Dalla partnership strategica alla competizione strutturale: l’evoluzione dei rapporti tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti

Analisi – Negli ultimi anni Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno progressivamente trasformato la loro partnership strategica in una competizione sempre più evidente per la leadership del Golfo e del Medio Oriente allargato.

Pur condividendo interessi convergenti su numerosi dossier regionali, Riad e Abu Dhabi perseguono infatti differenti modelli di proiezione politica, economica e strategica. La rivalità tra le due monarchie si manifesta oggi su molteplici livelli: dalle dinamiche di soft power alla competizione infrastrutturale ed energetica, fino al controllo delle principali rotte commerciali e marittime del Mar Rosso. Il Corno d’Africa è così divenuto uno spazio strategico sempre più rilevante per la sicurezza e gli interessi delle monarchie del Golfo. L’analisi esaminerà dunque le principali direttrici della competizione tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, soffermandosi sul ruolo del soft power, sulla crescente centralità del Corno d’Africa e sulle implicazioni energetiche e geopolitiche della rivalità tra Riad e Abu Dhabi.

L’ANTAGONISMO EAU-ARABIA SAUDITA: IL SOFT POWER COME ESPRESSIONE PURA DELLE RISPETTIVE AMBIZIONI STRATEGICHE

Nella società attuale, uno degli strumenti più rilevanti per proiettare la propria immagine di potenza al di fuori dei confini nazionali è rappresentato dalle dinamiche del soft power. Come sostenuto da colui che ha coniato tale espressione, ossia il politologo statunitense Joseph Nye, “quando un Paese riesce a far sì che altre nazioni vogliano ciò che vuole esso stesso, questo può essere definito potere cooptivo o soft power, in contrasto con l’hard power o command power, che consiste nell’ordinare agli altri di fare ciò che si desidera”.
Il padre di tale concezione ha, poi, individuato alcune categorie principali in cui si concreta la “capacità di soft power” di uno Stato. Il riferimento è ad appeal culturale, valori politici e politica estera credibile. Combinati, tali elementi dovrebbero poter rappresentare la chiave attraverso la quale uno Paese presenta la propria immagine al mondo, pianificando scientemente il risultato cui intende aspirare senza il ricorso a comandi o indicazioni esplicite che attestino una “volontà di dominio o potenza”.
Il ricorso alle tecniche di soft power avviene in maniera trasversale alle società attuali, a prescindere dalla forma di Stato che le connota. Non solo le democrazie, infatti, ma anche le autocrazie usufruiscono di tale strumento per persuadere altre nazioni dell’opportunità di adottare una certa condotta – cui si connette il perseguimento di un proprio obiettivo – senza l’apparenza di un’imposizione diretta nei loro confronti. Un esempio emblematico di tale realtà è rappresentato dai due casi di scuola degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia Saudita, Monarchie assolute del quadrante mediorientale che guardano con progressivo interesse alle dinamiche di soft power come strumento per accrescere la propria influenza nello scenario internazionale. Ciascuno con le sue motivazioni di fondo e i propri obiettivi strategici da conseguire, a breve, medio e lungo termine.
Nel caso dell’Arabia Saudita, come analizzeremo in seguito in maniera dettagliata a proposito di alcune aree di indubbia rilevanza strategica, il timore è quello di un’instabilità a livello regionale – giustificato, nel periodo attuale, dalla guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran – che possa minare l’ambizioso piano Vision 2030. Gli investimenti nello sport – si pensi all’acquisto di calciatori di respiro internazionale, come Cristiano Ronaldo, o alle spese miliardarie nel golf e nel tennis – sono funzionali alla rappresentazione del Regno come meta sicura in termini di turismo e impiego di capitali, due aspetti su cui l’Arabia Saudita fa affidamento nell’ottica della riconversione dell’economia oltre la monocultura petrolifera. 
Gli Emirati Arabi Uniti, per converso, sviluppano la propria strategia di soft power su quattro direttrici: cultura, sport, educazione e turismo. In questo scenario, Abu Dhabi aspira a presentarsi come la “nazione della tolleranza, della pace e dell’inclusione” per rafforzare le sue relazioni con l’Occidente, tanto in chiave commerciale, quanto in ottica diplomatica. L’obiettivo primario, in quest’ultimo senso, è quello di beneficiare della neutralità, o quantomeno di una forma di condanna sterile e priva di una reale portata concreta, degli Stati occidentali sul dossier sudanese – e negli altri teatri in cui gli Emirati Arabi Uniti ricorrono effettivamente all’hard power – per consolidare la propria influenza e tutelare i propri interessi strategici.

