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    L’Afghanistan post-elezioni: ansie o speranze?

    In breve

    • In Afghanistan le ultime elezioni presidenziali sono state segnate da incertezza e violenze.
    • Nel frattempo, gli Stati Uniti proseguono i propri difficili negoziati diplomatici con i talebani.
    • Al centro di una complessa “guerra per procura”, il Paese spera ancora in un processo di pace sostenibile e inclusivo.

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 3 min.

    In 3 sorsi Nonostante i negoziati con i talebani, il clima politico in Afghanistan resta estremamente incerto e le speranze di pace sono accompagnate da nuove preoccupazioni per il futuro.

    1. ELEZIONI E SICUREZZA

    Il clima pre- e post-elezioni presidenziali in Afghanistan è stato segnato da un grado elevato di incertezza politica e di sfiducia. Basti pensare ai numerosi scontri tra forze governative e talebani durante il giorno del voto. Le zone più colpite: Herat, Zenda Jan, Kohsan, Shindand, ed il distretto di Kushk.
    La risposta del Governo è stata militare. L’elevata instabilità politica e il problema della sicurezza hanno profondamente influito sul limitato successo di queste presidenziali, comportando: 

    • scarsa affluenza alle urne: il numero di seggi è stato drasticamente ridotto
    • sfiducia crescente nei confronti di un sistema ritenuto corrotto: la percezione di difficoltà ha impedito l’organizzazione di una politica efficace
    • la privazione di una effettiva possibilità di partecipare al voto: ampie fasce della popolazione hanno subito minacce da parte dei talebani il giorno delle elezioni. 

    Nonostante lo scenario drammatico, Abdul Qayyaum Rahimi, fratello di Abdul Salam Rahimi (Chief of Staff del Presidente Ghani), ha iniziato una serie di visite in molti villaggi del Paese, nella speranza di collocare il fenomeno elettorale all’interno di un processo nazionale inclusivo volto ad instaurare una fiducia reciproca. L’annuncio della vittoria elettorale di Ghani dovrebbe dare anche maggiore stabilità politica, nonostante le polemiche e la minaccia dello sfidante Abdullah di creare un Governo parallelo.

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    Fig. 1 – Conferenza stampa del Presidente Ghani dopo l’annuncio dei primi risultati elettorali, 22 dicembre 2019. Ci sono voluti oltre quattro mesi per avere l’esito definitivo delle presidenziali

    2. LA PARTITA CON I TALEBANI

    L’Afghanistan post-elezioni gioca la sua partita per la pace con i talebani seduti al tavolo delle negoziazioni. Dopo una prima sospensione dei “colloqui”, gli Stati Uniti sembrano pronti a riprendere la partita, anche se manca ancora una dichiarazione ufficiale. Obiettivo principale, il ritiro delle truppe statunitensi dal Paese. Per farlo, gli Stati Uniti hanno tre possibilità: 

    • lasciare unilateralmente il Paese senza prendere in considerazione il negoziato ancora in corso. In questo caso, si proietterebbe immediatamente un altro scenario di guerra. I Talebani approfitterebbero del vuoto politico per perpetuare la loro continua lotta.
    • ridurre le truppe, ma continuare comunque a sostenere il governo con la cosiddetta staying the course strategy
    • proseguire il negoziato con i talebani. Appare del tutto scontato che, in un clima di elevata incertezza politica ed di insicurezza, il negoziato ha scarse possibilità di successo, ma potrebbe dare almeno una qualche speranza di una pace sostenibile. Una cosa però è certa: nessuno vuole la continuazione del conflitto.
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    Fig. 2 – Ingenti misure di sicurezza a Kabul dopo un attacco suicida contro un’accademia militare, 11 febbraio 2020

    3. PROXY WAR

    Ad oggi infatti, «Tutti vogliamo la pace. La chiedono i marciatori per la pace (i pacifisti afghani), la chiede la società civile, la chiedono i cittadini. Ma questa è una proxy war, siamo terreno di battaglia di molti attori. Ce ne fossero soltanto due, risolvere il conflitto sarebbe facile». Queste le parole di Orzala Ashraf Nemat, direttrice del centro di ricerca AREU (Afghanistan Research and Evaluation Unit). Dopo l’uccisione del Generale Qassem Soleimani sul fronte afghano si è resa ancora più palese la presenza di una “guerra per procura”. Una moltitudine di attori statali (e non) sono coinvolti nel conflitto. Pakistan, Stati Uniti, Russia, Cina ed Iran sono tra i principali e tutti con interessi contrastanti. Infine Daesh, il cosiddetto Stato Islamico, ha scelto l’Afghanistan come una delle sue principali basi operative.

    I prossimi mesi segneranno un destino a metà tra ansia ed ottimismo. Ansia per via delll’incertezza politica, dell’instabilità e della presenza di una complessa proxy war sul proprio territorio nazionale. E ottimismo per la riapertura dei negoziati con i talebani e per la speranza di un processo di pace sostenibile ed inclusivo che è da ormai troppo tempo rimandato. 

    Desiree Di Marco

    Desiree Di Marco
    Desiree Di Marcohttps://europeanpeople.org/chi-siamo/

    Nata a Roma nel 1995, ho scelto Roma, Milano, Vienna e Rabat come sedi per i miei studi. Sono laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli di Roma e ho conseguito un Master di Primo Livello in “Middle Eastern Studies” preso ASERI (Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano). Ho ottenuto un diploma in Affari Internazionali Avanzati all’Accademia Diplomatica di Vienna e attualmente sto conseguendo la Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali. Ho concluso due tirocini entrambi presso l’OSCE e le Nazioni Unite di Vienna lavorando presso l’Ambasciata di Malta e presso la Missione Permanente e l’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Afghanistan. La mia bevanda preferita è il caffè e non solo “the italian Espresso”!

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