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Sfida alla Russia: le politiche di decomunistizzazione in Polonia e Ucraina

Caffè LungoLa decomunistizzazione è un significativo processo di emancipazione dalla Russia nei Paesi dell’Est Europa che hanno vissuto l’era sovietica come oppressione culturale dei sentimenti nazionali, in cui anche la storia, l’uso della toponomastica e dei monumenti pubblici assumono contorni fortemente politici.

LA REVISIONE STORICA DEL RUOLO RUSSO IN POLONIA DOPO IL 1989

La decomunistizzazione in Polonia, partita nel 1989 dopo la legalizzazione di Solidarnocs e la relativa vittoria alle prime semi-libere elezioni, si è incrementata a seguito dell’elezione, nel 2005, di Lech Kaczynski a Presidente della Repubblica, tra i fondatori del partito conservatore Diritto e Giustizia. Durante il suo mandato il Presidente ha rafforzato l’identità nazionale anche con metodi non esenti da controversie come la lustracja, politica di indagine sul passato di molti cittadini nell’era della Repubblica Popolare polacca criticata dall’Unione Europea, che l’ha vista come misura di riduzione dello Stato di diritto.

Sotto la presidenza Kaczynski è stata promossa la proibizione dei simboli dell’era comunista tramite atti legislativi, come la legge che ha introdotto il reato di apologia del comunismo e il relativo divieto nel Paese di diffusione e possesso di simboli legati a tale epoca. Nel 2016, inoltre, il Governo ha promulgato la legge per la rimozione di centinaia di monumenti del passato comunista e la ridenominazione delle vie con nomi legati a statisti sovietici.

Tra i più famosi esempi di decomunistizzazione si può citare, ad esempio, Nowa Huta, il distretto  pianificato in stile socialista alle porte di Cracovia, dove la piazza principale, intitolata a Stalin nell’era comunista, dopo il 1989 cambiò nome in onore del Presidente americano noto per il suo anti comunismo, Ronald Reagan, e la statua di Lenin, simbolo dell’acciaieria collegata al quartiere, rimossa.

In molti casi, i luoghi pubblici polacchi erano stati intitolati a personalità sovietiche le cui gesta erano legate alla Seconda guerra mondiale, sulla quale, a partire dal massacro di Katyn, ci sono forti dispute tra russi e polacchi sul comportamento dell’esercito sovietico durante il conflitto. Lo stesso Governo a guida Diritto e Giustizia ha basato inoltre la propria politica anche sull’impegno di revisionare la narrazione della storia del ruolo russo in Polonia.

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Fig. 1 – Statua di Lenin a Kharkiv, nell’Ucraina orientale (novembre 2011)

LA DECOMUNISTIZZAZIONE POST EUROMAIDAN COME RAFFORZAMENTO DELLA IDENTITÀ NAZIONALE UCRAINA

Il Parlamento ucraino ha irrobustito la decomunistizzazione a seguito di Euromaidan e della caduta del Governo filorusso di Yanukovich, che a differenza del predecessore, il filo occidentale Yuschenko, si era opposto alla celebrazione del nazionalismo ucraino operante nella Seconda guerra mondiale.

Nel 2015 il Governo Poroshenko, forte del mandato popolare e deciso a perseguire un futuro europeista per il Paese, promulgò un pacchetto di leggi, in cooperazione con il Ministero della Cultura e l’Istituto di Memoria Nazionale, volte a rivedere la recente storiografia del Paese.

La differenza di vedute sul ruolo russo durante la Seconda guerra mondiale e, in particolare, sull’OUN ucraino e i suoi leader principali, i controversi Stepan Bandera e Roman Shukhevych, è stata fonte di attrito tra il Governo pro-Occidente e i separatisti filorussi delle regioni più orientali, sfruttato dal Cremlino per alimentare la propaganda anti-Euromaidan e fomentare le tensioni tra le parti.