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Fig. 1 – Il Primo Ministro dell’Arabia Saudita Mohammad bin Salman al-Saud è accolto con una cerimonia ufficiale presso il palazzo presidenziale Qasr Al-Waá’an ad Abu Dhabi, Emirati Arabi Uniti, il 7 dicembre 2021

IL MAR ROSSO CONTESO: ARABIA SAUDITA ED EMIRATI ARABI UNITI ALLA CONQUISTA DEL CORNO D’AFRICA

Il Corno d’Africa è divenuto uno dei principali teatri della competizione geopolitica tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, trasformandosi da periferia della politica mediorientale a spazio strategico integrato negli equilibri del Mar Rosso. La centralità della regione deriva soprattutto dallo stretto di Bab el-Mandeb, snodo cruciale tra il Golfo di Aden e il Mar Rosso attraverso cui transita circa il 12% del commercio marittimo globale. Riad e Abu Dhabi non competono esclusivamente per l’influenza regionale, ma promuovono differenti modalità di proiezione geopolitica: mentre l’Arabia Saudita privilegia relazioni interstatali e iniziative diplomatiche, gli Emirati appaiono maggiormente orientati verso strategie infrastrutturali, commerciali e reti di influenza costruite attraverso partnership con attori locali.
Il Sudan rappresenta uno dei principali punti di emersione di questa competizione. Lo scoppio della guerra civile nell’aprile 2023 ha accentuato il valore strategico del Paese per la sicurezza del Mar Rosso. Riad ha adottato un approccio prevalentemente diplomatico, promuovendo iniziative negoziali come i Colloqui di Gedda nel tentativo di contenere il conflitto. Gli Emirati, al contrario, sono stati più volte accusati di mantenere rapporti privilegiati con le Rapid Support Forces (RSF), privilegiando una strategia fondata sulla costruzione di reti di influenza attraverso attori locali e partnership economico-logistiche. Il caso sudanese riflette così due modelli distinti di proiezione regionale: uno statuale e diplomatico, incarnato dall’Arabia Saudita, e uno più flessibile e reticolare promosso dagli Emirati
La differenza tra le due strategie emerge anche in Somalia. L’Arabia Saudita sostiene formalmente l’unità e l’integrità territoriale dello Stato somalo, rafforzando i rapporti con Mogadiscio attraverso accordi di cooperazione economica e securitaria. Gli Emirati, al contrario, hanno consolidato relazioni con Autorità regionali e Amministrazioni locali. Il deterioramento delle relazioni tra Abu Dhabi e Mogadiscio si è accentuato proprio a causa dell’attivismo emiratino nell’autodichiarato Stato del Somaliland. In tale scenario, il Governo somalo ha progressivamente sospeso la cooperazione con gli Emirati, accusati di interferire negli equilibri interni del Paese. Emblematico è il caso del porto di Berbera, in Somaliland, affidato alla compagnia emiratina DP World nell’ambito di un progetto infrastrutturale volto a trasformare lo scalo in un hub commerciale regionale. 
In Etiopia gli Emirati hanno consolidato una cooperazione economica e securitaria strutturata con Addis Abeba, favorita dalle riforme economiche avviate dal Primo Ministro Abiy Ahmed dal 2018. Abu Dhabi sostiene inoltre lo sviluppo di corridoi logistici e commerciali che colleghino l’Etiopia al Mar Rosso attraverso il porto di Berbera, rafforzando la propria presenza nelle reti commerciali regionali e sostenendo indirettamente le ambizioni etiopi di diversificare l’accesso al mare e ridurre la dipendenza dal porto di Gibuti. L’Arabia Saudita mantiene invece relazioni diplomatiche ed economiche con Addis Abeba, soprattutto nel settore agroalimentare, ma il rapporto resta prudente anche a causa delle tensioni legate alla Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), osteggiata da Egitto e Sudan, due partner centrali per la strategia regionale di Riad. 
L’Eritrea occupa una posizione strategica negli equilibri del Mar Rosso. Nel corso della guerra in Yemen, Abu Dhabi aveva utilizzato il porto eritreo di Assab come hub logistico e militare per le operazioni contro gli Houthi. Tuttavia, il progressivo ridimensionamento dell’impegno emiratino nell’area ha aperto nuovi spazi di influenza per Riad, che ha intensificato i rapporti con il Governo eritreo, investendo nelle infrastrutture portuali e rafforzando la cooperazione politica.  Il Corno d’Africa è divenuto un’estensione strategica delle rivalità del Golfo, dove convergono sicurezza marittima, infrastrutture logistiche e competizione politica. Le differenti modalità di proiezione adottate da Riad e Abu Dhabi contribuiscono a ridefinire gli equilibri geopolitici dell’Africa orientale e del Mar Rosso allargato.

