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    Friday bloody friday

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    Cosa c’è dietro l’attacco talebano di venerdì a due moschee in Pakistan? In primo luogo, si vuole ribadire la linea ortodossa fondamentalista, contro tutte le minoranze. Ma c’è dell’altro, collegato alla trattativa in corso tra l’intelligence americana e quella pachistana. Ecco perché il conflitto – di questo si tratta – che imperversa in Pakistan diventa sempre più strategico e decisivo.

    I FATTI – È venerdì, il giorno della preghiera. A Lahore, in Pakistan, sono circa duemila i fedeli radunati in due moschee del Pakistan, Model Town e Garhi Dhahu, distanti quindici chilometri tra loro. Avviene tutto all’improvviso, esattamente nello stesso orario: spari a raffica, bombe a mano, tre kamikaze, fedeli trattenuti in ostaggio all’interno della moschea all’arrivo (forse tardivo) delle forze speciali di polizia. Un’ora di scontri, spari dai tetti, e un tragico bilancio di oltre 80 morti e 110 feriti. Una strage rivendicata dal gruppo Tehrik-i-Taliban (“Movimento studentesco”), tra i rami più ortodossi dell’universo talebano.

    PERCHE’ CONTRO DUE MOSCHEE? – Talebani, elementi terroristici ed estremisti islamici, che attaccano musulmani che pregano il venerdì in una moschea. Fatto più che insolito, in prima battuta. Dov’è l’errore? Semplicemente, l’obiettivo è una minoranza musulmana, gli Ahmadi, considerata eretica, e dichiarata non musulmana da un emendamento costituzionale, emanato nel 1974 dall’allora premier pachistano Zulfikar Al Bhutto, sotto forti pressioni delle autorità religiose islamiche. Addirittura, agli Armadi è vietato salutare in pubblico secondo la formula tradizionale islamica di saluto in Pakistan: “Salaam Aleikum”, la pace sia con te. Gli Ahmadi traggono origine dal loro fondatore, Mirza Ghulam Amad, considerato dai suoi seguaci un messaggero di Dio. Essi non riconoscono Maometto come ultimo profeta, e pertanto tale minoranza è discriminata, e da tempo nel mirino quale bersaglio di violenze da parte di gruppi ortodossi.

    MOTIVAZIONI INTERNE… – Quali messaggi si celano dietro questo attacco? Innanzitutto vi è una forte componente interna. Occorre indubbiamente sottolineare come tale attacco andava ad individuare un obiettivo facile e “sostenibile”, che difficilmente avrebbe riscosso una totale disapprovazione interna, alla luce della discriminazione subita dagli Ahmadi. Dunque, la prima motivazione vuole ribadire la linea ortodossa fondamentalista dei talebani sunniti, contro i non ortodossi, e dunque sciiti, Ahmadi, e in genere tutte le altre minoranze.

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    MA NON SOLO – Non si può comunque non allargare il cerchio, considerando la situazione pachistana nel suo complesso. E allora appare impossibile non citare la trattativa iniziata il 19 maggio scorso tra Leon Panetta, numero 1 della Cia, Jim Jones, Consigliere per la Sicurezza Nazionale Usa, e l’intelligence pachistana. Due, in particolare, le richieste americane. La prima: più libertà d’azione sul territorio pachistano, e più collaborazione da parte dei servizi segreti pachistani, affinché non accadano più episodi analoghi a quello di Feisal Shahzad, l’uomo protagonista del fallito attentato di Times Square, che ha viaggiato indisturbato diverse volte in Pakistan prima di entrare in azione negli Stati Uniti. La seconda richiesta riguarda invece un possibile offensiva nel Waziristan del Nord, necessaria alla luce del fatto che i guerriglieri pachistani si rovesciano in Afghanistan per combattere. Il duplice attentato alle moschee degli Ahmadi può anche essere letto come un forte messaggio dei talebani al Governo pachistano, un segnale esplicito: non cedete a quelle richieste. Di sicuro, il rischio di nuovi attentatori pachistani in territorio americano è molto sentito dall’Amministrazione Obama, e la pressione americana non si ammorbidirà di certo per questi attentati, anzi. L’impressione che il Pakistan sia un alleato troppo tiepido nella lotta ai militanti è sempre più forte, anche considerando i casi in cui Islamabad, nonostante le pressioni, non ha troncato le relazioni speciali con alcuni gruppi islamismi allevati per dare battaglia all’India, nell’ottica di un’eventuale scontro tra questi due Paesi. Per tali ragioni, la pressione americana, anche a seguito di questi ultimi episodi, non potrà che crescere.

    L’IMPORTANZA DEL CONTESTO – Vale la pena ricordare quanto sia ogni giorno più strategico per gli Usa (e in generale, per l’intero Occidente) quanto accade in Pakistan. Innanzitutto, già da anni, la guerra in Afghanistan è un teatro definito “Af-Pak”. Proprio in Pakistan si nascondono i maggiori leader di Al Qaeda. Dobbiamo considerare come il Pakistan non è slegato dall’Afghanistan, anzi. È necessario affermare chiaramente come in Pakistan vi è un vero e proprio conflitto in corso. Ulteriore riprova sono i continui attacchi missilistici americani, tramite droni. Bush nel 2008 autorizzò 37 attacchi missilistici in Pakistan. Il Nobel per la Pace Obama ne ha autorizzati 53 nel 2009, e già 38 nel 2010, uno più che nell’intero 2008, a riprova di una situazione sempre più critica e non trascurabile. Le missioni coi droni sono talvolta anche seguite da azioni di commando e contractor. E per ribadire quanto sia fondamentale il teatro pachistano, basta ricordare un solo dato: il Pakistan ha la bomba atomica. E qualora lo Stato pachistano giungesse al collasso, e l’atomica finisse nelle mani sbagliate, davvero allora questo sarebbe un disastro e un rischio enorme. Non solo per gli Usa, ma per il mondo intero.

    Alberto Rossi

    redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Alberto Rossi
    Alberto Rossi

    Classe 1984, laureato nel 2009 in Scienze delle Relazioni Internazionali e dell’Integrazione Europea all’Università Cattolica di Milano (Facoltà di Scienze Politiche). La mia tesi sulla Seconda Intifada è stata svolta “sul campo” tra Israele e Territori Palestinesi vivendo a Gerusalemme, città in cui sono stato più volte, che porto nel cuore e in cui andrei domani a vivere (e sì, sembra assurdo, ma anche mia moglie Cristina verrebbe di corsa con me. Nostra figlia Anita invece, nata a maggio 2015, ancora non ci ha detto cosa ne pensa). Vivo a Milano, dopo 28 anni di Brianza, e sono Responsabile Marketing della Fondazione Italia Cina e analista del CeSIF (Centro Studi per l’Impresa della Fondazione Italia Cina). Tra le mie passioni, il calcio (portiere, allenatore, tifoso), la politica, i libri di Giovannino Guareschi, i giochi di magia, il teatro, la radio. Già, la radio: nel 2009 conducevo un programma di esteri su Bmradio.it, e con alcuni amici/colleghi appassionati di geopolitica e relazioni internazionali ci siamo detti: la radio non basta, dovremmo inventarci qualcosa di più per parlarne… Ecco, Il Caffè Geopolitico, di cui sono Presidente, è nato più o meno così.

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