In 3 sorsi – I recenti colloqui tra Donald Trump e Xi Jinping, conclusi a Pechino tra solenni coreografie, non hanno prodotto una svolta decisiva su dazi, Iran, Taiwan o Hormuz, ma hanno rappresentato una cartina di tornasole: la Cina non è più solamente un rivale strategico, ma un riferimento indispensabile nel panorama geopolitico internazionale per filiere, tecnologia e tempo strategico.
1. LE DINAMICHE DI UN INCONTRO
Donald Trump è arrivato a Pechino cercando accordi in particolare su dazi, Iran, Taiwan e Hormuz. Xi Jinping lo ha accolto con tutti gli onori, ma senza accordarsi su nessun dossier di rilievo. Nella millenaria storia imperiale cinese il centro, con la sua geometria, è sempre stato il simbolo dal quale si irradiava il potere politico, anche se limitatamente al quadrante asiatico. Dopo secoli, questa dinamica sembra riaffacciarsi, ma seguendo le logiche moderne del capitalismo di Stato, della sicurezza nazionale e del controllo tecno-autoritario. Ciò emerge dall’evoluzione del panorama geopolitico rispetto all’ultima visita di Trump, che risale al 2017, in cui la Cina non è solo legittimata alla competizione con gli Stati Uniti, ma è in grado di condizionare gli equilibri internazionali e di dialogare con poli rivali.
Dalla dinamica dell’incontro-scontro si è passati infatti ad un rapporto ancora più sofisticato: a fronte della superiorità militare globale degli USA, il Dragone sta consolidando un’egemonia strutturale sui mercati, secondo gli economisti della Banca Mondiale, creando nodi di dipendenza produttiva, finanziaria e tecnologica. Attraverso la costruzione di una rete economica e diplomatica, il governo di Pechino sta avvolgendo molti Paesi, in particolare nel sud globale, dove esporta partenariati, infrastrutture, commercio, accesso al credito, terre rare, batterie, pannelli solari, semiconduttori, senza pretendere né impegni per l’adesione ai principi democratici né risanamenti di bilancio. La “non ingerenza” proclamata da Pechino convive però con una strisciante pressione economica, con una forte dipendenza finanziaria e con pesanti costi etici e umani. Nonostante queste criticità in molte aree del mondo, il modello cinese è accolto con sempre più favore, anche come leva negoziale per ampliare i propri margini rispetto a Washington, Bruxelles e alle istituzioni finanziarie internazionali. Questa è la modalità con cui la Cina, nonostante le numerose vulnerabilità, legate alla dipendenza energetica, alla sovrapproduzione e alle criticità demografiche, sta conquistando una posizione che nemmeno Washington può più trascurare. Ciò è emerso dalle stesse parole di Trump, che rappresentano forse il risultato non misurabile ma più evidente del meeting. Non a caso nel web cinese la censura non ha bloccato i meme e i riferimenti a Trump, Elon Musk e altri componenti della delegazione, raffigurati come operai in una catena di montaggio cinese, intenti a rafforzare l’impero economico.
Fig. 1 – Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump sale a bordo dell’Air Force One prima della sua partenza dall’aeroporto di Pechino, 15 maggio 2026
2. LA MENTALITÀ DI COLPIRE IL CHIODO
La cordialità che ha caratterizzato la “migliore relazione di sempre” ha fatto da sfondo al paradosso cinese, che la guerra tra Israele, Usa e Iran e il blocco dello Stretto di Hormuz ben esemplificano. Pechino, data la sua dipendenza da questo fragile nodo strategico, è certamente esposta, ma usa questa vulnerabilità come incentivo per rileggere la propria sicurezza energetica trasformandola in politica industriale. Da ciò sta derivando infatti un enorme sforzo per le rinnovabili, per le auto elettriche, nella ricerca di nuove rotte e di forniture meno esposte.
Questa strategia asimmetrica risale al 2013 quando, appena salito al potere, Xi Jinping raccomandò ai membri del partito di abbracciare “la mentalità di colpire il chiodo” (钉钉子精神 dīng dīngzǐ jīngshén): per piantare un chiodo un solo colpo di martello non è sufficiente, bisogna continuare a colpirlo finché non sia saldamente piantato. Così dopo il primo si pianteranno gli altri. Se invece si menano colpi a destra e a manca non si riuscirà a piantarne neanche uno. Questa strategia è evidente quando si riflette sullo sviluppo tecnologico cinese soprattutto per quanto concerne l’intelligenza artificiale. La capacità di trasformare la vulnerabilità in pianificazione strategica non elimina però le fragilità strutturali del sistema, evidenziate da sfide legate alla pressione dell’Occidente sui chip avanzati, alla crisi immobiliare, alla fuga di capitali, al debito locale, alla dipendenza energetica marittima e, soprattutto, all’invecchiamento della popolazione.
Fig. 2 – Un robot suona lo yangqin (strumento tradizionale cinese) alla Fiera Internazionale dell’Industria dei Semiconduttori e dei Circuiti Integrati di Hefei, 22 maggio 2026
3. TAIWAN E LA LINEA ROSSA DI XI
Xi Jinping, nel corso dei colloqui, ha anche esplicitato il fatto che su Taiwan non ci sono margini negoziali e ha ribadito che “una cattiva gestione del dossier potrebbe spingere le relazioni sino-americane verso una fase pericolosa”. Già ora la situazione appare delicata per il progressivo isolamento diplomatico dell’isola e per una sempre più stretta pressione economica, aggravata anche dai tentennamenti del Presidente americano per quanto riguarda gli approvvigionamenti d’armi alla ROC. D’altro canto Taiwan non rappresenta soltanto una linea rossa identitaria per Pechino, ma anche il punto in cui convergono sicurezza, tecnologia e controllo delle filiere avanzate. Il Presidente cinese ha per questo invitato gli Stati Uniti a non commettere errori di calcolo strategico, richiamando la “Trappola di Tucidide”, la teoria geopolitica coniata dal politologo di Harvard, Graham Allison, e più volte richiamata da Xi Jinping, al fine di scongiurare la dinamica per cui il timore di una potenza dominante verso l’ascesa di una potenza emergente renda inevitabile lo scoppio di un conflitto globale.
In conclusione, il risultato dell’incontro tra Xi e Trump non si scorge negli accordi commerciali siglati, tra l’altro ancora opachi, e nemmeno in una qualsivoglia soluzione del conflitto iraniano, ancora non percorribile, ma in una trasformazione irreversibile: la Cina è diventata il passaggio obbligato di ogni equilibrio globale.
Elisabetta Esposito Martino
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