Venezuela, l’apertura agli investimenti esteri e lo spettro di una crisi del debito

Analisi – Dopo la caduta di Maduro, il Venezuela ha adottato nuove misure che aprono le porte agli investimenti esteri. Il debito e l’instabilità delle infrastrutture restano però il vero banco di prova.

LA RIFORMA SUGLI IDROCARBURI

All’indomani della cattura di Nicolás Maduro, avvenuta il 3 gennaio 2026, il Venezuela sembra aver già posto fine all’era del controllo statale e della lunga tradizione nazionalista di Hugo Chavez. Il passaggio più evidente di questa inversione di tendenza è arrivato con l’approvazione di due importanti misure politiche. La prima, avvenuta il 29 gennaio 2026, riguarda la riforma della Legge Organica sugli Idrocarburi, destinata a coinvolgere operatori privati nel settore petrolifero e del gas e riducendo di fatto il controllo esclusivo della compagnia statale Petróleos de Venezuela (PDVSA). Al centro della riforma c’è l’Articolo 22, che nella legge precedente del 2001, poi modificata nuovamente nel 2006, stabiliva che solo lo Stato venezuelano e le aziende con partecipazione statale superiore al 50% potevano svolgere le attività primarie sugli idrocarburi. La riforma, al contrario, consente alle aziende private senza partecipazione statale, ma con sede in Venezuela, di svolgere queste stesse attività. Un altro Articolo della riforma (il 36°) stabilisce, inoltre, che nelle joint venture in cui la partecipazione statale è superiore al 50%, i partner non statali appartenenti a minoranze possono avere un ruolo preponderante nelle attività, permettendo persino di poter commercializzare petrolio. A seguito di questi cambiamenti, la società statunitense Chevron, che già opera nel territorio venezuelano attraverso licenze speciali, punta ad ampliare la propria operatività in Venezuela, mentre altre compagnie britanniche, tra cui Shell e BP, stanno valutando nuove opportunità nel settore del gas e degli idrocarburi. Anche l’italiana ENI ha recentemente firmato un accordo con il Ministero degli Idrocarburi e PDVSA per rilanciare il progetto Junín-5 nella Fascia dell’Orinoco.

Embed from Getty Images

Fig. 1 – Delcy Rodriguez presenta l’approvazione della nuova riforma petrolifera durante un evento al Palazzo Miraflores, a Caracas

LA NUOVA LEGGE MINERARIA

La seconda misura, attuata dal Governo della Presidente ad interim Delcy Rodriguez, riguarda il comparto minerario. Dopo una prima approvazione a marzo, il 9 aprile 2026 l’Assemblea nazionale ha approvato una nuova legge mineraria che punta ad attrarre investimenti privati ed esteri nel settore dell’oro e dei minerali strategici, incluse le terre rare. La legge abroga le precedenti normative del 1999 e del 2015, permettendo a tutte le società di sfruttare le risorse minerarie del Paese. La legge prevede concessioni fino a un massimo di 30 anni, prolungabili fino a due periodi di 10 anni, e introduce meccanismi di arbitrato per la risoluzione delle controversie. Vale la pena sottolineare che la nuova legge non comporta una piena privatizzazione delle risorse minerarie. Lo Stato, infatti, mantiene la proprietà dei giacimenti e punta a trattenere una quota rilevante del valore estratto, prevedendo royalty fino al 13% del valore lordo della produzione e un’ulteriore imposta fino al 6% per le società impegnate nelle attività minerarie primarie. Come già accennato, la portata della riforma non riguarda solo l’oro. Il Venezuela possiede riserve minerarie molto vaste, ma ancora in larga parte inesplorate, che si pensa possano contenere oro, bauxite, ferro, rame, coltan, diamanti, niobio e potenzialmente terre rare, concentrate in particolare nell’Arco Minero dell’Orinoco, una fascia di circa 112mila chilometri quadrati già al centro di attività illegali e danni ambientali.

Embed from Getty Images

Fig. 2 – L’Assemblea Nazionale (AN) del Venezuela approva il nuovo disegno di legge sullo sfruttamento delle miniere nel Paese

L’INSTABILITÀ DELLE INFRASTRUTTURE

Questo cambio di rotta della politica estera venezuelana è accompagnato però da un certo scetticismo, soprattutto tra gli investitori. La prima ragione riguarda infatti la condizione in cui si ritrova l’industria energetica e mineraria. Sebbene disponga di una delle maggiori riserve di petrolio e minerali al mondo, il Paese latinoamericano deve fare i conti con un settore logorato da anni di sanzioni, cattiva gestione e corruzione. La rete di raffinazione venezuelana operava ad aprile 2026 ad appena il 31% della propria capacità di lavorazione, circa 399mila barili al giorno su 1,29 milioni, per via dei frequenti problemi tecnici e di una manutenzione insufficiente. L’incidente avvenuto a maggio nell’impianto di compressione di gas Lamargas, è un ulteriore segnale di queste problematiche. L’esplosione ha ferito sei lavoratori e uno di loro è successivamente morto in ospedale. Anche la rete elettrica soffre di gravi mancanze. Il Governo di Rodriguez ha aperto alcuni contatti con Siemens e General Electric per affrontare una crisi che richiederebbe almeno 15 miliardi di dollari di investimenti, ma le imprese straniere restano caute per l’incertezza sui pagamenti e sul debito che il Paese ha accumulato negli anni. I continui blackout impongono dunque di agire presto sulla questione, ma questa urgenza rischia dall’altro lato di spingere ancora di più il Governo ad accettare condizioni contrattuali e finanziarie troppo favorevoli agli investitori.