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Fig. 2 – Un manifestante impugna uno striscione che invita al boicottaggio degli Emirati Arabi Uniti durante il raduno Hands off Sudan a Yonge-Dundas Square a Toronto, Canada, il 19 aprile 2025

OLTRE IL PETROLIO: ARABIA SAUDITA ED EMIRATI NELLA CORSA A ENERGIA E INTELLIGENZA ARTIFICIALE

La competizione tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti negli ultimi anni si è estesa ben oltre la tradizionale rivalità economica e politica investendo due settori strategici per il futuro del Golfo: la transizione energetica e l’intelligenza artificiale. Entrambi i Paesi mirano a ridurre la dipendenza dagli idrocarburi e a consolidare il proprio ruolo come hub regionali dell’innovazione, della sostenibilità e delle tecnologie emergenti, trasformando tali ambizioni in strumenti di proiezione geopolitica.
Sul piano energetico, la competizione riguarda la transizione verso modelli produttivi più sostenibili. Nonostante Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti rimangano tra i principali esportatori mondiali di petrolio, entrambi hanno avviato ambiziosi programmi di diversificazione economica.
Nel caso saudita, la strategia è inquadrata all’interno della Vision 2030 promossa dal Principe ereditario Mohammed bin Salman, che punta a generare il 50% dell’elettricità nazionale da fonti rinnovabili entro il 2030 e a raggiungere la neutralità carbonica entro il 2060. La logica di questa trasformazione, oltre che ambientale, è anche economica: sostituire il consumo interno di petrolio con energie rinnovabili permette di aumentare le esportazioni di greggio, rafforzando le entrate statali e riducendo i costi dei sussidi energetici.
Tra i progetti simbolo di questa strategia figurano la città futuristica di NEOM, alimentata interamente da energie rinnovabili, il mega-impianto di idrogeno verde da 8,4 miliardi di dollari e il parco solare di Sudair, tra i più grandi al mondo con una capacità di 1,5 GW. A questi si aggiunge il parco eolico di Dumat Al-Jandal, il più grande del Medio Oriente con una capacità di 400 MW.
Gli Emirati Arabi Uniti, tuttavia, hanno avviato questo percorso con maggiore anticipo, mantenendo un vantaggio significativo. Abu Dhabi ospita Masdar, uno dei principali attori globali nel settore delle energie rinnovabili, nonché la sede dell’International Renewable Energy Agency. La strategia emiratina combina investimenti nel solare, nel nucleare e nell’idrogeno verde con l’obiettivo di raggiungere emissioni nette pari a zero entro il 2050. Masdar ha già raggiunto una capacità globale di 65 GW di energia pulita e punta a raggiungere i 100 GW entro il 2030, consolidando la leadership emiratina nel settore. L’organizzazione della COP28 a Dubai nel 2023 ha ulteriormente rafforzato l’immagine internazionale degli Emirati come promotori della sostenibilità energetica.
La rivalità si estende parallelamente al settore tecnologico e, in particolare, all’intelligenza artificiale. Gli Emirati sono stati pionieri regionali con il lancio, nel 2017, della UAE Artificial Intelligence Strategy e con la nomina del primo Ministro al mondo dedicato all’AI. Attraverso aziende come G42 e partnership multimiliardarie con operatori occidentali, Abu Dhabi mira, dunque, a trasformare l’intelligenza artificiale nel motore della diversificazione economica post-petrolifera.
L’Arabia Saudita sta, tuttavia, accelerando rapidamente. Attraverso il Public Investment Fund, Riyadh sta investendo in infrastrutture digitali, data center e ricerca avanzata con l’obiettivo di affermarsi come polo globale dell’intelligenza artificiale. In questo contesto, emergono iniziative innovative come la proposta di Global AI Hub Law e il concetto di “data embassies”, che consentirebbero al Regno di offrire infrastrutture digitali sicure a Stati terzi, trasformando la sovranità dei dati in uno strumento di influenza geopolitica. Parallelamente, la costruzione di grandi poli di calcolo collegati a NEOM riflette l’ambizione saudita di sfruttare la propria posizione geografica tra Europa, Asia e Africa per diventare uno snodo globale dell’economia digitale.
La competizione tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti riflette, dunque, una trasformazione strutturale degli equilibri del Golfo. Se nel passato la leadership regionale era determinata principalmente dalla capacità di produrre ed esportare idrocarburi, oggi essa dipende sempre più dalla capacità di guidare la transizione energetica, attrarre innovazione tecnologica e controllare le infrastrutture digitali del futuro. In questo contesto, la corsa alle energie rinnovabili e all’intelligenza artificiale rappresenta non soltanto una strategia di diversificazione economica, ma anche una nuova forma di competizione per la leadership geopolitica regionale.

