Etiopia, torna la guerra nel Tigrai

Analisi – Con la nuova offensiva del TPLF nel Tigrai e l’allargamento dei combattimenti nell’Afar e nell’Amhara, gli Accordi di Pretoria sono ormai svaniti. La ripresa degli scontri in Etiopia non è però la replica del 2020: il rischio è la regionalizzazione definitiva del conflitto, con la saldatura delle crisi del Corno d’Africa, dal Sudan alla Somalia.

1. CHE COSA STA SUCCEDENDO NEL TIGRAI

L’Etiopia è di nuovo alle soglie della guerra civile. Il 23 settembre le forze del Tigray People’s Liberation Front (TPLF) hanno preso il controllo degli aeroporti di Macallè, Axum e Scirè. È l’esito di mesi di attrito con le Forze Armate etiopi (ENDF), caratterizzati soprattutto da blocco economico e attacchi con droni da parte del Governo federale. A rendere più complessa la situazione, infatti, c’è l’adesione del TPLF alla Coalizione per la Sopravvivenza (EPFAS), un’alleanza di sette movimenti armati e di opposizione come le milizie amhara Fano, il Fronte Rivoluzionario per l’Unità Nazionale Afar (ANURF), l’Esercito di Liberazione Oromo (OLA) e formazioni dell’Ogaden e del Benisciangul-Gumus.
Il TPLF starebbe adesso avanzando nell’Afar nordorientale, minacciando uno dei corridoi logistici che uniscono Gibuti e Addis Abeba. L’ENDF invece avrebbe riconquistato delle posizioni verso il distretto di Alamata, nel Tigrai, al confine con l’Amhara. Il 27 settembre un drone ha colpito la sede di Tigrai TV a Macallè, mentre telecomunicazioni e internet risultano interrotti in tutto il nord dal 25 settembre. Il Capo di Stato Maggiore etiope Berhanu Jula, a sua volta, ha accusato Eritrea e Sudan di sostenere i ribelli.

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Fig. 1 – L’edificio di Tigray TV danneggiato da un drone etiope, Macallè, 27 settembre 2026

2. UN RIASSUNTO: DAGLI ACCORDI DI PRETORIA ALLE NUOVE ALLEANZE

Il TPLF, protagonista della guerra civile contro il dittatore Menghistu Hailé Mariàm e fulcro del potere in Etiopia sin dalla sua caduta, nel 1991, è stato relegato all’opposizione dall’ascesa di Abiy Ahmed e poi dichiarato fuori legge nel 2025. Alle basi della contestazione all’attuale Primo Ministro, premio Nobel per la Pace nel 2019, c’è il tentativo di riappacificazione con l’Eritrea, con il riconoscimento dell’Accordo di Algeri del 2000 e la firma dell’Accordo di Gedda nel 2018. Il TPLF continuava invece a identificare nel Presidente eritreo Isaias Afewerki un avversario e a osteggiare il modello pan-etiope e centralista di Abiy Ahmed, contrapposto allo storico federalismo etnico previsto dalla Costituzione del 1995. Il punto di rottura fu nel settembre 2020, quando il Tigrai organizzò autonomamente le proprie elezioni regionali, violando il rinvio imposto da Addis Abeba a causa della pandemia. Il conflitto esplose infine a novembre, con il TPLF opposto alle forze etiopi, coalizzate con l’Eritrea e con le milizie amhara e afar. La guerra ha provocato circa 600mila morti e 5 milioni di sfollati, una catastrofe umanitaria aggravata dall’isolamento imposto al Tigrai dal Governo centrale anche tramite il blocco delle telecomunicazioni e degli approvvigionamenti sanitari, in piena emergenza per la Covid-19. Gli Accordi di Pretoria del novembre 2022, pur interrompendo i combattimenti, apparvero da subito iniquo e incompleto: da un lato prevedeva infatti la smobilitazione del ramo militare del TPLF, attribuendo ad Abiy Ahmed il diritto di veto sulla scelta del Presidente ad interim del Tigrai, mentre dall’altro lato lasciava irrisolte le contese territoriali. Allo stesso modo sono rimaste insolute molte delle questioni cruciali, dall’attuazione del disarmo al rientro degli sfollati, fino al mancato coinvolgimento dell’Eritrea e di alcuni gruppi armati – tra i quali le milizie Fano, che infatti oggi sono al fianco del Tigrai. Nel maggio 2026, infine, il TPLF, formalmente bandito, ha ripristinato l’Amministrazione regionale prebellico, destituendo il Presidente ad interim del Tigrai Tadesse Werede, riconfermato unilateralmente da Abiy Ahmed, e sostituendolo con Debretsion Gebremichael, contrario alla collaborazione con Addis Abeba.

