UE-Siria, il ripristino della cooperazione: una nuova postura nel Medio Oriente?

Analisi – Dopo oltre un decennio di isolamento politico e sanzioni economiche, l’Unione Europea si prepara a riallacciare le relazioni con la Siria. La proposta presentata dalla Commissione Europea lo scorso 20 aprile documenta la piena ripresa dell’accordo di cooperazione del 1978. Più che una svolta ideologica, la mossa potrebbe riflettere un cambiamento nella strategia di Bruxelles, dettato da interessi che spaziano dalla sicurezza alla gestione dei flussi migratori, fino alle opportunità economiche legate alla ricostruzione del Paese. Un’Europa più sicura di sé, assertiva e indipendente.

DALLA SOSPENSIONE ALLA NORMALIZZAZIONE DEI RAPPORTI

Per oltre trent’anni i rapporti tra Unione Europea e Siria si sono retti su un impianto giuridico relativamente stabile, rappresentato dall’accordo di cooperazione del 1978. Tale strumento non si limitava a favorire l’integrazione commerciale attraverso l’eliminazione della maggior parte dei dazi sui prodotti industriali siriani e il divieto di restrizioni quantitative. Puntava, più in generale, a facilitare l’accesso reciproco ai mercati, rimuovendo anche barriere non tariffarie, e a promuovere forme di cooperazione più ampie: dallo sviluppo scientifico e tecnologico alla tutela ambientale, fino all’incentivazione degli investimenti privati di interesse comune e allo scambio di informazioni economiche e finanziarie necessarie al buon funzionamento del partenariato. 
Prima del conflitto in terra siriana, questo sistema contribuiva a mantenere un livello di interscambio significativo, con Bruxelles tra i principali partner di Damasco e volumi commerciali che nel 2010 superavano i 7 miliardi di euro. L’equilibrio si spezza nel 2011, quando, in risposta alla repressione interna e alle violazioni dei diritti umani attribuite al Governo di Bashar al-Assad, l’UE congela parti dell’accordo e introduce un articolato regime di sanzioni (molte delle quali sono state revocate nel maggio 2025), che colpisce in particolare energia e finanza. 
Pur lasciando aperti i canali per beni essenziali, queste misure svuotano progressivamente la dimensione commerciale del rapporto: negli anni successivi, gli scambi si riducono a livelli minimi e assumono una natura prevalentemente umanitaria, fino ad arrivare nel 2024 a circa 368 milioni di euro complessivi, segno di una relazione ormai lontana dai livelli pre-bellici.
Il quadro cambia radicalmente dopo il crollo del regime nel dicembre 2024, che apre una fase di riposizionamento sia per Damasco che per Bruxelles. Infatti, se da un lato la nuova leadership di transizione siriana guidata da Ahmad al-Sharaa punta a uscire dall’isolamento internazionale e a ottenere sostegno per la ricostruzione, dall’altro, Bruxelles ripensa il proprio posizionamento sullo scacchiere globale. Ed è proprio nella cornice di questa rinnovata strategia europea che si inserisce la missione a Damasco dello scorso gennaio della presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen e del presidente del Consiglio europeo António Costa.
I leader europei hanno presentato un piano di cooperazione che combina dialogo politico, rilancio economico e sostegno finanziario, con un pacchetto da circa 620 milioni di euro destinato non solo all’assistenza umanitaria ma anche alla ripresa delle funzioni statali e dei servizi essenziali. Contestualmente, Bruxelles riapre alla possibilità di reintegrare la Siria nei circuiti economici europei, anche attraverso il ritorno della Banca Europea per gli Investimenti, pur subordinando ogni passo al rispetto di criteri minimi di stabilità e inclusività.
È in questo contesto che si inserisce l’iniziativa più recente di Bruxelles. La proposta, ora all’esame del Consiglio dell’Unione Europea, è strettamente collegata all’avvio di un dialogo strutturato con le autorità di transizione, il cui primo appuntamento è previsto per il prossimo 11 maggio. Sarà proprio questo confronto a definire in termini concreti il perimetro della cooperazione futura, dalle prospettive di integrazione commerciale al ruolo europeo nella ricostruzione, segnando il passaggio da una fase di sospensione a una di progressiva normalizzazione dei reciproci rapporti.

