Chernobyl, 40 anni dopo: la lezione più lunga della storia

In 3 sorsiIl 26 aprile 1986 il reattore numero 4 della centrale di Chernobyl esplodeva, cambiando per sempre la percezione del rischio nucleare. A quarant’anni di distanza, la scienza, la politica e la storia ci consegnano un bilancio più complesso e sorprendente di quanto la narrazione catastrofista degli anni Novanta avesse lasciato immaginare.

1. LA SCIENZA SMONTA L’APOCALISSE

Nelle settimane successive all’esplosione del reattore di Chernobyl, le proiezioni erano spaventose: centinaia di migliaia di morti, generazioni di bambini deformati, un’Europa centrale resa inabitabile per secoli. Quarant’anni di dati epidemiologici raccontano una storia diversa. Secondo i rapporti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dell’Unscear (il comitato scientifico delle Nazioni Unite sugli effetti delle radiazioni atomiche), le vittime dirette accertate dell’incidente sono 31, ai quali si aggiungono circa 6mila casi di tumore alla tiroide, quasi tutti guariti, insorti nei bambini esposti al radioiodio nelle settimane successive. L’incremento statisticamente rilevabile di altri tumori nella popolazione generale è risultato modesto, e in molti casi non è distinguibile dal rumore di fondo epidemiologico.
L’ecatombe genetica attesa non si è materializzata: nessun aumento significativo di malformazioni congenite è stato registrato tra i figli dei liquidatori o della popolazione evacuata. La zona di esclusione di 30 chilometri, paradossalmente, è diventata una delle aree con la più alta biodiversità d’Europa: in assenza dell’uomo, lupi, linci, orsi e centinaia di specie di uccelli hanno ricolonizzato il territorio, trasformando Chernobyl in un accidentale laboratorio di ecologia. La scienza, insomma, ha ridimensionato drasticamente l’apocalisse annunciata, senza per questo minimizzare la gravità dell’incidente, ma invitando a distinguere il rischio reale dalla paura amplificata.

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Fig. 1 – Una foto del reattore numero 4 di Chernobyl presa poco dopo la fine dell’occupazione russa nella primavera 2022

2. IL COLLASSO DI UN SISTEMA

Chernobyl non fu solo un disastro nucleare: fu uno specchio. L’esplosione del reattore RBMK-1000 avvenne durante un test di sicurezza condotto in modo approssimativo, in violazione di procedure già di per sé lacunose. Ma il vero cortocircuito fu politico: per trentasei ore, mentre i liquidatori morivano da sindrome da irradiazione acuta e la nube radioattiva si dirigeva verso l’Europa occidentale, il Politburo di Mosca cercò di minimizzare, silenziare, gestire l’informazione. Fu Mikhail Gorbaciov, con ritardo e riluttanza, ad ammettere la portata del disastro, anche perché non poteva più nasconderla agli occhi dei satelliti occidentali.
Chernobyl divenne uno dei fattori che accelerarono la crisi terminale dell’URSS. Lo stesso Gorbaciov scrisse anni dopo che l’incidente fu forse il vero detonatore della glasnost: non si poteva più governare un sistema tecnologicamente complesso con il vecchio metodo del segreto di Stato. Il costo economico fu devastante, alcune stime parlano di 700 miliardi di dollari in termini reali tra bonifica, evacuazioni, assistenza sanitaria e perdita di produzione. La Bielorussia, che ricevette il 70% della contaminazione, vide compromesso un quinto del proprio territorio agricolo. Per l’Ucraina, la catastrofe lasciò un’eredità di dipendenza economica dalla Russia che si sarebbe protratta fino alla dissoluzione dell’Unione Sovietica e oltre.

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Fig. 2 – Un gruppo di cavalli di Przewalski pascola nella zona di esclusione di Chernobyl. La specie, una delle più minacciate in Asia, ha trovato un rifugio accogliente nell’area coinvolta nel tragico incidente del 1986

3. L’ATOMO IN GUERRA, L’ATOMO NEL FUTURO

La storia di Chernobyl non è conclusa. Quando, nel febbraio 2022, le truppe russe invasero l’Ucraina, le prime ore della guerra videro i carri armati di Mosca attraversare proprio la zona di esclusione e prendere il controllo della centrale per diversi giorni. Fu un gesto dal forte valore simbolico e dal concreto rischio radiologico, con i soldati che scavarono trincee nel suolo contaminato della Foresta Rossa. Pochi giorni dopo, le forze russe occuparono anche la centrale di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa con i suoi sei reattori, trasformandola in una pedina militare. Per mesi, il mondo ha assistito con il fiato sospeso a combattimenti a pochi chilometri da impianti nucleari operativi, uno scenario che nessun trattato internazionale aveva davvero previsto e che l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha denunciato ripetutamente senza riuscire a ottenere una soluzione.
Eppure, l’Ucraina non ha voltato le spalle all’atomo. Con quattro centrali e quindici reattori operativi, il nucleare copre circa la metà del fabbisogno elettrico del Paese e Kyiv, anche in tempo di guerra, ha confermato i piani di espansione del proprio parco nucleare, siglando accordi con Westinghouse per la fornitura di combustibile e la costruzione di nuovi reattori. È un segnale che va letto su due livelli: quello energetico, l’indipendenza dal gas russo, e quello politico, la scelta di un’identità europea e tecnologica contro la narrativa dell’erede sovietico. Quarant’anni dopo l’esplosione, Chernobyl resta il monumento più potente ai rischi della tecnologia mal governata. Ma l’Ucraina, che quei rischi li conosce meglio di chiunque altro, ha deciso che la risposta non è la rinuncia al nucleare, bensì la sua gestione responsabile. Una lezione, forse, per l’intera Europa.

Piergiorgio Pescali

Photo by Reznik89 is licensed under CC BY-NC-SA

Indice

Perchè è importante

  • Quarant’anni dopo, la scienza ha smentito le previsioni apocalittiche legate al disastro di Chernobyl, rilevando una realtà più complessa e per certi versi anche sorprendente.
  • La guerra in Ucraina ha riportato Chernobyl alla ribalta internazionale, tra la breve occupazione russa del sito nel 2022 e la scelta di Kyiv di continuare a puntare sull’energia nucleare nonostante i rischi connessi agli eventi bellici.

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Piergiorgio Pescali
Piergiorgio Pescali

Piergiorgio Pescali è fisico. Risiede tra Giappone e Corea del Nord lavorando nella ricerca scientifica nel campo delle particelle e del nucleare. Collabora anche con riviste scientifiche e quotidiani. Ha scritto diversi libri tra cui Capire Fukushima. La lotta del Giappone, il nucleare oltre gli stereotipi (Lekton, 2021), La nuova Corea del Nord. Come Kim Jong Un sta cambiando il Paese (Castelvecchi, 2019), Il pericolo nucleare in Ucraina (Mimemis, 2022).

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