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    In breve

    • Le elezioni parlamentari del 2 marzo hanno visto come protagonisti Benny Gantz e Benjamin Netanyahu.
    • I 58 seggi conquistati da Netanyahu contro i 55 di Gantz non sono però sufficienti a ottenere la maggioranza e il Presidente Revlin ha incaricato Gantz di formare il nuovo Governo.
    • Il destino politico di Netanyahu dipende però principalmente dalle accuse di frode e corruzione contro di lui e all’esito del processo cui verrà sottoposto.

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    In 3 Sorsi – La terza tornata elettorale in Israele non è riuscita a stabilire un chiaro vincitore in grado di mettere insieme una maggioranza parlamentare. Gantz ha l’incarico di formare il Governo, però la ricerca di alleati risulta complessa. Netanyahu e il suo Likud sono il primo partito, ma le accuse di corruzione a Bibi potrebbero segnare il tramonto della sua lunga carriera politica.

    1. TERZA TORNATA ELETTORALE, STESSA INCERTEZZA

    Nonostante l’enorme affluenza riscontrata durante le ultime elezioni parlamentari (le terze in un solo anno), ciò che continua a contraddistinguere il panorama politico dello Stato di Israele è l’incertezza. Sicuramente l’affluenza del 65% riscontrata durante la giornata del 2 marzo è l’unico dato positivo che si può estrapolare dall’ennesima elezione, che ha portato all’ennesimo stallo. I due protagonisti di questa tornata sono stati, ancora, Benny Gantz e Benjamin Netanyahu. Bibi, malgrado abbia cercato di dichiarare vittoria anzitempo, non è riuscito a ottenere una maggioranza parlamentare (61 seggi su 120), con la sua coalizione che si è dovuta “accontentare” di 58 seggi, contro i 55 di Gantz. Seppur incapace di raggiungere una maggioranza nella Knesset, Netanyahu si è dimostrato ancora una volta in grado di tenere testa a Gantz, il cui partito ha ottenuto meno voti di quello di Bibi, al contrario di quanto accaduto nelle elezioni di settembre, quando il partito Blu e Bianco era riuscito, seppur di misura, a guadagnarsi più voti del Premier uscente. Così com’era già evidente a seguito del voto di settembre, la politica di Netanyahu sembra indirizzata sempre più a una linea di stampo fortemente nazionalistico e di destra, con un nucleo di ferventi sostenitori nella comunità Haredi (ebrei ultraortodossi) in Israele. Altra costante della politica di Bibi è, ormai da tempo, l’aggressiva retorica anti-araba adottata dal suo partito, nonostante il partito arabo (la Joint List) si sia riconfermata terza testa di serie nella Knesset per numero di voti.

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    Fig. 1- Netanyahu durante un incontro nella Knesset dopo le elezioni del 2 marzo

    2. QUALE GOVERNO PER ISRAELE

    I 58 seggi conquistati dalla coalizione guidata da Netanyahu sembravano porlo in una posizione di vantaggio rispetto a Gantz per quanto riguarda la formazione del prossimo Governo israeliano. Detto ciò, gli alleati che garantirebbero a Bibi i 61 seggi necessari per governare si contano sulle dita di una mano e, paradossalmente, proverrebbero proprio dal partito di Gantz. Infatti Netanyahu dovrebbe puntare su qualche defezione da parte degli attuali membri del partito Blu e Bianco, desiderosi di appoggiare una maggioranza a guida Likud, poiché il partito di Bibi non gode di molte simpatie tra gli altri partiti dell’opposizione, su tutti la Joint List e Israel Beitenu, di Avigdor Lieberman. Quest’ultimo, proprio come nelle scorse elezioni, ha in mano il futuro politico di Israele, oggi più che mai. Lieberman e il suo partito rappresentano l’ago della bilancia fondamentale e capace di fare pendere il Governo verso il Likud o il partito Blu e Bianco. Le intenzioni di Lieberman, però, sono ancora poco chiare, anche se è molto probabile che il falco nato a Chisinau sarà molto più propenso ad appoggiare Gantz, soprattutto dopo che il Presidente Revlin lo ha incaricato di formare il Governo, non tanto per affinità ideologiche con il suo partito, ma piuttosto per potersi finalmente sbarazzare di Netanyahu. D’altro canto, se il partito di Gantz decidesse di allearsi con la Joint List riuscirebbe a ottenere una maggioranza ben più che solida nella Knesset, ma i rapporti tra questi due partiti sono ancora difficili da decifrare, con la Joint List che preferirebbe di gran lunga Gantz a Netanyahu. Tuttavia il partito Blu e Bianco non sembra essere convinto di fare affidamento sui partiti arabi per la tenuta di un eventuale Governo.

