Espresso forte – Il conflitto Iran-USA ha portato in superficie un problema strutturale che l’Occidente conosceva, ma ignorava: la capacità di produrre attacchi è cresciuta enormemente, quella di difendersi no. I numeri non tornano e non è un problema risolvibile con ordini di emergenza.
CHE COSA È SUCCESSO
Da quando gli Stati Uniti hanno attaccato i siti nucleari iraniani il 22 giugno 2025, il conflitto ha assunto una dinamica che va ben oltre il teatro mediorientale. L’Iran risponde con droni e missili, supportato — secondo dichiarazioni di Zelensky riprese da diversi osservatori — da forniture russe di droni Shahed, prodotti ormai in proprio da Mosca in versioni migliorate rispetto agli originali iraniani.
Nel frattempo, lo Stretto di Hormuz — attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale — è diventato il vero nodo strategico del conflitto. Lloyd’s of London stima che, anche con scorta navale americana attiva, il traffico commerciale attraverso lo Stretto scenderebbe a meno del 10% dei volumi normali. Una stima che, da sola, dice molto sulla reale capacità di controllo della situazione.
Fig. 1 – Un unmanned aerial vehicle (UAV) iraniano, lo Shahed-136
COME LA VEDIAMO
Il problema non è tattico. È strutturale, e si manifesta su due livelli che si sommano.
Il primo riguarda la produzione di sistemi d’arma. La Russia è in grado di produrre tra i 60mila e gli 80mila droni Shahed all’anno — tra 160 e 220 al giorno. Sono sistemi tecnologicamente semplici, producibili ovunque in grandi quantità. Per difendersi da questi attacchi, Occidente e Israele stanno utilizzando principalmente missili aria-aria: la capacità produttiva aggregata dei Paesi NATO si aggira sui 3mila-4mila missili l’anno, con tempi di consegna tra i 10 e i 18 mesi dalla data dell’ordine. La Francia ne è l’esempio più immediato: i missili MICA (Missile d’Interception, de Combat et d’Autodéfense, prodotti da MBDA, il principale consorzio missilistico europeo) si stanno esaurendo rapidamente, e un ordine effettuato oggi arriverebbe nel 2027. La matematica è semplice e impietosa: ogni settimana di conflitto ad alta intensità consuma una quota di intercettori che richiede mesi per essere ricostituita.
Per ora, i Paesi NATO non direttamente coinvolti nelle operazioni di difesa aerea non hanno ancora intaccato significativamente i propri stock. Ma se il conflitto si allargasse — coinvolgendo altri fronti o estendendo la portata degli attacchi, — la forbice tra capacità di attacco e capacità di difesa diventerebbe rapidamente un problema collettivo dell’Alleanza, non solo dei belligeranti diretti.
Il secondo livello riguarda la struttura della Marina americana. La US Navy è la forza navale più potente della storia, ma è costruita attorno alle portaerei e alle operazioni in acque aperte. Per riaprire uno stretto costiero come Hormuz — dove contano i numeri di scafi più che la potenza dei singoli vascelli — servono fregate per la protezione commerciale, non cacciatorpediniere da scorta. La USN ha riconosciuto questo problema alla fine degli anni Novanta e ha tentato di risolverlo con tre programmi successivi: il Littoral Combat Ship (fallito per costi esplosi e affidabilità zero), la classe Constellation (cancellata nel 2025 senza aver consegnato un solo vascello) e ora un terzo programma, il FF(X), il cui primo varo è previsto ottimisticamente per il 2030. Nel frattempo, gli ultimi quattro dragamine dedicati sono stati ritirati dal Golfo Persico nel febbraio 2026 e avviati alla demolizione. La flotta disponibile per scortare convogli attraverso Hormuz si riduce a non più di 10 cacciatorpediniere e 7 navi da combattimento litorale — sufficiente per circa un convoglio al giorno in un’area che in tempo di pace ne vedeva transitare 120.
Queste non sono lacune accidentali. Sono il risultato di decenni di scelte politiche: la Francia ha tagliato la spesa per il munizionamento a partire dal 2005, quando il debito pubblico era al 67% del PIL. Oggi è al 118% e deve trovare i miliardi necessari in pochi mesi. Per Italia, Regno Unito e Germania la storia è la stessa. I dittatori sembrano aver studiato la matematica meglio dei leader democratici.
COSA NON PERDERE D’OCCHIO
Tre segnali meritano attenzione nelle prossime settimane. Il primo è il ritmo di consumo degli intercettori da parte dei Paesi direttamente coinvolti nelle operazioni: un allargamento del conflitto trasformerebbe rapidamente il problema da bilaterale a collettivo. Il secondo è l’apertura o chiusura di Hormuz come indicatore della reale capacità USA di proteggere il traffico commerciale — non la potenza militare in sé, ma la capacità di tradurla in risultati concreti in un teatro costiero. Il terzo è la postura europea: se e quando i Governi annunceranno ordini di emergenza per il munizionamento, la dimensione del problema sarà finalmente pubblica.
Per l’Italia, la posta è diretta. Circa il 20% delle importazioni energetiche italiane transita o dipende dall’area del Golfo. Una riduzione duratura del traffico attraverso Hormuz si traduce in pressione sui prezzi energetici e in vulnerabilità delle forniture. Sul piano della difesa, l’Italia replica esattamente il profilo di Francia e Regno Unito: anni di sottofinanziamento del munizionamento, stessi tempi di consegna, stessa esposizione strutturale. Se il conflitto si allargasse o si prolungasse, il problema smetterebbe di essere solo americano.
A cura della Redazione
Per approfondire
- Simone Pelizza e Marco Giulio Barone, post Facebook sulla produzione russa di droni Shahed e la capacità produttiva occidentale di intercettori, https://www.facebook.com/simone.pelizza.982/posts/pfbid021XZANjQWZP77doch4M2afrDY3PcT9NS7SEuzrDxfPAAxoJVptgddwDxXNda5FR76l
- “Iran War: The US Navy & The Straits of Hormuz” – Operational Art of War, Substack, 19 marzo 2026, https://operationalartofwar.substack.com/p/iran-war-the-us-navy-and-the-straits
- “Naval escorts would cap tanker transits at under 10% of normal volumes” – Lloyd’s List, https://www.lloydslist.com/LL1156589/Naval-escorts-would-cap-tanker-transits-at-under-10-of-normal-volumes
- “Abbiamo superato il punto di non ritorno?” – Il Caffè Geopolitico, 4 luglio 2025, https://ilcaffegeopolitico.net/999391/abbiamo-superato-il-punto-di-non-ritorno
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