Analisi – Nella prima metà di settembre Christian Eccher si è recato in viaggio da Leopoli a Zaporizhzhia, fra allarmi aerei, droni, esplosioni ed evacuazioni. Il presente articolo è una cronaca attenta e precisa di tale viaggio, con un focus particolare sulla città di Zaporizhzhia, che non si arrende, nonostante i continui attacchi.
EVACUAZIONI NOTTURE: DIVENTA SEMPRE PIÙ DIFFICILE VIAGGIARE
Il treno che collega Leopoli a Dnipro parte puntuale dalla stazione centrale del capoluogo galiziano. Le prime ore del viaggio sono tranquille; il vagone “Plackart” non è diviso in compartimenti, ci sono cuccette anche lungo quello che nei vagoni “coupé” è il corridoio. Solo la metà dei posti è occupato. Verso le dieci sera, le luci nel vagone si spengono e gli unici rumori che si sentono sono quelli delle ruote che sobbalzano sui binari e il russare sommesso di alcune persone. Fin quando l’addetto al vagone non corre attraverso il vagone e urla: “Evacuazione, tutti giù dal treno”. I passeggeri, abituati e ormai rassegnati a queste scene, hanno già pronte le borse con il necessario: i documenti, una bottiglia d’acqua, un giubbotto o un maglione pesante e il telefono. Scendiamo in fretta dal vagone. I più giovani aiutano gli anziani e i soldati feriti: il treno è infatti fermo in aperta campagna e fra la scaletta e la massicciata c’è un divario di quasi un metro. In lontananza, si sentono i rumori della strada magistrale. Non sappiamo dove ci troviamo. I navigatori sui cellulari indicano una località sulle Ande peruviane: l’esercito ucraino prova così a confondere il GPS che guida i droni. Fa freddo, è già settembre, le notti estive sono solo un ricordo. I passeggeri parlano fra loro, c’è chi ricorda precedenti evacuazioni, chi racconta di come il proprio appartamento sia stato distrutto dai missili russi nei villaggi vicino al fronte. A un certo punto, il ronzio di un drone fa capolino da lontano. Il capotreno, attraverso il megafono, urla “Allontanatevi il più possibile dal treno e dal locomotore!”; è buio, non si vede nulla, le luci dei cellulari illuminano solo le stoppie di un campo di grano. Il drone si avvicina, probabilmente sorvola il treno e passa oltre. Si sentono distinti i colpi della contraerea, poi il boato. Lo Shahed è stato abbattuto. Risaliamo in silenzio sul treno, che con uno strattone riparte verso Dnipro. Ci saranno altre due evacuazioni simili nel corso della notte e il treno arriverà a Dnipro con 6 ore di ritardo.

Fig. 1 – Una delle evacuazioni del treno Solotvino – Dnipro | Foto: Christian Eccher
KONSTANTIN
Durante una delle evacuazioni notturne, ho avuto modo di aiutare a scendere dal treno Konstantin, un soldato con una brutta ferita alla gamba sinistra. Konstantin ha combattuto come soldato semplice per ben 4 anni al fronte, nel Donbass. Qualche settimana fa è stato ferito da un drone russo e adesso si cura a Mukachevo, in Transcarpazia, dove c’è un ospedale militare. Sta tornando a casa, dalla madre, che abita nella regione di Zaporizhzhia. “Un drone è esploso a pochi metri da me – dice Kostantin, che continua a sorridere nonostante racconti di come sia stato ferito, – per fortuna i medici di campo sono riusciti a salvare la gamba. Tornerò a camminare, ma resterò zoppo a vita”. Gli chiedo se abbia intenzione di tornare a combattere e mi risponde, sempre sorridendo: “A causa della ferita, sono esentato, ma io chiederò di tornare nell’esercito. Voglio stare vicino ai miei amici con cui ho condiviso davvero tutto negli ultimi anni. Sono loro la mia nuova famiglia. Posso essere utile nelle retrovie o occuparmi delle evacuazioni nei villaggi vicino al fronte. A casa sicuramente non rimango!”. A Dnipro, un trattore elettrico – di solito usato per portare i bagagli – attende Kostantin e gli altri soldati feriti per portarli verso l’uscita dalla stazione. Ci salutiamo in fretta, con una stretta di mano e la promessa di rivederci da qualche parte, nei pressi del fronte.

Fig. 2 – Il treno locale Zaporizhzhia – Dnipro colpito da un drone | Fonte: Christian Eccher
ZAPORIZHZHIA
Zaporizhzhia è sotto continuo attacco russo. A poche ore dal mio arrivo, 6 missili di fabbricazione nord-coreana “Zirkon” hanno colpito l’acciaieria Zaporizhstal, che era già stata bombardata qualche settimana fa. Vengono continuamente colpiti anche i centri commerciali: i capannoni della catena Epicentr sono ridotti a lamiere contorte e cenere. Durante la mia permanenza in città, sono stati colpiti due centri commerciali Amstor.
Vado nella zona meridionale di Zaporizhzhia, nel quartiere Cosmos. Rispetto alla mia ultima visita, avvenuta solo 3 settimane fa, le vie principali hanno mutato aspetto: sono coperte da una fitta rete anti drone, sorrette su pali di ferro ai lati delle strade e a loro volta fissati in grossi blocchi di cemento. La rete racchiude la strada sia nella parte superiore sia ai lati e per i pedoni è possibile attraversare solo in prossimità degli incroci, dove le reti hanno dei buchi. Mentre cammino per uno di questi boulevard, mi giunge la notizia che un drone FPV ha colpito un autobus a poche centinaia di metri dal punto in cui mi trovo, in una zona non ancora protetta dalle reti. Vado a vedere cosa sia successo; l’ambulanza ha già portato via i feriti, sul marciapiede ci sono due grosse macchie di sangue. Il carro attrezzi ha già rimorchiato l’autobus, con evidenti danni nella parte posteriore, dove c’è il motore, e sull’asfalto ci sono vetri, frammenti di plastica e di drone. Il bilancio è di 3 feriti, di cui uno versa ancora in gravi condizioni.