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    Fig. 2 – Avigdor Liberman, leader di Israel Beitenu e decisionmaker del futuro politico israeliano

    3. IL FUTURO DI NETANYAHU E IL PROCESSO ELETORALE

    Il destino politico di Netanyahu è soprattutto legato alle accuse di frode e corruzione e all’esito che darà il processo cui verrà sottoposto. Qualora Gantz non fosse in grado di formare un Governo e Netanyahu, al contrario, riuscisse a compiere il miracolo, è molto probabile che Bibi, una volta assunto l’incarico di premier, chiederà ai suoi sostenitori di varare una legge che lo protegga da eventuali prosecuzioni o incarcerazioni. Nel corso della campagna elettorale, Netanyahu ha provato a usare le accuse rivoltegli a proprio favore, ribadendo un concetto molto caro alla destra israeliana, ovvero che il sistema giudiziario in Israele sia uno strumento nelle mani della sinistra per poter indebolire il Likud e, in particolare, il suo leader. Come anticipato, il Presidente Revlin ha incaricato Gantz di formare un Governo e, qualora ci riuscisse, il suo primo obiettivo in qualità di Primo Ministro sarebbe sicuramente proporre un decreto che impedisca a qualunque parlamentare sotto accusa di poter ricoprire il ruolo di premier. Una tale legge significherebbe in maniera definitiva la fine, politicamente parlando, di Netanyahu e forse dello stesso Likud, che è sempre più dipendente dal suo leader. A rendere ancora più precaria la posizione di Bibi è anche il fatto che, secondo delle indiscrezioni, il partito di Lieberman sembrerebbe tra i primi sostenitori di una proposta del genere. I possibili risvolti dipenderanno, in primis, dall’esito delle consultazioni parlamentari avviate da Gantz per formare il Governo, ma anche e soprattutto da come uscirà Netanyahu dal processo e, qualora Bibi non venisse condannato, potrebbe fare rientro sulla scena politica in maniera prepotente e altrettanto trionfale.

    Emanuele Mainetti

    Immagine di copertina: “Jerusalem_The knesset_2_Noam Chen_IMOT” by Israel_photo_gallery is licensed under CC BY-ND

    Emanuele Mainetti

    Nato ad Angera nel 1994, ho conseguito una laurea triennale in Lingue e Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e un Master in Middle Eastern Studies al King’s College London. Durante i miei studi triennali ho maturato una profonda passione per il mondo arabo, la politica, la cultura e (ahimè) la lingua. Prima di cominciare il Master, ho trascorso cinque mesi in Giordania seguendo un corso intensivo di dialetto levantino e arabo standard. Sono particolarmente interessato alle dinamiche socio-politiche e alle relazioni internazionali nel Levante Arabo, con un occhio di riguardo per il Libano. Ho scritto la mia tesi magistrale sul processo di democratizzazione nel Libano post-Ta’if, per la quale ho condotto circa 20 interviste con membri della società civile libanese. Progetti per il futuro? Vorrei riuscire ad iscrivermi ad un corso di dottorato, Inshallah.

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