Ristretto – Stati Uniti e Venezuela siglano un nuovo accordo petrolifero, considerato da ambo le parti come un nuovo inizio nelle relazioni tra i due Paesi, ma non mancano le perplessità.
Il 28 agosto 2026 il Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, ha annunciato la sigla di un nuovo accordo petrolifero con il Venezuela, che potrebbe segnare una svolta nei rapporti tra i due Paesi. Solo all’inizio di quest’anno la tensione tra i due Governi era ancora molto elevata, il tutto culminato poi nell’arresto dell’ex Presidente venezuelano Nicolas Maduro e di sua moglie, in piena notte, nel cuore di Caracas, da parte delle forze speciali statunitensi. Dopo una fase di attesa e di dichiarazioni molto accomodanti da parte della nuova Presidente del Venezuela, Delcy Rodriguez, si è ora giunti a un primo passo concreto nel riavvicinamento. L’accordo stipulato il mese scorso, poi approvato il 1° settembre dal Parlamento venezuelano, prevede la riattivazione di ben 17 giacimenti petroliferi con l’obiettivo di portare la produzione di petrolio a 1,5 milioni di barili al giorno. Ciò, come spiegato dal Segretario di Stato Marco Rubio, dovrebbe avvenire grazie a investimenti privati statunitensi per un valore intorno ai 100 milioni di dollari, con importanti entrate nella casse dello Stato venezuelano e un aumento di posti di lavoro. Oltra alla parte statunitense, con Donald Trump che ha parlato del “più grande accordo per il petrolio nella storia del mondo”, le dichiarazioni entusiaste non sono mancate neanche dalla parte venezuelana: Delcy Rodriguez che ha descritto l’accordo con gli USA “storico” e in grado di favorire con gli USA “la rinascita della nazione”. Tuttavia non mancano i dubbi sulla riuscita del medesimo accordo. In primo luogo c’è chi accusa l’attuale Governo venezuelano di “aprire le porte al nuovo colonialismo degli USA”. Il timore di una forte riduzione della sovranità deriva dal fatto che, secondo l’accordo, Washington acquisirebbe il 35% della compagnia petrolifera North American Blue Energy Partners (NABEP), la seconda più grande compagnia petrolifera in Venezuela, che a sua volta riceverebbe da Caracas una concessione di 100 anni per lo sfruttamento dei 17 giacimenti petroliferi. Questo dovrebbe garantire agli USA di acquistare il 20% del petrolio prodotto in tali siti a prezzo di mercato e di godere di un diritto di prelazione sulla quota restante. Inoltre, gli USA negli anni a venire entrerebbero a far parte di una joint venture con una nuova compagnia petrolifera che verrebbe fondata in Venezuela, con la garanzia di ottenere il 55% dei guadagni. Ad attirare l’attenzione degli osservatori e ad alimentare i dubbi sulla natura asimmetrica dell’accordo è la totale esclusione della Petróleos de Venezuela Sociedad Anónima (PDVSA), l’azienda statale che gestisce il petrolio venezuelano dal 1976 e con la quale era necessario accordarsi per poter investire nel Paese, almeno fino ad oggi. Infine, il cattivo stato in cui vertono le infrastrutture petrolifere del Venezuela, unito a una corruzione ancora endemica, rendono quasi impossibile un impatto immediato di questo accordo sui prezzi del carburante, molto importante per Trump in vista delle elezioni del prossimo novembre. Sarà solo il tempo a rivelare se questo accordo sarà una tappa per la rinascita del Venezuela o una trappola a vantaggio di pochi.
Marco Pantaloni