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Fig. 3 – Una vista del logo presente sulla sede centrale di ARAMCO, la Compagnia Petrolifera Saudita nazionale, che si erge nel Distretto Finanziario King Abdullah di Riyadh, il 9 marzo 2026

PROSPETTIVE E SCENARI FUTURI

Attraverso l’esame delle principali direttrici della competizione tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, concernenti il ruolo del soft power, la crescente centralità del Corno d’Africa e le implicazioni energetiche e geopolitiche della rivalità tra Riad e Abu Dhabi, si sono tratteggiati cause ed effetti di un antagonismo che si estende ben oltre il quadrante mediorientale. Su una base condivisa, rappresentata dalle rispettive velleità di potenza dei due Paesi arabi, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti ambiscono a ridefinire la fisionomia dei propri rapporti internazionali secondo logiche orientate a massimizzare i propri interessi particolari.
Rispetto a una prospettiva comune, data dal perseguimento di un’azione finalizzata a soddisfare l’esigenza generale, ciascuno dei due attori dello scenario mediorientale concepisce il futuro in proiezione delle proprie necessità operative.
Muovendosi in quest’ottica, è prevedibile che l’antagonismo tra Riad e Abu Dhabi si estenda a ulteriori ambiti di intervento, delineando in maniera ancora più nitida uno scenario in cui la sinergia operativa del passato sia soppiantata da un disallineamento strutturale e sistemico.  

Michele Maresca
Chiara Salvò
Florjn Recchia

Immagine di copertina: “SD meets KSA” by U.S. Secretary of Defense is licensed under CC BY.

Indice

Perchè è importante

  • Pur condividendo interessi convergenti su numerosi dossier regionali, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti perseguono differenti modelli di proiezione politica, economica e strategica.
  • Lo scenario che si presenta, in vista del futuro, è quello di una convergenza operativa sempre più soppiantata da un disallineamento di tipo strutturale.

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Chi lo ha scritto

Michele Maresca
Michele Maresca

Classe 1998, ho conseguito la Laurea Magistrale in Giurisprudenza all’Università Federico II di Napoli e il Master in “Derecho Internacional y Relaciones Exteriores e Internacionales” all’Instituto Europeo Campus Stellae. L’idea di raccontare, informare e approfondire le vicende di politica internazionale rappresenta ciò che mi spinge a dedicarmi con passione ed enorme interesse a queste tematiche. Inoltre, svolgo analisi, in lingua spagnola, per il Think Tank Geopol21.

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