In 3 Sorsi – Il primo anno di Mark Carney da premier segna una svolta nella politica estera canadese: più autonomia strategica, cooperazione tra potenze medie e investimenti nella difesa. Tra ambizioni e realtà, la “dottrina Carney” si misura con i limiti strutturali di un ordine globale in frattura.
1. DAL PEARSONISMO ALLA ‘ROTTA CARNEY’
Negli ultimi decenni la politica estera canadese si è fondata sull’internazionalismo “pearsoniano” e su una solida alleanza con gli Stati Uniti. Tuttavia, la crescente instabilità globale e la crisi dell’ordine internazionale hanno spinto Ottawa a ripensare il proprio ruolo. La vittoria di Carney nel 2025, in una rara elezione federale dominata dalla politica estera, ha segnato una svolta: il Canada si propone come attore autonomo, pronto a rafforzare la difesa e a diversificare le alleanze, anche oltre Washington. Il discorso di Carney a Davos nel gennaio 2026 ha sancito la necessità di “vivere nella verità” e di adattarsi a un mondo in cui l’ordine internazionale basato sulle regole è in crisi, tanto che il Canada, storicamente accusato di sotto-investire nella difesa, si trova ora a dover conciliare ambizioni di autonomia con vincoli geopolitici e industriali.
Foto 1 – Il Primo Ministro canadese Mark Carnery
2. IL DISCORSO DI DAVOS E LA DOTTRINA DELLE POTENZE MEDIE
Il discorso di Davos ha lanciato la “dottrina delle potenze medie”: cooperazione tra Stati di taglia intermedia per resistere alle pressioni delle grandi potenze e costruire coalizioni a geometria variabile. Carney ha creato l’Agenzia per gli investimenti nella difesa, aderito all’iniziativa europea SAFE e varato un piano per produrre il 70% del materiale bellico in patria entro dieci anni. Il bilancio 2025 ha stanziato 81,8 miliardi di dollari canadesi in cinque anni per la difesa, con l’obiettivo di raggiungere il 5% del PIL entro il 2035. Tuttavia, la dipendenza dagli Stati Uniti resta evidente: tra ordini confermati e programmi in valutazione, il Canada punta ad acquisire tra 72 e 88 caccia F-35 statunitensi e deve bilanciare la cooperazione continentale con una crescente assertività anti-americana. La strategia di Carney punta anche a diversificare le alleanze: partnership con l’Unione Europea, nuove intese con Cina, India e Qatar, un ruolo attivo nella sicurezza artica e nella gestione dei minerali critici, per un modello di “realismo basato sui valori”.
Foto 2 – Esercito canadese in parata a Toronto
3. AMBIZIONI, LIMITI E CREDIBILITÀ
Il futuro della dottrina Carney dipende dalla capacità di tradurre la retorica in risultati concreti. Se il Canada rafforzerà la propria industria della difesa e consoliderà nuove alleanze in Europa, Asia e nell’Artico, potrà affermarsi come attore autonomo e affidabile. Permangono tuttavia rischi strutturali: la dipendenza tecnologica dagli USA, la difficoltà di mantenere gli impegni di spesa e la necessità di gestire un rapporto complesso con un’Amministrazione Trump sempre più assertiva. Due scenari plausibili emergono: se Carney tradurrà la retorica in riforme strutturali (difesa, industria, diplomazia), il Canada potrà consolidare il ruolo di guida verso un allineamento delle potenze medie occidentali, riducendo la dipendenza dagli Stati Uniti e valorizzando le proprie risorse strategiche (energia, minerali, capitale umano). Se invece le azioni concrete non seguiranno le promesse, il rischio è quello di una “Zeitenwende mancata” (come per Scholz in Germania): grandi ambizioni, ma poca incidenza reale, con perdita di credibilità internazionale. Il dilemma dei caccia e la retorica anti-americana restano nodi irrisolti e le variabili da monitorare sono la capacità di implementare le riforme, l’evoluzione dei rapporti con Washington e la reazione delle altre potenze medie alla “geometria variabile” canadese.
Carmelo Prestia – Master in Intelligence UNICAL
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