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Israele, i partiti arabi si uniscono per le elezioni: nuove consapevolezze e vecchie barriere

In 3 Sorsi – I quattro partiti arabi dello scenario politico israeliano (Balad, Ta’al, Ra’am e Hadash) hanno deciso di presentare una lista unitaria alle elezioni del 2026. La scelta risponde all’esigenza di compattezza rivendicata dalla popolazione araba in una fase decisiva della storia del Paese.

1. RINASCE LA ‘JOINT LIST’: UNA CONSAPEVOLEZZA COMUNE

Il 22 gennaio 2026 i quattro partiti arabi Balad, Ta’al, Ra’am e Hadash hanno annunciato la propria di intenzione di presentarsi congiuntamente alle elezioni legislative che si terranno in Israele nel 2026. La firma sull’accordo preliminare, che pone le basi per la concretizzazione di tale proposito, è stata apposta da Sami Abu Shehadeh, leader del partito nazionalista palestinese Balad; Ahmad Tibi, a capo del partito nazionalista arabo Ta’al; Mansour Abbas, guida dei conservatori islamisti di Ra’am; Ayman Odeh, al vertice del partito comunista Hadash. La loro scelta risponde a un’esigenza di fondo: evitare una frammentazione dei voti della popolazione araba a causa di una divisione deleteria agli interessi della propria comunità. La ricerca di un’unità tra i partiti arabi e islamisti non rappresenta una novità nella politica israeliana. Il primo esempio di una “Lista Unita” risale infatti al 2015, quando la coalizione conquistò 13 seggi, risultando essere la terza lista più votata del Paese. L’esperimento fu riproposto nel 2019 e nel 2021, ma in quest’ultima circostanza senza la presenza di uno dei partiti costitutivi dell’alleanza, ossia Ra’am, a causa della disponibilità di Abbas a supportare un Governo guidato da Benjamin Netanyahu. Uno scenario non concretizzatosi, dato il supporto decisivo di Ra’am a un Governo Bennett-Likud, ma la frattura è permasta fino alla svolta del 22 gennaio.

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Fig. 1 – Ayman Odeh, leader di Hadash, parla durante una manifestazione davanti al Parlamento israeliano in vista del voto per destituirlo dalla Knesset, il 14 luglio 2025

2. UNA CONDANNA UNANIME E UNA CRISI DA ARGINARE

A rendere possibile la presentazione di una lista unitaria in vista delle elezioni, per evitare una dispersione dei voti della popolazione araba, sono stati due fattori principali: la guerra di Gaza e la crisi interna alla propria comunità di riferimento. Da un lato, infatti, gli eventi accaduti nella Striscia hanno compattato i partiti arabi nella condanna unanime delle azioni israeliane e dei loro effetti sulla popolazione civile gazese. Dall’altro, allo stesso tempo, il dilagare della criminalità nelle località palestinesi e la risposta delle Autorità israeliane – ritenuta non all’altezza della situazione – hanno alimentato il senso di urgenza di un’azione da parte del Governo centrale in grado di affrontare con serietà il problema.
“Quando lo Stato abbandona intere comunità e permette alle bande armate di governare la vita quotidiana, ciò non rappresenta un’assenza di politica, ma una politica con conseguenze“. A dichiararlo è stata la deputata di Hadash, Aida Touma-Suleiman, nel corso di un’intervista rilasciata al podcast di Haaretz. Le sue parole corrispondono all’opinione prevalente, tanto nella popolazione quanto nel mondo politico arabo, circa la scelta deliberata del Governo israeliano di alimentare l’instabilità e la criminalità attraverso un’inerzia deliberata. Motivo per cui l’unità, un tempo lontana, è stata vista come l’unica opzione possibile per provare a cambiare la realtà.

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Fig. 2 – Ebrei e arabi israeliani si uniscono in una protesta, tenutasi nella città di Haifa, per attirare l’attenzione sulla fame a Gaza, il 24 luglio 2025

3. IL PESO DELLE DIVISIONI

Secondo un sondaggio effettuato da Zman Yisrael, sito gemello in lingua ebraica del The Times of Israel, la Lista Unita otterrebbe 14 seggi se si presentasse effettivamente alle prossime elezioni. Un risultato potenzialmente storico, addirittura migliore di quello ottenuto nella tornata elettorale del 2015, ma che potrebbe comunque rivelarsi privo di utilità future in caso di indisponibilità dell’opposizione ebraica a governare con i partiti arabi – o contare sul loro appoggio per farlo.
In questo scenario, infatti, sono da registrare le prese di posizione dell’ex Primo Ministro Naftali Bennett – che ha fondato il partito Bennett 2026 – e di Benny Gantz, espressisi in maniera contraria all’idea di “larghe intese” comprendenti anche i partiti arabi e comunisti. Un’opposizione che è stata letta, in un’analisi pubblicata dall’Israel Policy Forum, come la conseguenza della volontà di guardare esclusivamente “all’umore dell’elettorato ebraico israeliano“. Una strategia che concepisce la realtà in maniera parziale, secondo il punto di vista dell’analista Michael Koplow, escludendo di prendere in esame le “attitudini dell’elettorato arabo rispetto alla forma che un futuro Governo israeliano dovrebbe assumere”.
Fino a quando tale linea continuerà a essere dominante, i propositi di un esecutivo alternativo a quello guidato da Netanyahu – con la presenza dei partiti ultraortodossi – rischieranno di restare lettera morta, cedendo di fronte alla realtà dell’assenza dei numeri necessari per dare concretezza a una soluzione formale e sostanziale diversa dall’attuale Governo israeliano.

Michele Maresca

Tsvia Gildor – צביה גילדור, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Michele Maresca
Michele Maresca

Classe 1998, ho conseguito la Laurea Magistrale in Giurisprudenza all’Università Federico II di Napoli e il Master in “Derecho Internacional y Relaciones Exteriores e Internacionales” all’Instituto Europeo Campus Stellae. L’idea di raccontare, informare e approfondire le vicende di politica internazionale rappresenta ciò che mi spinge a dedicarmi con passione ed enorme interesse a queste tematiche. Inoltre, svolgo analisi, in lingua spagnola, per il Think Tank Geopol21.

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