Caffè Lungo – La strage di civili nella contea di Abiemnom è solo l’ultimo episodio di una serie di violenze che, assieme alle manovre politiche spregiudicate del Governo, hanno di fatto riacceso la guerra civile in Sud Sudan.
UN CONFLITTO RICORRENTE
La ripresa del conflitto sudsudanese è avvenuta secondo dinamiche che si ripetono sin da prima dell’indipendenza (2011), legate a rivalità etniche strumentalmente alimentate da classi dirigenti dedite principalmente al proprio interesse. I protagonisti sono gli stessi da decenni: da un lato il Sudan People’s Liberation Movement/Army (SPLM/A), gruppo principale nella lotta contro il dominio di Kharthum, guidato dall’attuale Presidente della Repubblica, Salva Kiir, e legato all’etnia maggioritaria del Paese, i Dinka; dall’altro il SPLM/A-In Opposition (SPLM/A-IO, prima noto come “fazione Nasir”), nato nel 1991 da una scissione guidata dal vicepresidente Riek Machar e rappresentante del secondo gruppo etnico per proporzioni, i Nuer.
La rivalità tra queste due fazioni è stata al centro sia del conflitto interno al movimento di liberazione negli anni Novanta, sia della guerra civile successiva all’indipendenza (2013-18). L’attuale fase di conflitto è iniziata esattamente come nel 2013: allora Kiir destituì il suo vice Machar, rompendo l’equilibrio etnico-politico del Governo transitorio. A marzo 2025 il Presidente ha fatto arrestare Machar e altri ministri del SPLM/A-IO, venendo meno all’accordo di spartizione del potere che aveva messo fine alla guerra nel 2018.
Tale accordo prevedeva anche l’unificazione delle varie milizie in un esercito nazionale e lo svolgimento di elezioni generali: condizioni disattese con il sostanziale beneplacito di tutte le parti, che non hanno intenzione di privarsi delle rispettive milizie o di mettere a rischio la propria presa sul potere rimettendosi alla volontà popolare. L’élite che governa il Paese ha preferito perpetuare il sistema etnico-clientelare vigente, funzionale al saccheggio (recentemente denunciato in un rapporto ONU) delle risorse petrolifere.
Fig. 1 – Il Presidente sudsudanese Salva Kiir (a sinistra) e il capo dell’opposizione e vicepresidente Riek Machar (a destra), Giuba, 3 aprile 2022
LA NUOVA FASE DELLA GUERRA: ORIGINE E DIFFUSIONE
L’arresto di Machar e altri membri dell’opposizione è stato motivato con l’accusa di aver ispirato e manovrato gli attacchi del cosiddetto White Army – una coalizione di milizie territoriali di etnia Nuer, generalmente non coordinate, create per difendere i villaggi dalle razzie di bestiame e schierate con Machar sin dalla scissione del 1991. Alla fine del 2024 il White Army ha attaccato postazioni dell’esercito sudsudanese (egemonizzato dal SPLM/A di Kiir), sentendosi minacciato dall’aumento delle truppe governative nelle aree a maggioranza Nuer dell’Alto Nilo.
Kiir ha risposto con operazioni militari e bombardamenti aerei, colpendo anche la popolazione civile. La situazione è peggiorata dopo l’arresto di Machar e il coinvolgimento diretto del SPLM/A-IO nei combattimenti: gli scontri hanno interessato anche la capitale Giuba e si sono diffusi agli Stati di Jonglei, Unità, Laghi e Alto Nilo. Il conflitto si è ulteriormente allargato con l’alleanza siglata tra il SPLM/A-IO e il National Salvation Front, gruppo armato legato all’etnia Bari, attivo nello Stato dell’Equatoria Orientale e guidato dall’influente generale Thomas Cirillo, che non ha mai aderito agli accordi del 2018. Le aree dei combattimenti corrispondono alla parte orientale del Paese, in cui si trovano i più importanti campi petroliferi, impianti di raffinazione e oleodotti che portano il petrolio verso il Sudan. L’area confina inoltre con Kenya, Uganda, Etiopia e Sudan, che intrattengono relazioni con diverse fazioni sudsudanesi.
