L’audacia del Somaliland: duemila soldati a Gaza per spezzare l’isolamento

In 3 sorsi – Il Somaliland offre un contingente di 2mila uomini alla forza di pace ISF per Gaza. Tra il bisogno di truppe di Washington e le proteste della Somalia, la mossa di Hargeisa attende un difficile via libera.

1. L’INTERNATIONAL STABILIZATION FORCE (ISF)

Un’imponente operazione di peacekeeping a guida statunitense prende forma sotta l’egida del Board of Peace: si tratta dell’International Stabilization Force (ISF), una missione che prevede l’impiego di forze multinazionali nella Striscia di Gaza. Il mandato è articolato e spazia dall’addestramento dei corpi di polizia alla messa in sicurezza delle frontiere, passando per la demilitarizzazione del territorio e la protezione della popolazione civile. Un ruolo fondamentale sarà svolto dalla salvaguardia dei corridoi umanitari per garantire i soccorsi sul campo. Sul fronte degli apporti militari, diversi Paesi hanno già espresso la propria disponibilità all’invio di contingenti: a Kosovo, Albania, Marocco e Kazakistan, si è affiancato recentemente il Somaliland.

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Fig. 1 – Il Generale di divisione USA Jasper Jeffers, l’Alto Rappresentante per Gaza Nickolay Mladenov e l’ingegnere civile palestinese Ali Shaath durante la sessione del Board of Peace, New York, 23 settembre 2026

2. PERCHÉ IL SOMALILAND?

Autoproclamatosi indipendente nel 1991, il Somaliland è rimasto a lungo confinato in un sostanziale isolamento diplomatico. La prima vera svolta per il Governo di Hargeisa si è registrata nel dicembre dello scorso anno con il riconoscimento da parte di Israele, divenuto così il primo Stato membro delle Nazioni Unite a compiere ufficialmente questo passo. In tale prospettiva, la decisione di mettere a disposizione ben 2mila uomini riflette una precisa strategia geopolitica diretta a consolidare la collaborazione con gli Stati Uniti in ambito securitario (per ora con focus limitato al Golfo di Aden) e a promuovere un’immagine di responsabilità e affidabilità utile a generare un consenso internazionale sul proprio status. L’offerta mantiene infatti un peso rilevante, dato che un simile contingente, al netto delle verifiche della sua efficienza, arriverebbe a coprire circa il 10% dell’intera forza di stabilizzazione prevista a Gaza, in un momento in cui Washington incontra significative difficoltà nel reperire truppe sul piano internazionale. Ciononostante, la proposta avanzata dal Presidente Abdirahman Mohamed Abdullahi Irro rimane per ora in fase di stallo, vincolata a un’eventuale richiesta formale da parte dell’Amministrazione Trump.

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Fig. 2 – Il Ministro della Presidenza del Somaliland, Khadar Hussein Abdi, mostra il certificato con la dichiarazione firmata per il riconoscimento dello Stato da parte di Israele, 21 febbraio 2026

3. I NODI POLITICI

Il riconoscimento da parte di Israele aveva suscitato non poche perplessità, provocando una dura reazione di condanna da parte del Governo centrale di Mogadiscio e un’ondata di ferma opposizione da parte dell’Unione Africana e della comunità islamica. In questo delicato scacchiere, attori regionali chiave come Egitto, Turchia e Qatar hanno ribadito la propria inflessibile opposizione a qualsiasi passo che possa intaccare l’integrità territoriale della Somalia. Il dilemma principale per gli Stati Uniti rimane quindi se avanzare o meno una richiesta formale per l’impiego delle truppe di Hargeisa: da un lato i duemila uomini del Somaliland potrebbero rappresentare una boccata d’ossigeno a una forza ISF ancora a corto di contingenti, ma dall’altro lato un’iniziativa ufficiale della Casa Bianca rischierebbe di mettere in moto pericolose e incontrollabili dinamiche e accendere nuove tensioni con i partner mediorientali e africani, per aver coinvolto direttamente nel progetto di pace un Paese non riconosciuto dalla comunità internazionale.

Livia Daccò Coppi

Photo by hosnysalah is licensed under CC BY-NC-SA

Indice

Perchè è importante

  • L’offerta testimonia la volontà del Somaliland di uscire dall’isolamento, per accreditarsi come attore affidabile e perseguire il riconoscimento della propria sovranità.
  • Gli Stati Uniti si trovano a dover bilanciare la pragmatica necessità di reperire contingenti per la missione ISF, con il rischio di innescare una grave crisi diplomatica.

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Chi lo ha scritto

Livia Daccò Coppi
Livia Daccò Coppi

Nata a Genova nel 2000, ho vissuto gran parte della mia adolescenza tra Sudamerica e Africa. Tornata a Roma per gli studi, ho conseguito una laurea triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l’Università LUISS Guido Carli. Attualmente frequento la magistrale in Relazioni Internazionali e Istituzioni Sovranazionali presso l’Università La Sapienza. Appassionata di storia dell’Africa, ho sviluppato un grande interesse per i temi geopolitici concernenti questo vasto continente.

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