Tramite queste leggi è stato equiparato il comunismo al nazismo in quanto regime totalitario, con la messa al bando dell’esposizione dei simboli comunisti in pubblico, e si è operato un cambiamento della toponomastica cittadina accompagnato dalla rimozione dai luoghi pubblici delle statue di Lenin o di personalità sovietiche. Tali provvedimenti sono stati sostenuti dalle comunità locali e dalla maggioranza degli ucraini, diventando un fenomeno culturale così diffuso nel Paese da essere denominato Leninopad.

Fig. 2 – Il mausoleo di Lenin a Mosca | Foto: Lorenzo Pallavicini

LA REAZIONE RUSSA AL REVISIONISMO STORICO DEL RUOLO SOVIETICO NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE

La politica culturale putiniana, dopo la effimera svolta degli anni Novanta in cui anche a Mosca venivano rimosse statue dei leader comunisti come quella di Felix Dzerzinskij, fondatore della polizia segreta Cheka, ha difeso l’eredità sovietica anche per propagandare, all’estero e in patria, le singole identità nazionali non filorusse come reazionarie e filo-naziste, elemento che compare sin dai testi scolastici degli istituti russi, vidimati da Vladimir Medinskij, uomo di fiducia di Putin, che ha promosso anche, nei territori ucraini occupati, il ripristino delle statue di Lenin nei luoghi pubblici.

L’abbattimento nell’Est Europa dei monumenti russi collegati alla Seconda guerra mondiale ha destato proteste da parte del Cremlino, che ha contestato anche la risoluzione del Parlamento Europeo sul patto Ribbentrop Molotov, promossa in primis dai Paesi Baltici e dalla Polonia e votata a larga maggioranza nel 2019, in cui si equiparavano nazismo e comunismo come regimi totalitari.

Per il Cremlino la vittoria contro il nazismo assume anche l’idea di riaffermare la Russia come grande potenza mondiale in cui il sacrificio di milioni di cittadini sovietici durante la lotta contro il regime nazista è visto come un “credito” da portare al tavolo delle relazioni con l’Occidente nell’ambito degli interessi, secolari, dei russi verso il mondo slavo, finito dopo la conferenza di Jalta del 1945 sotto la influenza sovietica e in cui la decomunistizzazione repentina del 1989 è stata vista, non solo da Putin, ma dalla maggioranza del popolo russo, come una sconfitta e perdita di prestigio del Paese sulla scena mondiale.

Lo scontro sulla definizione di nazismo è proseguito anche in sede ONU, con il voto contrario dei Paesi occidentali sulla risoluzione proposta dalla Russia sul contrasto alla glorificazione del nazismo, che è riuscita comunque ad approvarla grazie al sostegno della maggioranza dei Paesi non allineati.

Il ruolo dell’URSS nella Seconda guerra mondiale, elemento di unità nazionale a prescindere dagli schieramenti politici, è stato propagandato dal Governo russo collegandolo al conflitto in Ucraina e paragonando la lotta contro l’esecutivo ucraino alla battaglia contro il nazismo, in cui anche le origini ebraiche del Presidente Zelensky e il tema dell’Olocausto sono stati discussi, con polemiche sul mancato invito, nel 2023, delle Autorità polacche agli esponenti russi per l’anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz Birkenau.

Lorenzo Pallavicini

Foto di copertina: Lorenzo Pallavicini

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Perchè è importante

  • La politica polacca revisionista del ruolo russo nella storia del Paese nel XX secolo.
  • La decomunistizzazione come elemento culturale della nuova Ucraina post Euromaidan.
  • La reazione della Russia al revisionismo storico del proprio ruolo nella Seconda guerra mondiale.

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Lorenzo Pallavicini
Lorenzo Pallavicini

Nato a Cuneo nel 1985, con esperienze politiche a livello locale e regionale in Piemonte,
viaggiatore con esperienza pluridecennale, autore di articoli di attualità locale e politica su
testate locali, da diverso tempo interessato alla scrittura a carattere geopolitico sulla situazione internazionale di diverse aree nel mondo, in particolare della realtà europea e della Federazione Russa e dei paesi ex membri dell’URSS e della galassia comunista.

 

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