Nel frattempo, Kiir ha proseguito con le proprie manovre politiche. A dicembre il Governo ha proceduto a modificare unilateralmente alcune disposizioni dell’accordo di pace, giustificandosi con la necessità di non rimandare ancora una volta le elezioni. A gennaio, però, si è scoperto che uno dei membri nominati dal Presidente nel comitato di preparazione del voto era in realtà morto da cinque anni. Questo episodio, oltre a suscitare ilarità, ha mostrato la scarsa volontà del Governo di organizzare elezioni libere e trasparenti.
Fig. 2 – Un campo per sfollati a Bor, nello Stato di Jonglei: nella zona sono oltre 280mila le persone che hanno abbandonato le proprie abitazioni per la guerra civile, 16 febbraio 2026
DUE SUDAN, UNA SOLA GUERRA CIVILE?
Il conflitto in Sud Sudan si lega pericolosamente alla guerra civile sudanese. I due Paesi sono fortemente codipendenti: il petrolio di cui il Sud Sudan è ricco viene esportato attraverso il Sudan e i proventi (pur saccheggiati dall’élite) costituiscono la quasi totalità degli introiti statali; il Sudan conta invece sulle entrate derivanti dai diritti di transito e dalla raffinazione del petrolio sudsudanese. Dall’inizio della guerra (aprile 2023) si sono verificate interruzioni dell’esportazione, causate dalle operazioni militari, che hanno danneggiato economicamente entrambi i Paesi.
La situazione di Heglig, importante centro petrolifero nel Kordofan Meridionale al confine con il Sud Sudan, mostra plasticamente il legame tra i due Paesi e il rischio di saldatura tra i rispettivi conflitti. La località – oggetto di un breve conflitto tra Sudan e Sud Sudan nel 2012 – è stata conquistata lo scorso dicembre dalle Rapid Support Forces (RSF). L’importanza di Heglig risiede nel suo ruolo di snodo cruciale per l’esportazione e la raffinazione del petrolio sudsudanese. Per evitare che i combattimenti danneggiassero le infrastrutture, le RSF e il Governo di Khartoum hanno siglato un accordo ufficioso con Giuba, in base al quale i contendenti si sono ritirati da Heglig affidandone la sicurezza all’esercito sudsudanese in quanto attore neutrale. Tuttavia, poco dopo questo accordo (mai confermato dalle Autorità di Khartoum) un attacco con droni ha ucciso sette soldati sudsudanesi di stanza nell’impianto.
Le guerre civili dei due Sudan si stanno saldando. Le RSF hanno creato un Governo parallelo basato in Darfur cui ha aderito anche il SPLM/A-North, milizia che ha continuato la lotta contro Khartoum nell’area di confine del Nilo Blu e del Kordofan Meridionale, col supporto indiretto del governo sudsudanese. La partecipazione del SPLM/A-North al Governo parallelo rafforza il legame tra le RSF e Giuba. Dall’altra parte, si sono riesumati i rapporti tra Khartoum e l’opposizione armata sudsudanese: il SPLM/A-IO ha ricevuto armi dal Sudan e si è scontrato con le RSF. Anche nella regione contesa di Abyei – dove opera la missione UNISFA dell’ONU – ci sono state infiltrazioni delle RSF, che utilizzano l’area come retroterra.
TRANSIZIONE INFINITA
A quindici anni dall’indipendenza, il Sud Sudan sembra bloccato in una violenta transizione senza fine. Dalla lotta di liberazione è emerso un sistema di potere corrotto in cui i leader usano le proprie milizie come leva nella competizione politica, assicurandosene la lealtà attraverso la strumentalizzazione delle tensioni etniche e la distribuzione clientelare dei proventi del saccheggio delle risorse.
Questo sistema strutturalmente violento non può condurre alla stabilità. Nell’attuale contesto, le elezioni previste per dicembre 2026 – semmai si terranno – non saranno accettate dall’opposizione e rischiano di essere ulteriore motivo di scontro. Intanto, mentre si profila un allargamento del conflitto, la popolazione versa in condizioni umanitarie catastrofiche, aggravate da attacchi alle ONG e ostacoli alla consegna di aiuti.
Giovanni Tosi
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