In 3 sorsi – A marzo 2026, l’instabilità registrata nello Stretto di Hormuz ha evidenziato le criticità del sistema energetico della Cina: un modello che, nonostante gli investimenti nelle rinnovabili, resta vincolato alle importazioni di greggio mediorientale.
1. LA CRISI DELLE FORNITURE E IL NODO DELLE SCORTE
La chiusura dello Stretto di Hormuz rappresenta per la Cina una sfida complessa, poiché da questa rotta transita una quota fondamentale delle importazioni energetiche cinesi provenienti dal Medio Oriente. Il rallentamento dei flussi sta costringendo Pechino a fare ricorso alle riserve strategiche: una misura necessaria per garantire la continuità delle attività produttive nelle province costiere. Secondo gli analisti, il blocco ha messo a rischio la fornitura di oltre 5 milioni di barili al giorno, portando le Autorità a dare priorità ai consumi industriali rispetto a quelli civili. Il problema, però, non riguarda soltanto l’energia. Una crisi prolungata delle forniture rischia infatti di frenare la crescita nazionale e di rendere la Cina più esposta ai problemi delle catene di approvvigionamento globali.
Embed from Getty ImagesFig. 1 – Infografica delle importazioni petrolifere cinesi, giugno 2025
2. PETROLIO, INDUSTRIA E STABILITÀ INTERNA
Gli effetti della crisi si stanno facendo sentire rapidamente anche sul fronte interno. L’aumento dei prezzi del greggio, con il valore internazionale del petrolio arrivato oltre i 120 dollari al barile, ha influenzato i costi industriali e i prezzi. Le conseguenze si sono viste soprattutto sul piano industriale: giganti statali come Sinopec e PetroChina si sono trovati ad affrontare il forte aumento dei costi energetici, mentre il settore petrolchimico — essenziale per l’export di materie plastiche e componenti elettroniche — sta subendo forti rallentamenti produttivi. Come riportato dai media ufficiali, il Consiglio di Stato ha risposto introducendo sussidi diretti e misure di contenimento dei consumi energetici in alcuni distretti industriali chiave, soprattutto nelle aree manifatturiere della costa orientale. La crisi sta confermando la dipendenza dal GNL (gas naturale liquefatto) del Qatar: la carenza di gas ha influenzato la produzione energetica e i costi dei fertilizzanti, collegando così sicurezza energetica e stabilità alimentare, in un momento in cui la stabilità dei prezzi è cruciale per il consenso interno.
Embed from Getty ImagesFig. 2 – Borsa di Shanghai in rosso durante le settimane più intense della guerra in Iran, marzo 2026
3. OLTRE HORMUZ: LA RISPOSTA STRATEGICA DI PECHINO
Nonostante lo Stretto di Hormuz non sia tornato a una piena normalità operativa, Pechino ha deciso di non considerare l’accaduto come un semplice episodio isolato. In alcune occasioni, infatti, petroliere cinesi sono riuscite ad attraversare l’area grazie a corridoi di sicurezza temporanei e a negoziazioni diplomatiche, ma il traffico è rimasto fortemente condizionato dall’instabilità regionale. A complicare ulteriormente la situazione non c’è soltanto il traffico ridotto nello Stretto, ma anche i danni riportati da diversi impianti petroliferi del Golfo, che secondo gli analisti potrebbero limitare le esportazioni energetiche ancora per mesi. La crisi ha accelerato una tendenza già in corso: ridurre la dipendenza dalle rotte marittime più vulnerabili. Negli ultimi mesi si è assistito a un rafforzamento dei collegamenti terrestri con Russia e Asia Centrale, con l’obiettivo di rendere il commercio marittimo meno determinante. Questa strategia si allinea con l’obiettivo di “doppia circolazione“ di Xi Jinping: un nuovo modello di sviluppo che punta a rafforzare il mercato interno cinese senza rinunciare al commercio internazionale, ma riducendo la dipendenza da partner e rotte considerate troppo vulnerabili sul piano geopolitico. L’evento ha spinto il Governo a negoziare nuovi accordi energetici di lungo periodo e a investire in infrastrutture alternative, trasformando una crisi energetica in un’occasione per rafforzare la propria influenza geopolitica nello spazio eurasiatico.
In conclusione, molto dipenderà dalla capacità di Pechino di trasformare questa fase di incertezza in un modello di autonomia più solido. Sebbene la diversificazione completa delle rotte resti un obiettivo difficile da raggiungere nel breve periodo, la Cina sta cercando di costruire un sistema energetico meno esposto alle crisi delle rotte marittime, anche attraverso nuovi collegamenti terrestri e investimenti nelle rinnovabili. Per Pechino, la sicurezza energetica non riguarda soltanto l’economia, ma la stabilità stessa del Paese. Ed è proprio per questo che contenere gli effetti di uno stallo prolungato nello Stretto di Hormuz resterà una priorità strategica anche nei prossimi anni.
Annachiara Maddaloni
“Beijing – 北京市” by J_Llanos is licensed under CC BY-ND


