Il dopo iraniano non esiste (ancora)

Espresso forte – USA e Israele evocano il regime change in Iran come possibile esito del conflitto in corso. Il nostro team si è interrogato su quanto questa prospettiva sia realistica e su quali siano le condizioni che la rendono possibile o improbabile.

CONTESTO

Times of Israel conferma che l’obiettivo israeliano di un regime change, anche se indiretto, è sul tavolo. Nel frattempo, Trump ha dichiarato colloqui “molto produttivi” con l’Iran per una “risoluzione completa delle ostilità”, sospendendo per cinque giorni gli attacchi ai siti energetici. Teheran ha smentito qualsiasi contatto. Egitto, Pakistan e Turchia lavorano a una mediazione, con Witkoff come punto di riferimento americano.
Il quadro è quello di un conflitto militare aperto in cui le parti continuano a parlarsi attraverso canali indiretti e in cui le dichiarazioni pubbliche raramente corrispondono alla diplomazia reale. In questo contesto, il dibattito sul futuro del regime iraniano è tanto urgente quanto difficile da risolvere.

DUE PUNTI DI VISTA

1. Le forze che erodono il regime

Le difficoltà economiche strutturali dell’Iran non si risolveranno con la fine dei bombardamenti. Decenni di sanzioni, una guerra che distrugge infrastrutture già fragili e una classe media ridimensionata rendono improbabile qualsiasi ripresa rapida. La frattura tra regime e parte della popolazione è reale e documentata: tanto che negli ultimi anni lo stesso sistema ha abbandonato la propaganda teologica come collante principale, spostandosi su una narrativa nazionalistica centrata sull’idea di civiltà millenaria minacciata.
Questa evoluzione è significativa: mostra che il regime sa di aver perso presa religiosa su una quota crescente della società, che è “data per persa” nel breve termine, e tenta di recuperare consenso su altri registri. La scommessa è rischiosa: il nazionalismo può sostenere il regime in tempo di guerra, ma può anche diventare una domanda autonoma di cambiamento una volta che le armi tacciono.

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Fig. 1 – Donne sciite iraniane pregano durante l’Eid al-Fitr

2. Le forze che tengono in piedi il regime

I bombardamenti, paradossalmente, non destabilizzano: compattano. Una società colpita dall’esterno tende a convergere attorno a ciò che esiste — anche quando lo rifiuta. L’opposizione iraniana, già decimata fisicamente e in parte infiltrata, non dispone di una struttura capace di tradurre il malcontento in alternativa politica organizzata. L’ipotesi più citata in Occidente, un ritorno della dinastia Pahlavi, non risolve nessuna delle questioni aperte: quella religiosa, quella delle minoranze (i curdi e i beluci esprimono un profondo scetticismo nei confronti di Pahlavi e insistono su soluzioni federali o fortemente decentralizzate, un’architettura di Stato che l’opposizione monarchica non è probabilmente in grado di accettare, così come nessun governo centralista), quella dei rapporti con un clero sciita che non è monolitico ma è strutturalmente radicato.
Il nodo centrale è altrove: i Pasdaran e i quadri intermedi del regime non hanno incentivi a defezionare. La loro legittimità, come guardiani della Rivoluzione, esiste solo finché esiste la teocrazia. Non è un calcolo ideologico: è un calcolo di sopravvivenza. Finché non emerge un’alternativa realistica che preservi la loro posizione, non hanno motivo di aprire crepe. La scelta di Mojtaba Khamenei come successore risponde esattamente a questa logica: garantire continuità a un sistema che non è monolitico, il clero sciita ha tradizioni e correnti che si oppongono al modello del velayat-e-faqih sin dal 1979, ma che ha costruito un’architettura istituzionale capace di filtrare e contenere il dissenso interno.

CHE COSA OSSERVARE

Il regime iraniano è strutturalmente indebolito, ma le condizioni per una transizione rapida non esistono. Né durante la guerra, con la popolazione che fugge verso le zone rurali o è bloccata dalla paura, né immediatamente dopo, quando la priorità collettiva sarà sopravvivere e ricostruire, non ridisegnare il sistema politico.
Il dubbio non sembra essere sul “se” ma sul “quando” e in merito, ad oggi, non è possibile dare un parere certo, perché le variabili chiave restano opache: non è noto cosa accade davvero dentro il regime, non è noto fino a dove si spingerà Israele, e non è noto cosa vogliono davvero USA e Israele. Washington sembra accontentarsi di un Iran depotenziato e “amico”, non necessariamente democratico. Tel Aviv sembra perseguire qualcosa di più radicale: la disgregazione dello Stato iraniano come potenza regionale. Sono obiettivi divergenti, e questa divergenza è già una variabile che rallenta qualsiasi evoluzione.
Il negoziato parallelo che Trump ha aperto, con mediatori, smentite, e la sua consueta ambiguità strategica, non risolve nulla, ma introduce un margine di incertezza ulteriore che potrebbe portare, a seconda di come evolve, sia a una finestra diplomatica che a un ulteriore elemento di congelamento.

Redazione

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Perchè è importante

  • Il regime è strutturalmente indebolito, ma le condizioni per una transizione non esistono né durante il conflitto, né nell’immediato post-guerra. Il nazionalismo usato come collante sostitutivo potrebbe diventare una domanda autonoma di cambiamento, ma su tempi lunghi e imprevedibili.
  • La divergenza tra gli obiettivi di Washington e quelli di Tel Aviv è una variabile sottovalutata: senza convergenza tra i due alleati, nessun esito politico stabile è perseguibile.

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