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venerdì 29 Maggio 2020
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    In breve

    • Il mercato petrolifero mondiale è dominato da Russia e Arabia Saudita.
    • A seguito dell’epidemia di coronavirus, i prezzi del greggio sono crollati e i due Paesi hanno adottato atteggiamenti differenti verso l’emergenza, entrando poi pesantemente in conflito.
    • Lo scontro tra Mosca e Riyadh ha provocato il deprezzamento del rublo e aperto prospettive incerte per il futuro dell’economia russa.
    •  La crisi attuale segna la fine della breve alleanza petrolifera russo-saudita e rischia anche di rimarcare le divergenze politiche tra i due Paesi in Medio Oriente.

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    Analisi – Russia e Arabia Saudita si scontrano sulle quote di produzione del petrolio, il cui prezzo al ribasso preoccupa molti dei suoi produttori. Una diatriba che sembra destinata a chiudere anticipatamente il formato OPEC+.

    C’ERAVAMO TANTO AMATI (?)

    Il calo dei prezzi di petrolio e gas ha caratterizzato questo inizio 2020, mentre la situazione nel breve periodo si profila stagnante. Un notevole campanello d’allarme per quegli Stati il cui impianto politico-economico si basa sul settore energetico e il suo export. Parlando di petrolio, Arabia Saudita e Russia (rispettivamente primo e secondo esportatore mondiale di greggio nel 2018) sono ai vertici del mercato mondiale dell’oro nero. Lo stesso Putin, in occasione dei passati incontri con i sauditi, ha attribuito grande importanza al coordinamento bilaterale in materia energetica, supportando la necessità di estendere l’accordo per ridurre la produzione di petrolio al formato OPEC+. Obiettivo raggiunto a fine 2019, con la decisione dei produttori di un ulteriore taglio di 500mila barili al giorno. Ennesima misura, questa, che non ha risollevato l’export petrolifero, né invertito l’andamento dei prezzi della materia prima. Da questo insuccesso si palesa la divergenza tra gli interessi della Russia e quelli dell’Arabia Saudita. Da un lato, Mosca, che pur insoddisfatta può ancora tollerare il basso prezzo del greggio allo scopo di proseguire l’ampliamento della sua penetrazione economica in Sudamerica e, soprattutto in Africa, dove Rosneft e Lukoil già siglano remunerativi accordi di cooperazione. Dall’altro, Riyadh, finora guida indiscussa in seno all’OPEC grazie alla sua capacità produttiva e di scorta, che non è disposta ad accettare un valore del barile basso e stabile, che metterebbe a repentaglio la modernizzante Vision2030 del principe Mohammed bin Salman e la tenuta stessa dello Stato saudita.

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    Fig. 1 – Vladimir Putin insieme al principe saudita Mohammad bin Salman, ottobre 2019

    MOSCA ATTENDE, RIYADH NON PUÓ

    A seguito dell’emergenza coronavirus, con il conseguente crollo della domanda cinese e delle stime sulla performance economica di Pechino, il prezzo del greggio si attesta oggi sotto la soglia di 50 dollari al barile. Alla luce di questo, l’Arabia Saudita ha convocato i membri OPEC+ ai primi di febbraio, cercando di concertare un ulteriore taglio della produzione per circa 600mila barili nella speranza di rinvigorire i prezzi. La Russia ha risposto con un ambiguo temporeggiamento. Il nodo della questione gravita attorno alla stessa struttura economico-finanziaria dei Paesi produttori, quindi alla loro forte dipendenza dal trend del mercato energetico. Essendo quasi tutte le principali compagnie petrolifere di tipo statale o partecipate dallo Stato, gli introiti dell’oro nero finiscono direttamente nei bilanci nazionali, mettendo in moto tutto quel sistema di benefit e agevolazioni proprie del Rentier State. Ebbene, prezzi così contenuti non consentirebbero a Riyadh di mantenere la stabilità economica e il pareggio di bilancio, stando il suo break-even (prezzo che consente il pareggio, n.d.a.) sugli 80 dollari al barile, secondo le stime FMI. Diverso invece il discorso per Mosca, che certo non esulta, ma avendo mutato strategia dopo la crisi dei prezzi del 2014 può definirsi maggiormente resiliente. La Russia ha quindi iniziato a prevedere i suoi bilanci annuali considerando prezzi generalmente bassi della materia prima, attorno ai 43 dollari al barile. Così facendo il Governo russo ha iniziato a investire il surplus di bilancio per accumulare riserve di valuta e attutire eventuali shock esterni, nonchè rifiutare i tagli imposti dagli altri produttori. Infine, alcune analisi ritengono che la resilienza del sistema russo sia dovuta anche alle importanti misure di austerità, introdotte per fronteggiare la pressione delle sanzioni occidentali, gradualmente divenute parte integrante del sistema produttivo russo.