Fig. 1 – La Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen

LA ‘NUOVA’ SIRIA IN UN MONDO CHE CAMBIA

Quello che accade attorno e dentro la Siria riflette un cambiamento più ampio. È evidente che l’assetto della regione è pregno delle conseguenze dell’attuale guerra nel Golfo Persico che, ormai è chiaro, non si limita più alla decapitazione del regime degli Ayatollah, ma si estende a tutta la regione del Golfo. Negli ultimi mesi Israele ha, infatti, intensificato le operazioni nell’area di Quneitra e oltre le alture del Golan occupate con incursioni di terra, artiglieria e raid mirati contro obiettivi legati a Hezbollah e ad altre milizie filo-iraniane. Pertanto, il fronte libanese prosegue ben oltre il confine, si connette al teatro siriano e si inserisce in una dinamica regionale più vasta.
L’assetto che per anni aveva sostenuto Damasco si va, insomma, progressivamente sfaldando, lasciando spazio a una configurazione molto più labile e, al tempo stesso, competitiva. Infatti, da un lato, la presenza russa, seppur ancora visibile, ha perso la sua tradizionale incisività; dall’altro, l’influenza iraniana, che un tempo utilizzava il territorio siriano come retrovia e collegamento verso il Libano, si è ora notevolmente ridotta, interrompendo quelle direttrici che collegavano la Siria al Mediterraneo. È proprio su questo indebolimento che Israele ha costruito la propria strategia: non limitarsi a difendere i confini ma intervenire direttamente ovunque percepisce una minaccia, anche all’interno della Siria, rendendo sempre più difficile distinguere tra crisi locali e scontro regionale.
La crisi drusa dell’estate 2025 ha reso evidente questo limite sfumato. Gli scontri iniziali, nati a livello locale tra milizie druse, gruppi beduini e forze legate al Governo di transizione, si sono rapidamente trasformati in qualcosa di portata ben più estesa. I raid israeliani su Damasco e sulla regione di Suwayda, giustificati dal Governo di Benjamin Netanyahu come interventi a tutela della comunità drusa, hanno di fatto portato il conflitto regionale dentro il territorio siriano. L’episodio ha mostrato quanto il nuovo apparato siriano sia ancora fragile: il Governo guidato da Ahmad al-Sharaa fatica a controllare pienamente il territorio e a gestire tensioni locali senza che queste vengano assorbite in dinamiche su scala più ampia.
Questa fragilità interna si combina con una trasformazione sociale e politica ancora incompleta. La fine del sistema costruito da Bashar al-Assad non ha prodotto un ordine stabile bensì una fase di transizione in cui nuove élite cercano di affermarsi puntando su un approccio più pragmatico, orientato alla normalizzazione dei rapporti con l’Occidente. Tuttavia, il Paese resta profondamente segnato: il controllo territoriale è parziale, le istituzioni sono deboli e le rivalità settarie continuano a emergere. A questo si aggiunge una situazione economica estremamente critica, con infrastrutture distrutte, una moneta svalutata e costi di ricostruzione enormi che rendono inevitabile il ricorso a capitali e attori esterni.
Ed è proprio questa fragilità, unita alla nuova centralità del Paese, a spiegare il cambio di approccio degli Stati Uniti. Washington è passata nel giro di pochi anni da una linea di isolamento totale, che includeva una taglia di 10 milioni di dollari sulla testa di Ahmad al-Sharaa, a una progressiva apertura verso Damasco. Difatti, il Presidente Trump ha deciso di abrogare la legge Caesar nel 2025, che aveva reso la Siria economicamente inaccessibile e bloccato di fatto la ricostruzione del Paese. Essa imponeva sanzioni contro chiunque intrattenesse rapporti economici con Damasco. Lungi dall’essere una mera concessione umanitaria, la scelta di Trump rappresenta un’oculata valutazione politica. L’obiettivo è incentivare un nuovo equilibrio regionale, in cui la Siria possa essere gradualmente reintegrata senza tornare sotto l’influenza predominante di un singolo attore, soprattutto l’Iran. 

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Fig. 2 – L’incontro a Cipro tra von der Leyen e il leader siriano al-Sharaa

