spetta alla Commissione europea avviare l’analisi, su propria iniziativa o su richiesta degli Stati membri, per stabilire se esista una situazione di coercizione economica. Questa fase può durare fino a quattro mesi. Se la Commissione conclude che la coercizione esiste, deve proporre una linea d’azione al Consiglio. A quel punto, la priorità resta il dialogo: l’UE è tenuta a chiedere formalmente la cessazione delle misure coercitive e a tentare una soluzione negoziata. Solo se questo tentativo fallisce si può passare alle contromisure vere e proprie. 
Ed è qui che emergono gli ostacoli più rilevanti. L’adozione delle misure richiede una maggioranza qualificata degli Stati membri. In termini concreti, significa convincere almeno quindici Paesi che rappresentino il 65% della popolazione dell’Unione. È chiaro che si tratti di un passaggio eminentemente politico.
La Francia, anche attraverso le parole di Emmanuel Macron a Davos, ha mostrato una maggiore disponibilità a ricorrere allo strumento, definendolo un mezzo potente che l’UE non dovrebbe esitare a utilizzare in un contesto internazionale sempre più duro. Al contrario, altre capitali, tra cui Berlino e Roma, reduci da un bilaterale, sono apparse più caute, temendo che le conseguenze di una simile dichiarazione di guerra potessero abbattersi su settori industriali europei chiave come l’automotive e la meccanica. La tempistica di un’eventuale attivazione dipende, quindi, non tanto dalle regole dello strumento, quanto dalla capacità dell’Unione di superare le proprie divisioni interne.
Questa difficoltà spiega perché, nonostante le pressioni subite dall’UE negli ultimi anni, l’ACI non sia mai stato pienamente utilizzato. Eppure, proprio questo suscita perplessità: uno strumento che esiste ma non viene mai impiegato rischia di perdere credibilità. La deterrenza, infatti, funziona solo se l’altra parte ritiene plausibile che l’Unione sia disposta a usare i propri strumenti anche quando il costo politico è elevato e l’interlocutore è un alleato storico
A questo proposito, il regolamento ACI cela un potenziale degno di nota: la possibilità di stringere legami di solidarietà con Paesi terzi colpiti da simili abusi, dissolvendo la logica del divide et impera tanto cara al tycoon. Nel momento in cui una potenza egemone tenta di isolare i singoli interlocutori per piegarli alla propria volontà, la reazione compatta tra gli Stati dell’Unione e i loro partner internazionali si trasforma nell’unica barriera capace di preservare l’autonomia decisionale collettiva.

CONCLUSIONE

Alla fine, la vera posta in gioco non risiede soltanto nei tempi tecnici di attivazione dell’ACI, ma nell’identità stessa dell’UE. L’ipotesi di attivare lo strumento contro gli Stati Uniti pone, infatti, l’Unione di fronte a un’alternativa: accettare un certo grado di subordinazione per preservare il rapporto transatlantico oppure affermare la propria autonomia anche a costo di tensioni economiche e instabilità dei mercati. Questa scelta si intreccia inevitabilmente con le fragilità europee sul piano della difesa e con il timore che una risposta troppo assertiva possa mettere a rischio garanzie considerate ancora essenziali
In questo senso, il dibattito sul “bazooka” europeo va oltre la contingenza della Groenlandia. Riguarda il posizionamento dell’UE: un grande mercato regolato, capace di assorbire pressioni esterne senza rispondere, oppure un gruppo coeso di 27 Stati disposto a difendere, anche sul piano economico, la propria sovranità decisionale.

Filomena Ratto

Photo by NoName_13 is licensed under CC BY-NC-SA

Dove si trova

Perchè è importante

  • Le dichiarazioni di Donald Trump sulla Groenlandia e le minacce di dazi ad alcuni Stati europei hanno evidenziato come la leva economica sia sempre più utilizzata per condizionare scelte politiche sovrane.
  • Questo ha riportato al centro del dibattito l’Anti-Coercion Instrument (ACI), mettendo alla prova la credibilità dell’UE come attore geopolitico autonomo.

Vuoi di più? Associati!

Scopri che cosa puoi avere in più associandoti

Filomena Ratto
Filomena Ratto

Napoletana di origine, laureata in Giurisprudenza e ora di base a Bruxelles. Appassionata di diritto europeo e delle dinamiche della politica commerciale dell’UE. Amo leggere e sperimentare in cucina… magari con una buona tazza di caffè (geopolitico, ovviamente).

Ti potrebbe interessare