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    State of the Union Show

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    In 3 sorsiCome consuetudine vuole, Donald Trump si è recato a Capitol Hill su invito della speaker della Camera Nancy Pelosi per ragguagliare il Congresso circa gli accadimenti principali del 2019, esporre i traguardi raggiunti dalla propria Amministrazione e delineare per sommi capi lo “stato” degli Stati Uniti – da qui il termine “Stato dell’Unione”. Per tutti i Presidenti questa tradizione secolare è sempre stata un’ottima opportunità per mettere in luce i propri successi e guadagnare consensi. Stavolta, tuttavia, la polarizzazione dell’agone politico americano ha riservato agli spettatori qualche sorpresa imprevista.

    1. SCINTILLE TRA DONALD TRUMP E NANCY PELOSI

    Acclamato dai repubblicani di entrambe le Camere radunati al gran completo nella House of Representatives, Donald Trump ha allungato una copia del proprio discorso al vicepresidente Mike Pence alla speaker della Camera Nancy Pelosi (D-California). Come è possibile notare, il rappresentante democratico, dimentico peraltro di annunciare il Presidente con la consueta formula “the high privilege and distinct honor”, ha proteso il braccio per una stretta di mano con Trump, che però ha ignorato il gesto. Sebbene dal video non sia possibile stabilire con certezza se il Presidente abbia notato il gesto o meno – in ogni caso, non è nuovo a comportamenti sui generis quando si tratta di stringere la mano a qualche personaggio di spicco, – è anche vero che la stampa ha immediatamente intepretato lo sgarbo come la prova tangibile dell’incomunicabilità tra le due principali formazioni politiche statunitesi, impantanate tra le paludi di un impeachment divenuto fortemente politicizzato contro il Presidente – dove i democratici sono quasi unanimemente a favore di una messa in stato d’accusa e i repubblicani, al contrario, fermamente contrari a quello che ritengono un quasi-colpo di Stato.

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    Fig. 1 – Donald J. Trump fa il suo ingresso nella Camera dei Rappresentanti

    2. “LO STATO DELL’UNIONE PIÙ STRANO DI SEMPRE”

    Così titola, forse in maniera esagerata, Politico. Durante il discorso Trump non è stato certamente parco di sperticati elogi nei confronti del proprio operato – come è ovvio in questi casi, anteponendo le iperboli alla verità fattuale. Oltre al consueto pavoneggiamento per un’economia che ancora procede a gonfie vele, sebbene ormai non sia più necessario affidarsi a economisti “profeti di sventure” (secondo una celebre definizione trumpiana) per intravedere le nubi nere che si addensano all’orizzonte, il Presidente ha sottolineato i livelli d’impiego record di afroamericani, asiatici e ispanici, affermando con enfasi di aver “fatto a pezzi” l’idea di un’America in declino. Inoltre ha dedicato lunghe sezioni del proprio discorso a rilanciare la propria visione protezionistica, nonché la dottrina dell’America First, sciorinando tutti i successi dalla politica estera – l’uccisione del Califfo dell’ISIS Al-Baghdadi, il nuovo sostituto del NAFTA, l’USMCA – alla politica interna – la creazione di più di 100mila posti di lavoro altamente specializzati nel settore automobilistico, senza farsi mancare qualche frecciatina contro l’Amministrazione Obama.

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    Fig. 2 – Nancy Pelosi immortalata nell’atto di strappare lo Stato dell’Unione

    3. UN CLIMAX DI ECCESSI

    In generale, tutte le dichiarazioni di Trump sono state acclamate e fischiate a seconda delle appartenenze politiche, a riprova della pressoché completa polarizzazione della politica statunitense. Rarissime le ovazioni bipartisan – ad esempio, durante l’acclamazione di Juan Guaidò, salutato come “il vero e legittimo Presidente del Venezuela”.  Alla fine del discorso, mentre Trump riceveva scroscianti applausi alla sua destra e un assordante silenzio alla sua sinistra, dietro di lui la speaker Pelosi strappava platealmente la copia dello Stato dell’Unione che il Presidente le aveva porto all’inizio del discorso, una mossa che, oltre ad attirare le scontate quanto feroci critiche da parte degli esponenti del GOP, in un contensto politico meno fratturato non avrebbe probabilmente giovato neppure alla reputazione dei democratici, già incontrovertibilmente compromessa agli occhi degli avversari conservatori dalla ferma insistenza nel perseguire il Presidente e dai più recenti errori commessi durante il caucus dell’Iowa.

    Vincenzo G. Romeo

    Vins G. Romeo

    Nato nel 1997, studio Economia a Bologna. La politica americana si somma ai miei già numerosi interessi in politica internazionale, storia ed economia, in particolare dopo un fruttuoso scambio accademico alla University of California, Los Angeles.

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