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    Aghanistan 2010: Emanuele Giordana, giornalista dalla lunga esperienza sul campo, raccoglie in questo libro quanto ha scritto negli ultimi anni, mettendo insieme i “pensieri liberi” riversati nel suo blog con le analisi e gli articoli pubblicati per quotidiani, riviste, radio, tv. Il risultato è una sintesi attenta, che mette in evidenza gli aspetti della vita vera in Afghanistan, quella dei militari e quella dei civili, quella degli expatriates e quella dei locali.

    Noi e l'Afghanistan, l'Afghanistan e noi

    Giordana divide così il suo libro, due parti in cui tenta di dare due visuali diverse, per poi arrivare ad una conclusione dura ma realistica: siamo in Afghanistan ma lo guardiamo solo con i nostri occhi. “Anche quando ci sforziamo di raccontare gli altri, finiamo sempre per parlare di noi”, afferma.

    La comunità internazionale agisce sul quel territorio dalla storia e dalle tradizioni millenarie, spesso soprassedendo alle necessità ed alle caratteristiche reali della popolazione e dello Stato afghano, combattendo anzitutto contro le proprie ambiguità interne.

    La prima conseguenza, da italiani, nota giustamente l'autore, è che non possiamo pronunciare la parola guerra; ma di più, è estremamente delicato raccontare anche solo che i nostri soldati facciano uso di armi in battaglia.

    Questo tabù è però un limite culturale, una barriera che sembra impedire alla nostra politica ed alla nostra società civile di uscire dal pantano di un dibattito sterile e odioso che sembra solo voler semplificare: facciamo la guerra o portiamo la pace?

    Racconta l'autore, invece, delle mille sfumature, delle particolarità di un missione internazionale che vive la tragedia quotidiana di scelte difficili e complesse; racconta di persone, militari o civili, che vivono in una realtà lontana da noi, ma per la quale noi decidiamo.

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    È possibile fare altrimenti?

    Scriveva Tolstoj in Guerra e Pace: “ogni uomo vive per sé, si vale della libertà per il raggiungimento dei suoi fini personali e sente con tutto l’essere suo che egli può sull’istante fare o non fare la tale azione; ma appena l’ha fatta, questa azione, compiuta in un certo momento, diventa irrevocabile e diviene patrimonio della storia, nella quale ha una portata che non è libera ma predeterminata”.

    Il realismo imposto dalla guerra suggerisce che no, non è possibile avere un approccio al problema con gli occhi dell'altro. Cionondimeno, lo sforzo da tentare è quello di guardare al problema insieme all'altro, cercare di decidere insieme e cercare di farlo consapevolmente, così che le nostre azioni siano determinate da libertà e la storia possa fare il suo corso senza che sia il caso a dettare le sorti.

    In questo caso l'altro e l'afghano, anzi è l'Afghanistan: con tutte le sue complessità e le fazioni coinvolte in questo conflitto che è insieme una guerra americana, una guerra della NATO, un disordine civile, una battaglia geopolitica, un tentativo di portare aiuto.

    Emanuele Giordana ci guida bene in questo sforzo di comprensione: parla di noi, e ci racconta del lavoro dei militari, dei diplomatici, delle organizzazioni di cooperazione allo sviluppo, dell'ossessione per la sicurezza, del grande business della guerra e della sua incredibile logistica.

    Parla degli afghani e ci racconta dei talebani, dei toelettatori per cani diventati i nuovi burocrati, delle loro particolarità.

    Inoltre, l'autore non evita di trattare anche alcune spinose questioni di politica nazionale internazionale (dalle nomine diplomatiche al “caso Emergency”), relative anche alle posizioni della politica italiana .

    Tutto questo senza di perdere di vista la domanda fondamentale: ma gli afghani, la maggioranza di loro, che ruolo hanno in tutto questo?

    Pietro Costanzo

    redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Pietro Costanzo

    Co-fondatore e membro del direttivo. Mi occupo di cooperazione internazionale nel settore della sicurezza. Mi sento Europeo, Italiano e parecchio siciliano. Vivo a Roma: se volete, vediamoci per un caffè… Ogni opinione espressa è strettamente personale.

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