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    Fig. 2 – La sede dell’OPEC a Vienna

    LE REAZIONI

    Da interessi differenti derivano risposte differenti. Dal 1 aprile, le restrizioni sulla produzione di petrolio per i Paesi OPEC decise nell’ultimo incontro saranno revocate. Questo fattore, insieme alle notizie sulla diffusione del coronavirus, ha contribuito al calo del 31% dei prezzi del petrolio. Mosca ha subito visto un deprezzamento del rublo nei confronti di dollaro USA ed euro (rispettivamente 1 dollaro : 75,67 rubli e 1 Euro : 86,09 rubli), mettendo così in azione il Servizio federale anti-monopoli (Fas) per monitorare i prezzi di una serie di beni socialmente importanti. Tuttavia, per il Cremlino la nuova contrazione sembrerebbe avere risvolti positivi, soprattutto per colpire gli interessi dei produttori shale americani, fortemente indebitati. Il Presidente di Gazprom Neft, Aleksandr Djukov, ritiene che, nonostante l’effetto negativo per i mercati, “i prezzi bassi aiuteranno a migliorare il mercato”, aggiungendo che la resistenza a questi prezzi, i costi di produzione a 3,5 dollari al barile e i bassi livelli di debito danno tutte le ragioni per “passare in sicurezza anche un periodo molto lungo di prezzi bassi”. Viceversa, la risposta di Riyadh è stata molto più drastica. Al rifiuto russo di un ulteriore taglio, il principe ereditario saudita ha tempestivamente ordinato l’aumento sostenuto della produzione  in seno all’OPEC. Il crollo dei prezzi conseguentemente scatenato sembra voler dire una sola cosa: mettere alle strette i russi e forzarli a un accordo, vendendo sottoprezzo ai loro clienti e sottraendogli così quote di mercato. Proprio quello che il Cremlino non avrebbe digerito, secondo alcune indiscrezioni, sarebbe stato l’atteggiamento saudita e l’aut-aut imposto da Riyadh, che ha posto Mosca in uno ruolo apparentemente secondario, causando il secco rifuto alla proposta saudita. Ma la tattica assertiva di MBS lascia aperte molte incognite, su tutte, come detto in precedenza, l’effettiva sostenibilità di questa strategia per il bilancio statale del Regno.

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    Fig. 3 – Il pannello elettronico di un ufficio di cambio moscovita segnala il crollo del rublo nei confronti di dollaro e euro, 10 marzo 2020

    LUCI E OMBRE DELL’ORO NERO

    La Borsa saudita, infatti, è stata travolta a sua volta dalla caduta dei prezzi. Saudi Aramco ha visto il valore delle proprie azioni scendere sotto l’IPO iniziale, rendendo vano il progetto alla base della sua quotazione in borsa: generare liquidità per finanziare il piano di riforme Vision2030, una decisione controversa che ha lasciato qualche malumore a corte, soprattutto alla luce dei modesti risultati. Inoltre, il colosso energetico ha pubblicato per la prima volta i suoi risultati annuali, registrando un -20% dell’utile netto nel 2019, passando da 111 a 88 miliardi di dollari. Nella tensione di queste settimane, MBS ha ordinato nuove epurazioni, ufficialmente per sventare “un tentativo di golpe”, pragmaticamente per consolidare il proprio peso politico a fronte delle incombenti difficoltà economiche. Mosca rischia, invece, un ”eccesso di postività”. Alle previsioni di Djukov si oppongono quelle fosche di Aleksei Dukin, Presidente della Corte dei Conti russa, secondo il quale per la Russia si prospetta una “crescita zero” se i prezzi del mercato energetico restassero così contenuti. Alle condizioni attuali, il bilancio statale potrebbe vedere sfumare introiti dal settore energetico per circa 3mila miliardi di rubli, e anche se i prezzi e i tassi di cambio migliorassero gradualmente, le casse della Federazione perderebbero 500 miliardi di rubli, con un deficit sul 2% e una crescita prossima allo zero. Interessante il parallelismo tra Riyadh e Mosca, dove alla contrazione economica anche qui fa seguito una reazione politica, con il recente azzeramento dei mandati presidenziali di Vladimir Putin. I rapporti tra i due Paesi sembrano infine tornare agli alti e bassi dei decenni scorsi. Costruite su una base troppo fragile di dichiarazioni d’intenti e protocolli, le relazioni russo-saudite sono lungi dall’essere saldate. L’attuale distanza potrebbe, anzi, rinverdire le differenze politiche irrisolte su Iran, Siria e Libia, solcando delle divergenze ancora più evidenti.

    Mattia Baldoni

    Photo by lalabell68 is licensed under CC BY-NC-SA

    Mattia Baldoni
    Mattia Baldoni

    Laureato in Sviluppo locale e globale presso l’Università di Bologna. Ha partecipato a progetti europei di cooperazione internazionale in Georgia (identità europea, processo di integrazione e questioni relative alle frontiere), Grecia e Bulgaria, e a una Summer School sul Partenariato orientale dell’UE a Baku (Azerbaijan). Attualmente è redattore capo per Osservatorio Russia e collaboratore di Il Caffè Geopolitico. I suoi interessi principali riguardano la politica russa e le relazioni internazionali in MENA, Caucaso e Asia centrale.

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