Sudan, gli sviluppi della guerra civile tra equilibri interni e internazionali

In 3 Sorsi – La guerra civile in Sudan ha superato i tre anni e mezzo di durata, con gli scontri armati che non accennano a diminuire. Diversi attori regionali e internazionali hanno un ruolo attivo nel conflitto e le potenziali escalation di queste rivalità potrebbero ripercuotersi direttamente sul Paese.

1. L’ANDAMENTO DEL CONFLITTO

Le Sudanese Armed Forces (SAF), del generale Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, – alla guida del Transitional Sovereignty Council (TSC) e leader de facto del Paese – hanno guadagnato terreno sulle Rapid Support Forces (RSF) del generale Mohamed Hamdan Dagalo, meglio conosciuto col nome di Hemetti, a capo di un Governo parallelo rispetto a quello ufficiale. L’avanzata dell’esercito regolare ha costretto le RSF ad arretrare nell’intorno di El Obeid, capitale del Nord Kordofan, snodo strategico che collega le roccaforti ribelli nel Darfur coi centri del potere nord-orientali, tra i quali Khartum e Port Sudan, sede provvisoria del Governo. Le truppe di Hemetti riportano diversi successi nello Stato del Nilo Azzurro, segnale di come la linea del fronte sia in continuo mutamento su ogni campo di battaglia.
Al-Burhan spinge per un dialogo con élite politiche e segmenti della società civile con l’intenzione di unire le forze e fare fronte comune, con l’ambigua promessa di un ritorno graduale al potere civile. Il Sudan attraversa una fase di scollamento interno, con il TSC contestato per la propria conduzione autoritaria sin dal golpe congiunto con le RSF (ai tempi loro alleate), nel 2021, e la deposizione del Primo Ministro Abdalla Hamdok. Il 22 e 23 settembre, ad Addis Abeba, le forze di opposizione hanno manifestato il proprio interesse per concludere il prima possibile una guerra che legittima il monopolio del potere politico delle Autorità militari.

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Fig. 1 – Un soldato delle Sudanese Armed Forces mentre cammina sul ponte di Shambat, che un tempo collegava Omdurman con il quartiere di Bahri a Khartum, sulla riva opposta del Nilo. Nel 2023, le Forze Armate sudanesi hanno bombardato e distrutto la parte centrale del ponte per impedire alle Forze di Supporto Rapido di entrare a Bahri, Ponte Shambat, Khartum, 27 aprile 2025

2. LA ‘LOGICA DEI BLOCCHI’ REGIONALE E INTERNAZIONALE

Il Sudan si trova al centro di un crocevia di interessi degli Stati che vanno dal Nord Africa fino al Corno. 
Il teatro più caldo in questo momento è quello etiope. La recente escalation, preceduta dalle tensioni di queste settimane, è culminata nell’attacco con droni nei confronti di truppe eritree, ree di aver oltrepassato illegalmente il confine. Stando alle accuse sudanesi, supportate da delle indagini dell’Università di Yale, Addis Abeba sarebbe coinvolta nella guerra civile sostenendo direttamente le RSF mediante la concessione di assistenza logistica e militare – non sarebbero casuali, dunque, i successi ribelli nello Stato di frontiera del Nilo Azzurro. 
La posizione filo-Hemetti dell’Etiopia appare coerente con la “logica dei blocchi” che va radicandosi nelle dinamiche internazionali del conflitto. L’Eritrea è dalla parte delle SAF, così come l’Egitto, grande rivale etiope sulla questione della diga GERD. Il 4 ottobre si è tenuto ad El Alamein un quadrilaterale tra Egitto, Eritrea, Somalia e Sudan, durante il quale le parti hanno affermato il proprio sostegno alla sovranità ed integrità territoriale di Khartum.
Il conflitto in Sudan viene alimentato da un altro dualismo, quello tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, i quali hanno investito notevoli quantità di denaro negli ultimi anni. Riad sostiene il Governo centrale, avendo anche stipulato ad agosto un accordo con Khartum per l’istituzione del Supreme Council for Strategic Cooperation and Coordination. Abu Dhabi, seppur in modo non ufficiale, appoggia le RSF con l’invio di finanziamenti e armi. Gli EAU sono stati denunciati dal Sudan per complicità in genocidio dinnanzi alla Corte Internazionale di Giustizia – ricorso poi respinto dal Tribunale.

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Fig. 2 – Alcuni sudanesi in fuga da El-Fasher si riposano al loro arrivo al campo profughi di Al-Afad, nella città di Al-Dabba, Sudan settentrionale, 19 novembre 2025

3. I TENTATIVI DI MEDIAZIONE STENTANO A DECOLLARE

Un piano di pace proposto degli Stati Uniti a luglio è stato sostanzialmente rigettato da al-Burhan, che ha condizionato il proprio assenso al ritiro delle RSF dalle città occupate. A settembre, Washington ha negato il visto al Presidente del TSC in occasione dell’Assemblea Generale dell’ONU, nel tentativo di indurre a un ripensamento.
In aggiunta all’iniziativa statunitense su base bilaterale, esistono due gruppi di attori che si preoccupano di fermare le ostilità. Il primo è il QUAD, che oltre agli USA comprende Egitto, Arabia e EAU; il secondo è il Quintetto, composto da ONU, UE, UA, IGAD e Lega Araba. Sfortunatamente, gli sforzi di mediazione internazionale non hanno prodotto risultati tangibili: nemmeno l’embargo sugli armamenti in Darfur, recentemente rinnovato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ha mai impedito realmente i transiti illegali.
Lo scenario appare ancora più critico se si pensa alle possibili evoluzioni dei confronti tra Etiopia, TPLF ed Eritrea – restando nell’immediato vicinato del Sudan, – ma anche tra Arabia ed EAU e tra Israele e Iran in Medio Oriente.
Il numero di vittime civili e degli sfollati è l’emblema di una delle crisi umanitarie più disastrose degli ultimi anni ed è destinato a crescere se non si riuscirà a trovare un accordo per consentire l’accesso agli aiuti in tutto il Paese quanto prima – l’ultimo dei costanti episodi è stato l’attacco con droni al mercato di al-Dibab, nello Stato del Kordofan occidentale, con almeno 80 morti.

Antonio Magnano

Photo by David_Peterson is licensed under CC BY-NC-SA

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Perchè è importante

  • La guerra civile sudanese prosegue a caro prezzo per i civili.
  • Gli sviluppi del conflitto vanno inquadrati nell’ancora più complesso insieme delle dinamiche tra gli attori regionali, che si confrontano anche per procura.

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Antonio Magnano
Antonio Magnano

Mi chiamo Antonio, ma per chi mi conosce sono semplicemente Tony. Classe 2003, siciliano, la storia e la politica internazionale mi hanno affascinato sin dai primi anni di adolescenza. Fresco laureato triennale in Scienze Politiche, Sociali e Internazionali presso l’Università di Bologna, sono attualmente iscritto al corso di laurea magistrale Scienze Internazionali e Diplomatiche dell’Unibo, sede di Forlì. Sono entrato a far parte della famiglia del Caffè a gennaio 2025 e sono determinato a contribuire alla sua missione, fiducioso dell’opportunità di crescita che mi è stata concessa.

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