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Capire le proteste in Iran

Analisi – Per comprendere le proteste in corso in Iran e cosa hanno di diverso dal passato serve guardare anche a Bazarj e rottura del contratto sociale.

IL RUOLO DEI BAZARJ

Nel 2018 pubblicammo un lungo articolo sulle proteste in Iran, per spiegare da dove nascevano, quale la situazione interna, ma anche perché – allora – non fossero destinate a cambiare gli equilibri del Paese: in breve, protestava troppa poca gente e l’elemento chiave della stabilità interna dell’Iran, i Bazarj, non erano coinvolti, sintomo di problematiche ancora non così critiche.

Per capire il ruolo dei Bazarj vale ancora quanto scritto allora:

L’economia iraniana poggia sostanzialmente su due sistemi diversi ma complementari: da un parte c’è un establishment politico-militare legato ai Guardiani della Rivoluzione, ovvero i Pasdaran, che controllano gran parte dell’economia “di peso” del Paese: idrocarburi, grandi industrie, istituzioni finanziarie… Sono gli ambiti che maggiormente si interfacciano con l’esterno e che i leader dei Pasdaran controllano sia tramite gli apparati statali, sia tramite imprese nominalmente private ma che in realtà fanno comunque capo ad esponenti del regime a loro legati (un espediente che ha di fatto neutralizzato il processo di privatizzazione delle imprese statali iniziato nel 2006-2007).

Dall’altra parte vi sono i Bazarj, il popolo dei Bazar, piccoli mercanti, artigiani e piccole imprese che controllano gran parte dell’economia locale di “piccola taglia”. Per quanto appaiano un elemento della società iraniana meno potente dei Pasdaran, di fatto si tratta della fascia sulla quale poggia la vera stabilità economica e sociale del Paese, per il loro ruolo nella vita quotidiana della popolazione e per la loro onnipresenza. Si sono ribellati in massa solo una volta, ed è stato nel 1979 per far cadere lo Shah: il regime teme una loro sollevazione e concentra gli sforzi per evitare che accada perché i Bazar sono comunque i luoghi che creano coesione sociale nelle città e una sollevazione lì potrebbe avere una maggiore incisività a causa della più vasta popolazione che ne verrebbe mobilitata.

Per noi occidentali conoscere questo serve soprattutto per ricordare come l’economia in Iran non sia solo costituita dalla grande industria e dagli idrocarburi e che la stabilità va cercata anche nelle connessioni meno appariscenti della società.

Oggi, come nel 1979, i Bazarj partecipano alle proteste e questa è una pessima notizia per il regime, che ha storicamente sempre provato a tenerli buoni. La situazione economica, però, adesso è difficile, più del solito: le sanzioni economiche e petrolifere che esistono ormai dalla prima presidenza Trump, gli effetti della recente guerra dei 12 giorni contro Israele che ha provocato danni a infrastrutture ed economia, l’inflazione.

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INFLAZIONE

L’inflazione è galoppante. Qualsiasi cosa che venga dall’estero va comprata in valuta estera. Se vuoi andare all’estero ti servono dollari – oltre che per viaggiare, devi proprio pagare una tassa. E il cambio sta crollando: nel 2009 per un dollaro servivano 10mila rial, saliti a 35mila nel 2014. Oggi si arriva a 285mila, ma solo per Istituzioni e persone legate al regime che sfruttano un sistema sussidiato dallo Stato. Esiste infatti un mercato di cambio legale (non “nero”), ma informale, dove a giugno ne servivano 915mila e oggi oltre 1,4 milioni. Il problema è anche che trovare i dollari è proprio difficile – in quanto valuta pregiata, il Governo prova a riservarli proprio solo a regime e suoi esponenti.
Le difficoltà dei Bazarj si sommano alla crescente disoccupazione (meno del 10% secondo stime ufficiali, ma quasi al 50% secondo vari analisti che guardano al totale degli inattivi) per creare un largo substrato che chiede soluzioni economiche non disponibili.

