Cosa significa ricostruire Gaza

Editoriale – Ricostruire Gaza non significa solo pensare a “muri e cibo”, ma anche a tutto ciò che permette passare dal semplice “sopravvivere” al “vivere”: ripristinare flussi, relazioni, lavoro, supporto psicologico.

NON È UN FILM

Una recente testimonianza di padre Gabriel Romanelli, parroco cattolico a Gaza, ripropone le difficoltà della popolazione nella Striscia nell’affrontare la vita quotidiana in mezzo a una realtà ancora lontana dal trovare pace. La descrizione della tregua nei combattimenti è infatti spesso incentrata principalmente sugli aspetti politici e internazionali della stessa: imposta (più che accettata liberamente) alle due parti, essa ferma infatti gli aspetti di distruzione immediata ma non crea un altrettanto immediata soluzione alle problematiche locali, in particolari quelle riguardo alla vita quotidiana della popolazione.
Esiste una tendenza a ritenere che la fine dei combattimenti equivalga all’immagine delle scene finali di un film: sguardo sulle macerie in allontanamento, luce in dissolvenza, titoli di coda… con la speranza, non mostrata, che il problema sia finito e quindi in qualche modo tutto si risolverà. A livello cinematografico il film termina perché la parte interessante finisce appunto qui.
Nella realtà invece quel “in qualche modo” non esiste ancora ed è il problema principale da risolvere. Contrariamente a un film, infatti, esiste sempre un giorno dopo. E poi un altro. E poi un altro ancora, e così via. In altre parole, poiché la vita continua questo implica la necessità di affrontare da subito tutti quei problemi che la fine dei combattimenti (che, come abbiamo spiegato recentemente, non sono ancora completamente cessati) non risolve, ma apre.

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Fig. 1 – Il cardinale Pierbattista Pizzaballa visita Gaza a giugno 2026

RICOSTRUIRE RETI E FLUSSI

Quella di Gaza era ed è un’area urbana densamente popolata, che per sua definizione è costituita da molti elementi: la popolazione e gli edifici ovviamente, ma anche molto altro. Possiamo riassumerli in due concetti: flussi (utenze, materiali, persone… ciò che si muove sopra e sotto la terra per assicurare il funzionamento della società) e reti (servizi, legami… che la rendono solida e rendono significativi i flussi). Entrambi sono fondamentali ed entrambi vengono abitualmente interrotti o addirittura distrutti durante conflitti urbani ad alta intensità (perfino in casi meno intensi di Gaza).
Esistono pertanto tre ambiti principali su cui lavorare per la ripresa della vita (e non solo della sopravvivenza) a Gaza:

  • Provvedere ai bisogni primari: cibo, acqua, medicine, riparo (soprattutto in vista di stagioni piovose o invernale). Tutto ciò che serve alle persone per sopravvivere. Questo implica non solo la distribuzione delle risorse ma anche la garanzia che i flussi delle materie prime e dei materiali necessari per garantirlo siano sicuri e continui. Un esempio riguardo la produzione di pane indica una capacità di produzione del 70% del fabbisogno, in crescita, ma con ancora costanti difficoltà nell’approvvigionare in sicurezza e abbondanza sufficiente le materie prime e le parti di ricambio per i forni.
  • Provvedere a ciò che serve per riprendere il vivere (non solo il sopravvivere) progressivamente una vita quanto più possibile “normale”: servizi di base (incluso sistema sanitario progressivamente più organizzato, gestione locale delle esigenze spicciole locali), lavoro (quale? Chi paga? Come si sostengono famiglie senza nulla?), scuola per i bambini (come ricorda il cardinal Pizzaballa, i bambini a Gaza hanno perso due anni di scuola e in molti casi anche quasi tutto il terzo, serve riportarli sui banchi anche solo per toglierli dalla lotta quotidiana per la sopravvivenza), ma questo richiede anche aule e insegnanti, oltre al materiale didattico. Serve arrivare alla progressiva ricostruzione di edifici e utenze che servono soprattutto per avere elettricità, riscaldamento e servizi igienici, inclusi i flussi di materiali per farlo e i flussi di merci perché certe attività riprendano. Implica rimuovere e riutilizzare le migliaia di tonnellate di detriti che ora sono ovunque.
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Fig. 2 – Bombardamento israeliano su Gaza City a luglio 2026, sintomo di un conflitto ancora in corso

CURARE LA MENTE E LA SOCIALITÀ

  • Supporto psicologico e reti sociali. La popolazione civile (bambini e adulti) – anche solo limitandoci alla fase recente dei combattimenti – è traumatizzata da quasi tre anni di bombardamenti e paura continui. Se da un lato si può essere indifferenti alla sorte dei combattenti, non vanno dimenticati coloro che combattenti non sono: bambini in primis, ma anche famiglie e singoli. L’aspetto psicologico (per esempio i molteplici effetti dovuti a sindrome da stress post traumatico) e morale è uno dei meno raccontati, ma più fondamentali e impattanti anche nel medio-lungo termine. Tale difficoltà inciderà sugli equilibri personali, familiari e sociali, stretti tra sfide che includono per molti singoli e nuclei familiari l’impossibilità di poter provvedere ai bisogni primari in maniera indipendente ancora per molto tempo o la crescente tensione (anche involontaria) tra chi avrà qualcosa subito e chi non l’avrà ancora a lungo.

Gaza non è naturalmente l’unica realtà che ha affrontato una tale situazione. Un’idea concreta di alcune di queste sfide, difficoltà e necessità sono state raccontate efficacemente anche da padre Ibrahim Alsabagh, sacerdote francescano oggi parroco di Nazareth, ma in passato parroco ad Aleppo durante la guerra civile e l’assedio. Nel suo libro “Viene il mattino” ha raccontato la difficile ricostruzione e tutte le difficoltà connesse dopo la fine dell’assedio. È una testimonianza di prima mano di tutti quegli aspetti spesso fuori dai riflettori della politica internazionale, ma che impattano fortemente le traiettorie di recupero e che, a Gaza, vedremo in maniera anche maggiore: la disperata ricerca di soluzioni pratiche ai problemi più banali, la difficoltà di ottenere le risorse necessarie dalle autorità, i conflitti quotidiani tra persone, le iniziative di successo che si prova a far proseguire nel tempo. Speranza e scoramento si alternano continuamente.

Fig. 3 – Il libro Padre Ibrahim Alsabagh sulla ricostruzione ad Aleppo dopo la guerra

A Gaza resta poco su cui ricostruire ora, ma realtà locali mai crollate come la parrocchia cattolica risultano spesso fulcri di ricostruzione ai quali appoggiarsi e costituiscono i primi nuclei di ripresa. A sfavore di tale sforzo rimane invece la tensione internazionale, il conflitto ridotto ma mai davvero spento tra Hamas e Israele, il blocco del flusso di persone e materiali.

Lorenzo Nannetti

25-05-30 Gaza School Bombed” by Felton Davis is licensed under CC BY 2.0.

Indice

Perchè è importante

  • Per il futuro di Gaza non occorre solo ricostruire la città e riattivare i servizi, ma anche ripristinare le reti socio-politiche ed economiche, con supporto psicologico per la popolazione.

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Chi lo ha scritto

Lorenzo Nannetti
Lorenzo Nannetti

Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

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