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Fig. 2 – Miliziani del TPLF a Macallè, 23 settembre 2026

3. LE PROSPETTIVE NEL BREVE PERIODO

Abiy Ahmed è stato riconfermato alle elezioni di giugno con un’ampia maggioranza (oltre 430 seggi su 501), ma sul voto pesano l’esclusione del Tigrai e irregolarità diffuse. Al di là del consolidamento formale e della prosecuzione del progetto di centralizzazione dello Stato, però, l’inasprimento delle insurrezioni nell’Amhara e in Oromia, e la contestuale formazione dell’EPFAS, rendono stretto il margine di manovra del Governo. I combattimenti in corso non giungono infatti inattesi, ma derivano da una lunga fase di attrito, entrata nel vivo a inizio agosto. È difficile comunque prevedere come evolverà lo scenario nel breve periodo: la disponibilità dell’Unione Africana alla mediazione, con la nomina dell’ex Presidente nigeriano Olusegun Obasanjo sostenuta anche dal Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres, potrebbe convincere Addis Abeba a limitarsi a un intervento circoscritto e intenso per ripristinare le posizioni di vantaggio prima delle trattative – anche considerando la superiorità numerica e gli arsenali di droni. L’EPFAS potrebbe tuttavia riuscire a impegnare le Forze Armate etiopi su più fronti, estendendo lo scontro ad altre aree oppure costringendo un aumento della scala d’intervento nel Tigrai. Dinnanzi a un sostanziale immobilismo della comunità internazionale – persino rispetto all’eventualità di una frammentazione etnica dello Stato etiope, – il timore è che al momento nessuna delle parti in causa possa davvero uscire vincitrice in un conflitto che inevitabilmente si accanirà sui civili, minacciati anche dalla prospettiva della siccità che già interessa oltre 3,5 milioni di persone.

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Fig. 3 – Manifestanti protestano di fronte alla sede della Commissione Europea contro le violenze subite dal popolo amhara in Etiopia, Bruxelles, 11 maggio 2026

 4. IL RISCHIO DELLO SPILLOVER REGIONALE

A differenza del 2020, la ripresa delle ostilità avviene già in un contesto di regionalizzazione. Il primo elemento da valutare è l’Eritrea. Per l’Etiopia l’accesso al Mar Rosso, in particolare al porto di Assab, è vitale. Considerata l’ambiguità dei rapporti tra Afewerki e il TPLF dopo gli Accordi di Pretoria, Asmara resta mobilitata. Un confronto diretto tra Etiopia ed Eritrea è improbabile: entrambe hanno necessità di un Tigrai neutralizzato – Asmara come cuscinetto, – ma un ampliamento del conflitto porterebbe inevitabilmente una pressione anche sull’Eritrea. In questo senso, la revoca a inizio settembre delle sanzioni USA alle Forze Armate eritree, oltre che a quelle etiopi, può essere interpretata come un monito di Washington ad Addis Abeba. La seconda variabile è la guerra civile in Sudan. L’Etiopia è accusata di sostenere insieme agli Emirati Arabi Uniti le Rapid Support Forces di Mohamed Hamdan Dagalo “Hemetti”. L’Eritrea è invece vicina alle forze regolari sudanesi e all’Egitto, accomunati anche dalla preoccupazione per l’impatto della diga GERD sul Nilo Azzurro. Il Presidente del Consiglio Sovrano di Transizione del Sudan, Abdel Fattah al-Burhan, ha incontrato Afewerki due volte da luglio e secondo vari rapporti molti tigrini starebbero combattendo a fianco dell’esercito sudanese. Il rischio in questo caso è la saldatura di due crisi nelle quali confluiscono le rivalità su scala regionale tra attori esterni – per esempio EAU contro Arabia Saudita. Il quadro dovrebbe allarmare anche l’Italia: l’Etiopia è un partner strategico e un tassello chiave del Piano Mattei, così come elevati sono gli investimenti politico-militari in Somalia, a Gibuti e nelle acque turbolente del Mar Rosso. La priorità internazionale dovrebbe essere evitare che il conflitto in Etiopia diventi il conflitto del Corno d’Africa.

Beniamino Franceschini

“A Conversation with Abiy Ahmed, Prime Minister of Ethiopia” di World Economic Forum, CC BY-NC-SA 2.0

Indice

Perchè è importante

  • Dopo una lunga fase di attrito, il TPLF riprende l’avanzata nel Tigrai contro le forze di Addis Abeba.
  • Il Governo di Abiy Ahmed deve combattere contro un’ampia coalizione di gruppi ribelli, in un contesto di potenziale regionalizzazione del conflitto che interessa anche Eritrea e Sudan.

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Beniamino Franceschini
Beniamino Franceschini

Classe 1986, vivo sulla Costa degli Etruschi, in Toscana. Laureato in Studi Internazionali all’Università di Pisa, sono docente di Geopolitica presso la Scuola Superiore per Mediatori Linguistici di Pisa. Mi occupo come libero professionista di analisi politica (con focus sull’Africa subsahariana), formazione e consulenza aziendale. Sono vicepresidente del Caffè Geopolitico e coordinatore del desk Africa.

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