In 3 Sorsi – Come rivelato da Ynet, nel 2024 l’Arabia Saudita ha proposto a Israele uno schema per la normalizzazione dei propri rapporti, ricevendo un rifiuto da parte del Primo Ministro Benjamin Netanyahu. All’idea di subordinare tale normalizzazione al riconoscimento di uno Stato palestinese entro 5-7 anni, Tel Aviv ha preferito proseguire la guerra nella Striscia di Gaza.
1. ALLE ORIGINI DELL’IMPORTANZA DEL RICONOSCIMENTO SAUDITA
Uno dei principali obiettivi di politica estera di Israele, che unisce in maniera trasversale i vari partiti che compongono lo scenario politico del Paese, è rappresentato dalla normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita. Oltre ai benefici di natura economica derivanti da tale svolta, l’affermazione di rapporti diplomatici con Riad comporterebbe l’introduzione di un nuovo paradigma nelle relazioni tra Israele e il mondo arabo. Dato il peso specifico rivestito dal Regno, considerato la culla dell’Islam e comprendente le due città sacre di Medina e La Mecca, la convinzione generale in seno al mondo politico israeliano è che da tale normalizzazione si creerebbero i presupposti di un riconoscimento di Israele da parte di altri Stati arabi e a maggioranza musulmana. Si pensi all’Indonesia, espressasi a favore dell’invio dei propri soldati nella Striscia di Gaza nella cornice di una forza di peacekeeping atta a garantire il mantenimento della pace nell’area.
“Ho sottolineato che dobbiamo riconoscere e garantire i diritti di Israele come Paese sovrano a cui bisogna prestare attenzione e assicurare la sicurezza. L’Indonesia ha dichiarato che una volta che Israele riconoscerà la Palestina, essa sarà pronta a riconoscere Israele e ad avviare le relazioni diplomatiche”. Con queste parole, pronunciate in un incontro con il Presidente francese Emmanuel Macron nel 2025, il Primo Ministro indonesiano Prabowo Subianto ha posto l’accento su due dati di realtà: l’apertura di Giacarta all’instaurazione di rapporti diplomatici con Tel Aviv e la necessità di un riconoscimento israeliano della Palestina per concretizzare tale svolta.
Fig. 1 – Il Principe ereditario e Primo Ministro Mohammed bin Salman dell’Arabia Saudita parla durante un incontro bilaterale con il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump nello Studio Ovale della Casa Bianca, il 18 novembre 2025 a Washington, USA
2. IL PIANO SAUDITA MEDIATO DAGLI STATI UNITI
Uno dei momenti in cui Israele è stato più vicino al raggiungimento di una normalizzazione con l’Arabia Saudita risale al 2024, nell’anno successivo al 7 ottobre e al conseguente avvio della guerra di Gaza. In quella fase, Riad e gli Stati Uniti erano impegnati a individuare una soluzione – che potesse risultare soddisfacente per ogni parte coinvolta – finalizzata a conseguire una tregua, nell’immediato, e una pace complessiva, in chiave futura.
La base per arrivarci era chiara sia a Riad sia a Washington: proporre a Tel Aviv un piano che contemplasse un risultato benefico tangibile su cui poter costruire una narrazione “positiva” della cessazione del conflitto a Gaza. La normalizzazione veniva identificata, in questo scenario, come la soluzione ideale per poter convincere Israele a sedersi al tavolo dei negoziati al fine di addivenire a una risoluzione definitiva della questione palestinese. Tanto da pianificare una strategia, insieme agli Stati Uniti, volta a raggiungere tale risultato. A riferirlo è Ynet, che ha rivelato come ci sia stata l’effettiva possibilità dell’instaurazione di rapporti diplomatici tra Arabia Saudita e Israele nei mesi successivi al divampare del conflitto di Gaza. Nello specifico, Riad avrebbe promesso l’affermazione di relazioni de facto e de iure con Tel Aviv in presenza della disponibilità di quest’ultima a impegnarsi al riconoscimento di uno Stato palestinese nell’arco di 5-7 anni.
Fig. 2 – Il principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed bin Salman accoglie gli spettatori mentre assiste alla finale della King’s Cup tra Ittihad FC e Qadsiah FC al King Abdullah Sport City Stadium di Jeddah il 30 maggio 2025
3. LA RISPOSTA ISRAELIANA COME INDICATORE DEGLI SCENARI RELATIVI A PRESENTE E FUTURO
Rispetto alla proposta del Governo saudita, l’esecutivo israeliano ha sin dall’inizio mostrato un’indisponibilità a negoziare i termini di un possibile riconoscimento dello Stato palestinese. Nonostante le specifiche modalità indicate da Riad – la cui finestra di 5-7 anni è stata predisposta per ammorbidire la postura di Tel Aviv sul punto – l’esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu non ha inteso aprire neppure alla prospettiva futura di un’instaurazione di rapporti diplomatici con la Palestina. Il motivo primario risiede nella presenza dei partiti di estrema destra, rappresentati da Otzma Yehudit del Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir e Religious Zionism del Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, i quali non avrebbero garantito il proprio sostegno all’esecutivo in caso di approvazione del piano predisposto da Riad e Washington. La conseguenza è stata una chiusura, almeno temporanea, allo scenario di una normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita e la prosecuzione degli attacchi diretti verso la Striscia di Gaza.
In questo quadro, la proposta saudita e il diniego israeliano rivelano comunque indicazioni importanti a proposito delle possibili traiettorie di futuro relative ai rapporti tra i due Paesi mediorientali. Sia che Netanyahu resti al Governo, con l’attuale coalizione, sia che Naftali Bennett o Gadi Eisenkot assumano la leadership del Paese israeliano, lo standard minimo richiesto da Riad per addivenire a una svolta diplomatica in grado di ridisegnare gli assetti della regione sarà sempre il medesimo: risolvere la questione palestinese per rendere la pace una realtà non più lontana.
Michele Maresca
“29/06/2019 Bilateral Arábia Saudita” by Palácio do Planalto is licensed under CC BY.


