In 3 sorsi – Nella notte tra l’8 e il 9 luglio 2026 il CENTCOM ha colpito circa 90 obiettivi militari iraniani, dopo gli oltre 80 raid della vigilia. Teheran ha risposto con missili e droni contro basi USA nel Golfo, mentre Trump ha dichiarato chiusa la tregua. Il petrolio sale, Hormuz rallenta e la diplomazia regionale tenta di riaprire un canale.
1. NOVANTA OBIETTIVI IN UNA NOTTE: LA NUOVA ESCALATION AMERICANA
Mercoledì 8 luglio gli Stati Uniti sono tornati a colpire l’Iran. Il Comando Centrale americano (CENTCOM) ha annunciato raid contro circa 90 obiettivi militari lungo la costa meridionale iraniana, tra sistemi di difesa aerea, radar di sorveglianza, depositi missilistici e infrastrutture logistiche. L’operazione segue gli oltre 80 attacchi della notte precedente, concentrati soprattutto contro motoscafi dei Guardiani della Rivoluzione nello Stretto di Hormuz. Washington ha giustificato l’intervento come una risposta agli attacchi iraniani contro tre navi commerciali nello Stretto, mai riconosciuti da Teheran.
Le esplosioni sono state segnalate in diverse aree strategiche per l’export petrolifero e commerciale di Teheran e il bilancio comunicato dal Ministero della Salute iraniano parla di almeno 14 morti e 78 feriti in due giorni.
Fig 2 – Un jet iraniano
2. LA RAPPRESAGLIA DI TEHERAN: SIRENE IN KUWAIT, BAHREIN, QATAR E GIORDANIA
La risposta iraniana è stata pressoché immediata e su larga scala. I Pasdaran hanno rivendicato attacchi coordinati contro basi americane in Kuwait e Bahrein.
Le sirene antiaeree hanno suonato anche in Qatar e in Giordania, dove le Forze Armate hanno intercettato missili nello spazio aereo del Regno. Il Kuwait ha condannato l’aggressione come contraria agli sforzi regionali e internazionali di de-escalation.
Sul piano politico, il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha accusato gli Stati Uniti di aver violato unilateralmente l’intesa raggiunta a giugno, riservandosi il diritto di risposta. Sulla stessa linea, il capo negoziatore Mohammad Baqer Ghalibaf ha sottolineato la fine dell’era del bullismo statunitense e che “gli iraniani non si piegheranno”.
Il messaggio è chiaro: Teheran attribuisce a Washington il collasso del quadro diplomatico e rivendica il proprio ruolo di potenza sovrana.
Fig. 2 – Manifesto contro il Presidente Donald Trump durante il funerale della Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei
3. TRUMP: ‘È FINITA’. HORMUZ PARALIZZATO E IL PETROLIO SCHIZZA
A far esplodere definitivamente la fragile tregua del 17 giugno sono state le parole di Donald Trump al vertice NATO di Ankara: “Per me è finita. È una perdita di tempo trattare con loro, sono feccia e persone malate”. Il Presidente ha poi minacciato nuove ritorsioni se l’Iran dovesse continuare a bloccare o colpire navi nello Stretto.
In parallelo, Washington ha ripristinato le sanzioni contro la vendita di petrolio iraniano, con tragiche conseguenze sui mercati: l’indice Brent è salito del 6%, raggiungendo i 78 dollari al barile, e il traffico marittimo è di nuovo in stallo. L’Organizzazione Marittima Internazionale ha, infatti, esortato i propri operatori a non inviare le loro imbarcazioni nell’area e alcune fonti Reuters hanno riportato che diverse petroliere e gasiere hanno invertito il senso di marcia. Nel frattempo, rappresentanti di Qatar, Pakistan, Turchia, Egitto e Arabia Saudita hanno avviato diversi contatti telefonici con Stati Uniti e Iran nel tentativo di contenere l’escalation.
Parallelamente, negoziatori qatarioti hanno cercato di riaprire un canale della diplomazia regionale recandosi, venerdì 10 luglio, in Iran, in coordinamento con Washington, per favorire la ripresa dei colloqui.
Lo Stretto resta così sospeso tra rischio militare e fragile mediazione diplomatica: mentre il traffico energetico rallenta e le cancellerie regionali provano a riattivare il dialogo, la crisi di Hormuz potrebbe trasformarsi in una prova di forza prolungata, con ripercussioni dirette sulla sicurezza del Golfo e sui mercati globali.
Chiara Salvò
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