INTERESSI EUROPEI DIETRO IL RIAVVICINAMENTO

Il riavvicinamento a Damasco nasce dalla volontà europea di ampliare la platea di potenziali partner, difendendo e diffondendo allo stesso tempo i propri valori fondanti. La ripresa dell’accordo di cooperazione del 1978 soddisfa, dunque, l’intento di riaprire un canale stabile con la Siria, condizionarlo a riforme e garanzie minime, e affermare il peso europeo evitando che la ricostruzione del Paese venga guidata da altri. 
Nei rapporti con la Siria, una delle principali preoccupazioni dell’UE riguarda la questione migratoria. La Siria resta legata a una delle ferite più profonde dell’Europa recente: la crisi del 2015, quando oltre un milione di persone arrivò alle frontiere europee e la Germania di Angela Merkel accolse centinaia di migliaia di rifugiati siriani. Undici anni dopo, il clima politico è diverso: l’avanzata dei partiti di destra, l’irrigidimento delle politiche sui rimpatri e il nuovo Patto per la migrazione e l’asilo spingono Bruxelles verso un approccio molto più restrittivo. 
In questa direzione sono le conclusioni del Consiglio Europeo dello scorso 19 marzo, in cui i capi di Stato e di Governo dei 27, pur riconoscendo che il conflitto in Medio Oriente non ha ancora prodotto flussi immediati verso l’UE, si dicono pronti a mobilitare strumenti diplomatici, giuridici, operativi e finanziari per prevenire movimenti migratori incontrollati e preservare la sicurezza europea. La stabilizzazione della Siria diventa, così, anche uno strumento di politica interna europea, soprattutto per il timore legato ad una nuova ondata migratoria causata dalla destabilizzazione della regione.
C’è poi un interesse economico evidente. La Siria resta un Paese profondamente segnato dalla guerra, ma proprio per questo rappresenta uno spazio di investimento potenzialmente rilevante. Settori come energia, infrastrutture, trasporti, edilizia e servizi offrono opportunità che si intrecciano con le necessità della ricostruzione. Per l’UE, entrare in questa fase di ricostruzione non significa soltanto finanziare progetti ma partecipare alla ridefinizione degli equilibri economici e politici del Paese. Bruxelles è pronta a rivendicare un ruolo centrale in questo processo evitando che sia monopolizzato da Turchia, Stati del Golfo o altri attori globali.
Il settore energetico mostra bene le nuove ambizioni siriane. L’accordo firmato dalla Siria e dalla Giordania lo scorso 26 gennaio sulle forniture di gas costituisce un tentativo di rimettere in piedi ciò che, per anni, si è progressivamente deteriorato: centrali, rete elettrica, distribuzione e servizi di base. Ma, ancora di più, l’intesa serve a gettare le basi per una rinnovata legittimazione politica, garantendo al popolo servizi essenziali e una migliore qualità di vita. 
La dimensione logistica è altrettanto importante. I progetti ferroviari sostenuti dalla Turchia, dalla Giordania e dall’Arabia Saudita puntano a reinserire la Siria nei collegamenti regionali, recuperando progetti storici come la ferrovia dell’Hejaz e rafforzando i collegamenti verso Aleppo, Damasco, l’Iraq e il Golfo. Inoltre, l’estensione della linea turca verso Aleppo e la riattivazione di tratte nel nord-est intendono trasformare la Siria in un corridoio tra Mediterraneo, Mar Nero, Golfo Persico e Mar Rosso. Per Bruxelles, una Siria più connessa può diventare un tassello utile nei corridoi alternativi tra Medio Oriente ed Europa.
Infine c’è il tema della sicurezza, che resta il vero raccordo tra tutti questi interessi. L’Unione Europea sa che senza un minimo rafforzamento delle istituzioni siriane non ci saranno né ritorni sostenibili dei rifugiati, né investimenti, né corridoi logistici realmente stabili. Per questo, il sostegno alla ricostruzione degli apparati statali, inclusi polizia, controllo delle frontiere e cooperazione contro terrorismo e traffici illeciti, diventa parte integrante del riavvicinamento. 

CONCLUSIONI 

Per l’Unione Europea, la ripresa dei rapporti tra Bruxelles e Damasco significa adattarsi a una regione in rapido cambiamento, in cui la Siria può tornare a essere un nodo tra Mediterraneo, Golfo e Medio Oriente. Non a caso, l’impegno di Bruxelles negli ultimi mesi è volto a irrobustire anche il dialogo con gli Stati del Golfo. Ma il punto è più profondo. L’Europa è chiamata a ripensare il modo in cui costruisce le proprie alleanze, superando logiche puramente transazionali e puntando su relazioni più solide, fondate su reciprocità e coerenza politica. Questo implica anche una maggiore capacità di affermarsi senza limitarsi a seguire le scelte di Washington. 
Allo stesso tempo, non basta reagire alle crisi: per essere credibile, l’UE deve rafforzare una presenza più continua, attraverso iniziative e relazioni che vadano oltre i soli canali istituzionali e, soprattutto, non necessariamente al seguito di Trump. Un’Europa più assertiva e strategica potrebbe contribuire a promuovere un quadro di sicurezza del Medio Oriente nel segno della cooperazione autentica, con esplicito e deciso ripudio della guerra.  In questo senso, la Siria diventa un banco di prova. Non tanto per ciò che è oggi, ma per il ruolo che potrà tornare a svolgere. Ed è lì che si capirà se l’Europa saprà dare seguito a questa apertura, trasformandola in una presenza reale e indipendente, capace di pesare negli equilibri della regione.

Filomena Ratto

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Indice

Perchè è importante

  • L’Unione Europea ha avviato un processo di normalizzazione dei rapporti con la Siria, proponendo di ripristinare l’accordo di cooperazione del 1978 dopo anni di sanzioni seguiti alla guerra civile e al Governo di Bashar al-Assad.
  • Questo riavvicinamento segnala un cambio strategico di Bruxelles: rafforzare il proprio ruolo nel Medio Oriente, gestire sicurezza e migrazioni e partecipare alla ricostruzione siriana.

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Filomena Ratto
Filomena Ratto

Napoletana di origine, laureata in Giurisprudenza e ora di base a Bruxelles. Appassionata di diritto europeo e delle dinamiche della politica commerciale dell’UE. Amo leggere e sperimentare in cucina… magari con una buona tazza di caffè (geopolitico, ovviamente).

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