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    Verdun 1916: il “tritacarne” della Grande Guerra

    In breve

    • Il 21 febbraio 1916 inizia la battaglia di Verdun, la più sanguinosa della prima guerra mondiale

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    Puoi leggerlo in 3 min.

    Ristretto21 febbraio 1916: inizia la battaglia di Verdun, la più lunga e sanguinosa della prima guerra mondiale. I segni dei combattimenti sono ancora oggi ben visibili nei dintorni dell’antica città fortificata, mentre il ricordo della battaglia ha contribuito al riavvicinamento diplomatico tra Francia e Germania nel secondo dopoguerra.

    La battaglia di Verdun è principalmente frutto dell’iniziativa del generale Erich von Falkenhayn, capo di Stato Maggiore dell’Esercito tedesco, che decide di lanciare una massiccia offensiva contro le forze francesi sul fronte occidentale per dissanguarle e costringerle alla resa. L’epicentro dell’offensiva viene quasi subito identificato in Verdun per via della sua importante posizione strategica sulla Mosa e per il suo alto valore storico e simbolico agli occhi della popolo francese. Gli ordini dati alla Quinta Armata del principe ereditario Wilhelm sono quindi di impadronirsi delle alture intorno alla città e di limitarsi poi a difenderle dai contrattacchi francesi, infliggendo il massimo delle perdite possibili al nemico. Il 21 febbraio 1916 un colossale bombardamento d’artiglieria lancia l’attacco tedesco: inizialmente le truppe di Wilhelm avanzano con facilità e riescono a impadronirsi di diverse postazioni chiave, mettendo a rischio l’intero schieramento difensivo francese intorno a Verdun. Ma tali successi tattici finiscono per spingere la Quinta Armata a continuare ad attaccare le postazioni francesi, ignorando gli ordini originali di Falkenhayn e subendo perdite sempre più elevate. Nel frattempo, la difesa della città viene affidata all’abile generale Philippe Pétain, che si limita a contenere l’iniziativa avversaria e mette in atto un efficace sistema di rotazione delle truppe per evitare un loro logoramento sulla linea del fronte. Inoltre il comando francese invia costanti rifornimenti a Verdun attraverso la cosiddetta “Voie Sacrée” (Via Sacra), l’unica strada ancora agibile che collega Bar-le-Duc con la città assediata. Col passare delle settimane l’offensiva tedesca finisce per esaurirsi e lo scontro diventa una gigantesca e inconcludente battaglia di attrito, con perdite pesantissime da entrambe le parti. In estate l’offensiva britannica sulla Somme costringe i tedeschi a riposizionare parte delle proprie forze più a nord e questo offre al generale Robert Nivelle, nuovo comandante di Verdun, l’occasione per passare all’offensiva e riconquistare le posizioni perdute. Dopo lunghi e furiosi combattimenti, i francesi riprendono sia Fort Vaux che Fort Douamont, cogliendo due importanti successi simbolici sul nemico. Il 15 dicembre la battaglia termina più o meno sulle stesse posizioni di dieci mesi prima.

    Ma il “tritacarne” di Verdun è comunque costato la vita a 377mila soldati francesi e 330mila tedeschi. Il fallimento dell’offensiva porta al siluramento di Falkenhayn, mentre prima Nivelle e poi Pétain guideranno l’Esercito francese nel difficile biennio 1917-18, seguito dalla vittoria finale sulla Germania. Già nel dopoguerra la battaglia assume un ruolo chiave per l’identità nazionale francese e vengono costruiti diversi monumenti in memoria dei caduti, come il gigantesco ossario di Douamont contenente i resti di oltre 100mila soldati non identificati. La seconda guerra mondiale porta poi a una graduale reinterpretazione dell’evento in chiave europea e contribuisce al riavvicinamento diplomatico tra Francia e Germania. Nel 1967 viene eretto il Memoriale di Verdun, che commemora i caduti di entrambe le parti, e nel 1984 il Cancelliere tedesco Kohl e il Presidente francese Miterrand partecipano a una cerimonia comune nel cimitero di Douamont, stringendosi a lungo le mani. Un gesto ripetuto recentemente da Angela Merkel e Emmanuel Macron durante le celebrazioni per il centenario della fine della Grande Guerra nel 2018.

    Tuttavia l’eredità materiale della battaglia resta ben presente nel paesaggio intorno a Verdun. Secondo il Ministero dell’Interno francese, ci sono infatti ancora milioni di proiettili inesplosi nell’area e ogni anno unità di artificieri provvedono alla rimozione di tonnellate di ordigni esplosivi, contenenti spesso pericolose sostanze chimiche. Si calcola che ci vorranno secoli per ripulire le campagne di Verdun dai resti del cataclisma bellico del 1916.

    Simone Pelizza

    Simone Pelizza
    Simone Pelizzahttp://independent.academia.edu/simonepelizza

    Piemontese doc, mi sono laureato in Storia all’Università Cattolica di Milano e ho poi proseguito gli studi in Gran Bretagna. Dal 2014 faccio parte de Il Caffè Geopolitico dove mi occupo principalmente di Asia e Russia, aree al centro dei miei interessi da diversi anni.
    Nel tempo libero leggo, bevo caffè (ovviamente) e faccio lunghe passeggiate. Sogno di andare in Giappone e spero di realizzare presto tale proposito. Nel frattempo ho avuto modo di conoscere e apprezzare la Cina, che ho visitato recentemente per lavoro.

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