In 3 Sorsi – Dopo anni di rallentamento, l’allargamento ai Balcani occidentali è tornato al centro dell’agenda europea. Tra urgenza strategica e riforme ancora incomplete, i Paesi della regione avanzano a velocità molto diverse tra loro.
Leggi tutto: I Balcani occidentali tornano al centro dell’allargamento UE1. BRUXELLES TORNA A GUARDARE AI BALCANI
Nel 2003, al vertice di Salonicco, l’UE affermò che il futuro della regione dei Balcani occidentali era all’interno dell’Unione. Tuttavia, negli anni seguenti il processo di adesione fu costantemente rallentato a causa delle difficoltà nel completare le riforme, delle dispute bilaterali e del progressivo affievolimento della politica di allargamento. Lo scoppio della guerra in Ucraina nel 2022 imprime però un nuovo impulso al processo. L’UE ridefinisce la propria strategia, ritenendo che l’adesione dei Paesi della regione contribuirebbe a una maggiore sicurezza e stabilità nel continente. Tale strategia è emersa chiaramente al vertice UE-Balcani occidentali del 5 giugno 2026, quando il Presidente del Consiglio Europeo António Costa ha dichiarato che “l’adesione della regione rimane la nostra priorità e un investimento geopolitico cruciale […] Il processo deve essere basato sul merito e su riforme credibili”. Le parti hanno discusso su come accelerare tale inserimento, ponendo al centro il sostegno economico dell’Unione (necessario per migliorare le condizioni dei singoli Paesi e dei propri cittadini), l’avanzamento delle riforme e il necessario allineamento dei Balcani alla politica estera e di sicurezza comune. A questa politica si ricollega anche il Piano di crescita per i Balcani occidentali 2024-2027, che ha lo scopo di integrare gli Stati nel mercato unico dell’UE, promuovere la cooperazione regionale e attuare le riforme previste dall’Unione.
Nonostante ciò, il nuovo slancio europeo non si traduce in un avanzamento uniforme.
Fig. 1 – Il Presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa
2. UN’ADESIONE A PIÙ VELOCITÀ
Montenegro e Albania avanzano più velocemente nel processo di adesione all’UE rispetto agli altri Paesi dei Balcani occidentali. Il Montenegro, che ha avviato i negoziati ufficiali nel 2012, ha aperto tutti i 33 capitoli e ne ha chiusi provvisoriamente 18, pur mantenendo alcune criticità nello Stato di diritto e nel funzionamento delle Istituzioni. La Commissione punta ora a chiudere entro la fine del 2026 tutti i capitoli ancora aperti, mentre sono già iniziati i lavori preparatori sul il trattato di adesione. L’Albania, invece, ha aperto i negoziati solo nel 2022 ma ha già aperto tutti i capitoli e ne ha chiusi provvisoriamente tre. Nel 2026 ha inoltre raggiunto i parametri intermedi del cluster “Fundamentals” (principi fondamentali), che comprende, tra le altre cose, Istituzioni democratiche, Stato di diritto e criteri economici.
Più complessa è la situazione degli altri quattro Paesi. In Serbia, alle proteste contro la corruzione delle Istituzioni si affiancano le tensioni irrisolte con il Kosovo e il mancato pieno allineamento alla politica estera e di sicurezza dell’UE, anche nei confronti della Russia. La Macedonia del Nord si trova in una fase di stallo: oltre alle criticità nella lotta alla corruzione delle Istituzioni pubbliche, non sono state ancora approvate le modifiche costituzionali volte a includere esplicitamente nella Costituzione i cittadini appartenenti ad altri popoli, tra cui quello bulgaro. La questione rimane quindi al centro delle tensioni con Sofia.
Uno dei casi più complessi è quello della Bosnia-Erzegovina. L’assetto istituzionale e le divisioni tra le diverse componenti politiche hanno portato a una profonda crisi, aggravata nel 2025 dalle iniziative della Republika Srpska, che hanno ulteriormente rallentato il processo di adesione. L’UE chiede in particolare l’attuazione delle riforme giudiziarie e la nomina del capo negoziatore, indispensabili per procedere verso l’apertura formale dei negoziati. Infine, il Kosovo deve fare i conti con il mancato riconoscimento di cinque Stati membri dell’UE e con una prolungata crisi politica. Nonostante la rielezione nel settembre 2026 di Albin Kurti a Primo Ministro, rimane irrisolta l’elezione del Presidente, mentre i difficili rapporti con la Serbia, specialmente nel nord del Paese, continuano a pesare sul percorso europeo.
Fig. 2 – Il Primo Ministro kosovaro, Albin Kurti
3. IL DILEMMA EUROPEO
Le diverse velocità alle quali si muovono i Paesi dei Balcani occidentali verso Bruxelles mostrano il dilemma europeo: se da una parte oggi l’UE considera strategica l’integrazione della regione, dall’altra non può rinunciare al rispetto dei principi e delle condizioni su cui si basa il processo di adesione. Un ulteriore problema riguarda la capacità della stessa Unione di funzionare con un numero maggiore di membri, che contribuisce ad aumentare la complessità del processo di allargamento. Un maggiore coinvolgimento dell’UE nelle questioni lasciate in sospeso per anni, dal dialogo tra Serbia e Kosovo, alle tensioni tra Macedonia del Nord e Bulgaria, fino alla complessa situazione istituzionale bosniaca, potrebbe ridurre gli spazi di influenza di attori esterni come Russia e Cina. In questo contesto assume particolare rilevanza il principio di integrazione graduale, volto ad evitare che Serbia, Kosovo, Bosnia e Macedonia del Nord rimangano ulteriormente distanti da Montenegro e Albania. Il tema è stato ribadito anche dalla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen durante il tour nei Balcani occidentali avviato il 30 settembre, incentrato proprio sui prossimi passi del processo di adesione e sull’integrazione graduale dei Paesi. Pur senza ricorrere a scorciatoie per permettere a questi Paesi l’ingresso, Bruxelles può offrire benefici progressivi legati alle riforme interne e all’accesso a parti del mercato unico, così da ridurre il rischio che rimangano nella zona grigia europea in cui si trovano da oltre vent’anni. Qualora l’allargamento dovesse avvenire, saranno necessari dei cambiamenti all’interno dell’Unione. Per ottobre 2026 il Consiglio europeo ha previsto una discussione strategica su allargamento e riforme, mentre rimane centrale il consenso dell’opinione pubblica. Sebbene la maggioranza dei cittadini europei sostenga nuovi ingressi, permangono timori riguardo alle conseguenze politiche ed economiche.
L’adesione dell’intera regione non appare dunque un obiettivo raggiungibile nel breve periodo. Nel lungo termine, però, l’ingresso dei Balcani occidentali nell’UE rimane una prospettiva concreta. Tutto dipenderà dalla volontà e dalle capacità di entrambe le parti: gli Stati candidati dovranno superare le proprie fragilità interne e risolvere le controversie ancora aperte, mentre l’Unione dovrà utilizzare efficacemente gli strumenti politici, economici e diplomatici a propria disposizione per realizzare la promessa formulata a Salonicco, senza indebolire la condizionalità del processo.
Martina Selvaggio
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