Fig. 3 – Zaporizhzhia, un palazzo sventrato da una bomba Kab-250 | Foto: Christian Eccher
A Zaporihzhia la notte non si dorme mai. Le sirene suonano ininterrottamente, le esplosioni sono continue. La nuova strategia dei russi è quella di distruggere il più possibile i centri commerciali e i loro depositi per rendere la vita degli abitanti della città sempre più difficile. Ci sono sempre meno luoghi dove fare la spesa, rimangono solo i negozi piccoli, che però si trovano solo in centro. In periferia, procurarsi il cibo comincia a diventare un problema.
A bruciare non sono solo i capannoni dove si trovano i negozi, ma anche tutta la merce che in questi luoghi si trova: ogni mattina, la città si sveglia sotto una coltre di fumo e l’aria è irrespirabile. Enormi quantità di plastica si trasformano quotidianamente in sostanze chimiche cancerogene che gli abitanti di Zaporizhzhia respirano ormai da quasi 5 anni. I danni per la salute sono enormi e fra qualche anno si vedranno le conseguenze del terrorismo ambientale russo. Delle 10 notti che ho trascorso a Zaporizhzhia, solo una è stata tranquilla. Le altre nove sono state terribili: scoppi, esplosioni, fiamme altissime che si levano dai luoghi colpiti e al mattino il bruciore alla gola per via del fumo che si insinua dappertutto, anche attraverso le finestre chiuse. Nonostante ciò, la città vive. Gli scolari seguono le lezioni nelle aule sotterranee di cui ormai tutte le scuole sono dotate, al cinema va in scena il festival del cinema ucraino, gli atleti si allenano nelle palestre sotterranee, la sera la Filarmonia e il Teatro comunale presentano concerti e spettacoli di vario tipo. Zaporizhzhia non si arrende.

Fig. 4 – Reti antidroni nel quartiere Cosmos di Zaporizhzhia | Foto: Christian Eccher
MARIA
Maria è un avvocato di 40 anni; è nata in Russia, nel lontano nord, dove la madre e il padre lavoravano ai tempi dell’URSS. Quando è nata la bambina, i genitori hanno deciso di tornare a Zaporizhzhia, la città natale del padre. Maria si è laureata all’Università Statale e poi si è trasferita a Kyiv, dove ha vissuto 18 anni. A Kyiv lavorava in uno studio giuridico e faceva l’attrice in un teatro amatoriale, ha avuto anche un discreto successo. Le sue qualità l’hanno infatti portata sulle scene dei maggiori teatri ucraini e ha recitato in ruoli minori al fianco di attori molto famosi. Maria era contenta e realizzata, ma la guerra ha cambiato la sua vita. Nel 2024, due droni Shahed hanno colpito il palazzo in cui abitava; rimasta senza casa e con una diagnosi di stress post-traumatico, ha deciso di tornare a Zaporizhzhia, anche per stare accanto alla madre ormai anziana.
Ci incontriamo in un caffè del centro. Maria parla con calma, racconta la propria storia senza pathos, come se fosse accaduta a un’altra persona. Nonostante il russo sia la sua lingua madre, preferisci rivolgersi a me in ucraino. Uno dei capolavori di Putin è stato proprio quello di portare molti madrelingua russi a odiare il proprio idioma nativo.
Gli occhi azzurri di Maria rivelano la stanchezza delle numerose notti insonni, le notti di Kyiv e quelle di Zaporizhzhia. A un certo punto, mentre la cameriera posa sul tavolo le tazze con tè, un rombo scuote la città, simile al rumore di un jet di passaggio a bassa quota. Non è un aereo, si tratta di un drone Shahed a reazione; è molto più veloce e preciso rispetto ai velivoli usati dai russi sino a qualche mese fa. In guerra, la tecnologia avanza a grandi passi. La ragazza che siede vicino a noi, si getta sotto il tavolo, gli altri avventori urlano impauriti. Lo Shahed va oltre, l’obiettivo finale non è Zaporizhzhia, ma una fabbrica nei pressi di Dnipro, come avrò modo di sapere più tardi.
Maria e io continuiamo a parlare. Mi racconta di due lontane nipoti che vivono in Russia, che lei ha cresciuto quando hanno perso la madre. Il padre non era in condizione di crescerle per problemi e conomici e le ha mandate dai parenti a Zaporizhzhia. Le ragazze hanno terminato la scuola elementare e superiore in Ucraina e poi sono tornate in Russia dal padre, che nel frattempo è riuscito a risolvere i proprio problemi e costruirsi una vita normale.
Ci alziamo, lasciamo il caffè e ci dirigiamo verso piazza Poljak, lungo il boulevard Saborny, con i suoi eleganti edifici in stile eclettico che fondono realismo socialista, art nouveau e stile industriale tipico del secondo dopoguerra. Zaporizhzhia è una perla architettonica di rara bellezza.
Chiedo a Maria se sia ancora in contatto con le nipoti. Lei si ferma, mi guarda, la bocca si contorce in una smorfia di sincero dolore e gli occhi azzurri si riempiono di lacrime. Non chiedo più nulla. Ci abbracciamo e rimaniamo a lungo l’uno fra le braccia dell’altra, mentre lentamente cala la sera e il cielo di Zaporizhzhia si trasforma in una prateria di stelle.
Christian Eccher
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