IL PATTO SOCIALE ESPLICITO

A questo si aggiunge la sostanziale rottura del patto sociale tra regime e popolazione, sia quello esplicito, in crisi già da tempo, sia quello implicito.
Il patto sociale esplicito riguardava la sostanziale necessità di stringere le maglie del controllo e del regime per evitare un fallimento della rivoluzione del 1979. Se nei primi anni questo non creava particolari problemi nella maggior parte dei supporter del regime (causa guerra Iran-Iraq e controrivoluzionari), la cosa è cambiata attorno alla metà degli anni Duemila. La guerra Iran-Iraq era finita da tempo, lo Shah un ricordo lontano e i riformisti eccessivi erano tenuti sotto controllo. Ma è a questo punto che anche chi appoggiava il regime inizia a chiedersi “dove sono i frutti di quanto promesso? Dov’è la società migliore che dovevamo costruire?”. Le “proteste verdi” del 2009 – raccontate in tanti testi specialistici – sono infatti caratterizzate non da oppositori, ma da supporter del regime che chiedono quel dividendo sociale ed economico che era stato loro promesso dalla Rivoluzione, e che ora vedono mancante, o tradito. Nei 15 anni successivi, fino a oggi, il regime si trova quindi sempre più a tradire – per parte della popolazione – un patto sociale che vedeva regime teocratico (con tutte le sue limitazioni) in cambio di prosperità e sviluppo. Che non ci sono stati.
Si può citare sicuramente il sistema di sanzioni internazionali, ma anche un regime che di fatto antepone avventurismi esteri (ed enormi spese connesse) e sistemi di sicurezza clientelari (Pasdaran) allo sviluppo interno. E anche l’arrivo di merci cinesi in quantità elevatissime nei bazar, a danno dell’economia interna.

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IL PATTO SOCIALE IMPLICITO CON I GIOVANI

A questo si somma il crollo del patto sociale implicito con i giovani. Nel 2018 notavo – anche dopo aver parlato con persone che sono state lì – come la popolazione giovane avesse imparato ad aggirare le restrizioni del regime. A fronte del rigido formalismo di facciata, bastava allontanarsi dai centri religiosi verso le periferie del Paese per trovare distinzioni uomo-donna meno rigide. Amici in viaggio anni fa mi hanno mostrato una serie di foto di bazar e altre aree urbane in Iran (Teheran compresa) dove il velo è indossato in maniera molto casual… a volte anche gli abiti femminili sono solamente formalmente rigidi (copertura da collo a caviglie) ma con vestiti corti e leggings che danno effetto minigonna simili a quanto vediamo qui. Nelle case poi tutto il formalismo veniva meno.
Questo è vero anche per la leadership, che anzi spesso veniva (e viene, basti pensare a un recente matrimonio di una figlia di un ministro) beccata online a infrangere le regole, suscitando le critiche di chi parlava di ipocrisia del regime.
Pian piano i giovani prendevano spazi, in cambio di un regime che sembrava dire “finché non lo fai apertamente come sfida, non ti vengo a dare fastidio”. Una sorta di patto sociale implicito che teneva molti giovani lontano dalle proteste. Mentre noi parlavamo del velo, paradossalmente per loro il velo era il minore dei problemi: si concentravano sulla guida femminile, sul poter andare allo stadio, sul potersi mescolare più liberamente e altro.
Non a caso, il regime si era accorto da tempo che la propaganda di stampo teocratico funzionava poco. Per questo aveva cambiato concentrandosi maggiormente su una propaganda nazionalista, di difesa dal nemico esterno (con Qassem Soleimani come eroe nazionale e la resistenza a Israele e USA come focus).
Non torna con le proteste degli ultimi anni vero? Infatti. Ed è qui il punto. Quando Mahsa Amini fu uccisa ne rimasi sorpreso proprio per i motivi sopra. Ma forse la ragione sta proprio in quello. È possibile che i giovani abbiano progressivamente preso sempre più spazi e libertà e forse siano arrivati a un punto oltre il quale gli oltranzisti e i “duri e puri” non fossero più disposti a chiudere un occhio o vedessero sempre meno rispetto diffuso delle regole – e se ne vedessero minacciati. Da qui l’uccisione della giovane, le proteste e le repressioni sanguinose degli ultimi anni con un regime che a quel punto si vedeva sfidato apertamente e non voleva/poteva cedere. A questo punto però anche il patto sociale implicito era distrutto.