Embed from Getty Images

Fig. 3 – I venezuelani subiscono interruzioni di corrente dalle 5 alle 10 ore al giorno a causa di guasti al sistema elettrico venezuelano

LO SPETTRO DI UNA CRISI DEL DEBITO

Oltre al deterioramento delle infrastrutture, l’altro grande nodo che preoccupa analisti e investitori è quello del debito. Il Governo venezuelano ha annunciato l’avvio di una ristrutturazione complessiva del debito pubblico estero e delle passività di PDVSA per un ammontare totale di 100 miliardi di dollari. Si tratta di un passaggio necessario per normalizzare i rapporti finanziari del Paese e ricostruire l’accesso ai mercati. Secondo Reuters, il Venezuela e PDVSA hanno circa 60 miliardi di dollari di obbligazioni in default, ma le passività complessive potrebbero superare i 150 miliardi di dollari una volta inclusi interessi maturati, arbitrati, debiti commerciali, prestiti bilaterali e altre richieste. Queste stime rappresentano delle cifre di gran lunga superiori rispetto alla dimensione dell’economia venezuelana. La struttura del debito, inoltre, rende la ristrutturazione particolarmente complessa. Il Governo di Caracas deve circa 2 miliardi di dollari alla Banca Interamericana di Sviluppo e altri 2 miliardi alla Banca di sviluppo dell’America Latina (CAF), mentre sul fronte bilaterale deve almeno 10 miliardi alla Cina, con Brasile e Giappone tra gli altri creditori rilevanti. Nonostante a Washington filtri ottimismo, il Venezuela rischia comunque di cadere in una pesante crisi del debito. Anche qualora il Venezuela riuscisse a dimostrare di non avere un problema di solvibilità in senso stretto, questo non eliminerebbe il rischio di una nuova crisi finanziaria. Il problema, infatti, non è solo se il Paese disponga di risorse sufficienti per ripagare il debito, ma se sia in grado di rifinanziarsi alle scadenze senza dipendere eccessivamente dalla fiducia dei creditori. Questo scenario è il cosiddetto rollover risk, ovvero il Paese potrebbe anche essere solvente nel lungo periodo, ma ha bisogno che gli investitori rinnovino il debito in scadenza. Se la fiducia degli investitori viene meno e non comprano nuovo debito, il Paese deve ripagare tutto subito o trovare liquidità immediata. Se ciò non avviene, l’unica strada è quella del default. Del resto, la storia latinoamericana offre più di un precedente. Il Messico del 1982 mostrò come un boom di prestiti esteri, favorito dall’abbondanza di liquidità internazionale, potesse trasformarsi in una pesante crisi quando l’aumento dei tassi statunitensi rese insostenibile il servizio del debito. L’Argentina del 2001, invece, dimostrò che il problema non è solo la solvibilità di lungo periodo, ma anche la fiducia degli investitori. Nonostante queste forti precauzioni, il Venezuela ha certamente bisogno di cambiare passo. Dopo anni di isolamento, l’apertura agli investimenti può offrire una via d’uscita e dare al governo una buona opportunità per ottenere la fiducia dell’elettorato, colpito dalle condizioni economiche sempre più severe. Tuttavia, accelerare un processo così complesso rischia di produrre effetti opposti, finendo per lasciare più debito e un’economia ancor più vulnerabile rispetto a prima.

Valerio Caccavale

Delcy Rodríguez” by Eneas is licensed under CC BY

Indice

Perchè è importante

  • Il Governo venezuelano, guidato dalla Presidente ad interim Delcy Rodriguez, ha recentemente adottato due importanti misure politiche che aprirebbero le porte agli investimenti esteri nel settore energetico e minerario.
  • Il successo di questa strategia, tuttavia, dipende dalla capacità del Venezuela di affrontare alcune problematiche che attanagliano il Paese, ovvero l’instabilità delle infrastrutture e la complessa ristrutturazione del debito.

Dove si trova

Chi lo ha scritto

Valerio Caccavale
Valerio Caccavale

Nato a Genova il 27 novembre 2001. Dopo la laurea triennale in Scienze Internazionali e Diplomatiche all’Università di Genova, ha conseguito la laurea magistrale in Economic Development and International Relations presso l’Università di Pavia. Attualmente frequenta il Master in International Trade, Finance and Development alla Barcelona School of Economics. Ha collaborato con diverse testate giornalistiche sportive e di attualità, diventando giornalista pubblicista nel gennaio 2025. Segue con passione le vicende internazionali, con un occhio di riguardo per l’America Latina. L’altro occhio, però, è spesso rivolto alla sua grande passione calcistica per il Napoli.

Ti piace quello che facciamo?

La nostra redazione è composta da giovani professionisti e appassionati che si impegnano volontariamente a produrre questa rivista. Se ti è utile e ti interessa quello che facciamo, sostienici: costa quanto un paio di caffè al mese.

Ti potrebbe interessare