In 3 sorsi – Il conflitto militare tra Stati Uniti, Israele e Iran, iniziato il 28 febbraio, ha innescato reazioni politiche ed economiche a livello globale. Mentre alleati e partner commerciali dei belligeranti si dividono tra condanne e cautela, l’India mantiene una posizione neutrale. Nuova Delhi, pur avvicinatasi negli ultimi anni agli Stati Uniti, privilegia i propri interessi strategici legati alle rotte energetiche mediorientali.
1. IL CONTESTO INDIANO E LA GUERRA IN IRAN
Nell’aprile 2023 l’India è diventata il Paese più popoloso del mondo, riconfermando la propria posizione di più grande democrazia esistente. L’economia indiana ha anche tenuto testa agli avvenimenti degli ultimi anni, caratterizzati da pandemie, guerre e conseguenti crisi globali. Tuttavia la recente escalation militare nel Golfo Persico, che coinvolge anche gli Stati Uniti, destabilizza ulteriormente gli assetti geopolitici, dettati primariamente dall’incertezza temporale della sua fine e dai suoi potenziali esiti. In particolare, la continua instabilità nell’area dello Stretto di Hormuz ha già riconfigurato gli assetti dei mercati globali del petrolio e dei fertilizzanti chimici, per citare quelli più importanti.
La posizione del Governo di Nuova Delhi sulla guerra in Iran non si distanzia da quella presa in precedenza sul conflitto russo-ucraino o su quello israelo-palestinese. Infatti, l’India anche in questo caso mantiene una posizione di multi-allineamento, soprattutto per garantire una più fluida gestione dei rapporti commerciali con il Medio Oriente, regione da cui l’India importa circa il 50% di petrolio. Di conseguenza, allo scoppio della guerra, il Primo Ministro Modi ha subito esortato al dialogo e alla risoluzione diplomatica del conflitto, mantenendo una posizione di neutralità strategica.
Fig. 1 – Una pompa di benzina a Srinagar, nel Jammu e Kashmir. Come altri Paesi asiatici, l’India è stata duramente colpita dagli effetti economici e energetici della guerra in Iran
2. LE RAGIONI DELLA NEUTRALITÀ INDIANA
L’India ha molto da perdere nello schierarsi apertamente a favore di una fazione. Il prezzo del petrolio, dei dazi sulle importazioni e dei fertilizzanti sta già sta già esercitando una forte pressione sull’economia del Paese. La crisi di Hormuz ha rallentato drasticamente il traffico navale verso il subcontinente. Nonostante ciò, grazie alla neutralità relativamente al conflitto, l’India rientra nella lista delle “nazioni amiche” della Repubblica Islamica, che può facilitare (ma non garantire), il transito delle navi indiane attraverso lo Stretto. Nel quadro più ampio del conflitto in Medio Oriente, gli ufficiali governativi indiani stanno portando avanti l’operazione “Urja Suraksha”, che mira a scortare navi cisterna cariche di petrolio e gas attraverso Hormuz e a ridurre i rischi di intercettazioni, sequestri o passaggi in aree ad alto pericolo.
Un ulteriore elemento di rilievo per la sicurezza nazionale indiana è rappresentato dalla vasta diaspora presente nei Paesi del Golfo. Si stima infatti che circa 9 milioni di cittadini indiani risiedano tra Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, costituendo una delle comunità straniere più numerose nella regione. La loro presenza genera un flusso costante di rimesse verso l’India, che nel 2025 ha raggiunto circa 125 miliardi di dollari, rendendo il Paese il principale destinatario mondiale. Tali risorse rappresentano una componente fondamentale per il sostegno dei redditi familiari e per il finanziamento di piccole attività economiche, soprattutto nelle aree rurali. In questo contesto, eventuali instabilità nella regione del Golfo non comporterebbero solo rischi energetici, ma inciderebbero direttamente anche sulla stabilità sociale e economica interna dell’India.
Fig. 2 – Unità dell’US Navy impediscono a un cargo battente bandiera iraniana di transitare nello Stretto di Hormuz, aprile 2026. Il doppio blocco iraniano e statunitense dello Stretto è una seria minaccia per la stabilità dell’economia indiana
3. PROSPETTIVE FUTURE E RISCHI
Nel breve periodo, la strategia di neutralità dell’India appare funzionale alla tutela dei propri interessi economici e strategici, ma nel medio-lungo termine potrebbe rivelarsi più complessa da sostenere. Il protrarsi del conflitto rischia infatti di compromettere la stabilità dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per un Paese che importa parte sostanziale del proprio fabbisogno di petrolio, in larga parte dal Golfo, ma sempre più anche dalla Russia. Sebbene Nuova Delhi abbia avviato una parziale diversificazione delle forniture, la forte dipendenza energetica esterna continua a rappresentare un fattore di vulnerabilità. In questo contesto, la capacità dell’India di mantenere la propria autonomia strategica dipenderà anche dalla rapidità con cui saprà rafforzare la sicurezza delle proprie catene di approvvigionamento.
Matteo Arduini
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