LA SOMMA DELLE DINAMICHE

Sommiamo quindi crisi economica in peggioramento, patto sociale esplicito e implicito crollati, perfino una propaganda nazionalista fallita davanti alla guerra con Israele che ha mostrato le difese incapaci di proteggere il territorio… e abbiamo un regime, normalmente abile a contenere le proteste isolando le varie parti della società e mettendole le une contro le altre, che non ha più carte da giocare, se non la repressione. Oggi ci sono numeri molto elevati (milioni? non facile valutarlo da qui) in piazza e una società che ha sempre meno interesse a mantenere in sella il regime.
Nel 1979 fu chiave per la rivoluzione, oggi non è detto, ma forse mai come ora si stanno combinando elementi prima assenti. Tutto da vedere naturalmente, le crisi sono dinamiche complesse e imprevedibili (il regime potrebbe ancora sopravvivere… ma per quanti anni in queste condizioni?)

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CHE RUOLO PER IL PRINCIPE PAHLAVI?

Una sola nota su Pahlavi che cerca di costruire un contatto con Trump. Ovviamente vuole tornare e riprendere il trono o il Governo. All’estero si pensa sempre a questi fuoriusciti come potenziali governanti, ma spesso nel Paese sono meno rilevanti rispetto a quanto si creda qui: tra la popolazione, chi ricorda, ricorda che il regime dello Shah era brutale come quello degli Ayatollah (che hanno paura proprio perché il grido “morte al tiranno” che sentiamo ora è lo stesso del 1979). E ben pochi che oggi osteggiano il regime vogliono tornare a un altro regime. Chi non ricorda invece non ha nemmeno particolari fedeltà da riattivare.
Tuttavia, per quanto ora conti poco, non è detto sia automaticamente fuori dai giochi. Parte del problema è anche che una rivoluzione comporta sempre un cambio di classe dirigente, e la rivoluzione ha comunque creato una scala sociale che ha permesso alla popolazione rurale di ottenere – tramite affiliazione con Pasdaran e Basiji – opportunità che altrimenti non avrebbe avuto, e alle quali non rinuncerà facilmente. Un accordo tra Pahlavi e membri del regime potrebbe aprire porte ora insperate, ma prendete con le molle, esistono molte incognite.
Tra queste il fatto che la rivolta non ha, ora, leader locali riconoscibili, anche perché i regimi tendono a decapitare i movimenti di protesta appena possono. Né esiste ora tra chi protesta una chiara idea del dopo, chiave per creare una coesione verso un progetto condiviso e portare le forze di sicurezza dalla propria parte. La stessa rivolta del 1979 vide molti gruppi e solo dopo una lotta interna il regime teocratico prese il sopravvento: Realisticamente nel tempo usciranno anche figure e nomi che molti di noi non hanno nemmeno mai sentito (oltre a qualche ex-regime convertito). Sempre che la rivolta porti davvero a un cambiamento, e non è scontato.

Lorenzo Nannetti

Per approfondire

Iran,Tehran” by Mohammadali is licensed under CC BY-NC-SA

Dove si trova

Perchè è importante

  • Le attuali proteste in Iran vedono non solo la partecipazione dei giovani, ma anche l’importante presa di posizione di piccoli mercanti, artigiani e piccoli imprenditori che controllano l’economia locale.
  • Il patto sociale tra i leader iraniani e la popolazione, giovani in testa, sembra giunto a una sostanziale rottura.

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Lorenzo Nannetti
Lorenzo Nannetti

Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

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